Cazzaniga e la “siringa” che lo mette nei guai. Parlano i parenti della 12esima vittima

Prosegue il processo all'ex-medico del Ps di Saronno accusato di aver causato la morte di 12 pazienti con i farmaci anestetici. Riunito al processo anche l'ultimo caso che riguarda Domenico Brasca

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La testimonianza dei familiari di Domenico Brasca, l’ultima presunta vittima del famigerato protocollo Cazzaniga, è di quelle che fanno venire i brividi: «Ricordo che vidi mio padre lucido e che scherzava sul fatto che l’aveva scampata ancora una volta. Dopo un’ora uscì dall’ambulatorio il dottor Leonardo Cazzaniga senza camice che, dopo aver parlato d’altro come il caldo e cose simili, ci disse che nostro padre stava morendo e che era questione di attimi». L’uomo era stato portato in ospedale in una notte di metà agosto del 2014 per difficoltà respiratorie e alle 11 della mattina successiva è morto.

Domenico Brasca, imprenditore 80enne di Rovello Porro e 12esima presunta vittima dell’autodefinitosi “angelo della morte”, morì poche ore dopo quel ricovero in casa sua, con attorno le figlie attonite e una siringa piena, rimasta inutilizzata e che lo stesso dottor Cazzaniga aveva consegnato loro prima di uscire dall’ospedale: «Ci disse di iniettarla nella flebo qual’ora si fosse risvegliato e aggiunse di non parlare con nessuno di questa siringa perchè altrimenti l’avremmo messo nei casini». Non ce ne fu bisogno perchè mezz’ora dopo l’arrivo a casa, spirò. Secondo l’accusa avrebbe contenuto uno degli ingredienti del cocktail faramcologico mortale che il medico avrebbe utilizzato per portare alla morte pazienti che non considerava più degni di vivere.

Il caso di Domenico Brasca è stato accorpato al processo nel quale è accusato di aver causato la morte di 12 pazienti del Pronto Soccorso dell’ospedale di Saronno e di 3 parenti dell’amante Laura Taroni (marito, madre e suocero). Antonella e Roberta Brasca sono comparse questa mattina in aula a Busto Arsizio per testimoniare a favore dell’accusa. Roberta racconta: «Quando lo caricarono in ambulanza per portarlo in ospedale mio padre era in piedi sulla barella e mi guardava con aria un po’ arrabbiata, non voleva essere ricoverato. Posso dire di averlo visto in condizioni davvero peggiori ma sono un po’ ansiosa e quindi ho preferito farlo portare in ospedale per accertamenti».

Ciò che fece arrabbiare le figlie di Brasca fu il modo brutale con cui diede la notizia alle due donne: «Un comportamento del genere non me lo aspetterei nemmeno da un veterinario – ha raccontato Roberta – e mia sorella ha anche avuto un battibecco con il medico. Mio padrelo abbiamo trovato rannicchiato nel letto dove lo avevamo lasciato, meno di un’ora prima, che scherzava».

I familiari di Brasca, che si sono costituiti parti civili, sono difesi dall’avvocato Fabio Falcetta che, nella lista testi, ha inserito anche l’attuale presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, il quale ha risposto che non avrebbe potuto prendere parte all0udienza di lunedì prossimo, e l’ex-presidente Roberto Maroni: la scelta di convocarli in aula, per l’avvocato Falcetta, in quanto sono i massimi responsabili della sanità lombarda.

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 18 gennaio 2019
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