Gli arbitri e la politica del calcio che “colpisce” anche certi giornalisti

Gli errori del direttore di gara in Roma-Milan hanno avuto un'eco diversa a seconda delle testate che gli hanno raccontati. O taciuti - Di PIER FAUSTO VEDANI

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Accostandomi al mestiere di giornalista, come agli inizi di molti altri miei colleghi attivi nelle testate provinciali fui utilizzato nel settore dello sport, già allora importante – si era negli Anni 50 – nell’ambito di una società civile ansiosa di recuperare lungo i percorsi di una crescita nazionale e anche internazionale. Foto: da asroma.com

Ero ragazzo quando ci si entusiasmò per la prima partita degli azzurri della nazionale di calcio: fu un 4 a 4 con la Svizzera. Tra il tifo e la professione giornalistica c’è un oceano di conoscenza da solcare, ecco perché decisi anche di seguire e superare un corso di aspirante arbitro, durante il quale acquisii nozioni importanti offerte dalle 17 regole fondamentali del gioco e da una quantità incredibili di situazioni da casistica ufficiale che le completavano.

Non andai oltre l’esame finale, il mio obiettivo era un altro, ma mai ho dimenticato le regole e anche indicazioni e consigli del direttore del corso: si chiamava Caglio, aveva i capelli grigi, quindi tanta esperienza fatta nel campo arbitrale che lo induceva spesso a una raccomandazione: non siate mai conigli!!

Anni di campionati di calcio professionistico mi hanno confermato la validità dell’imperativo di Caglio, termine al quale tecnici e cronisti hanno sempre dato nuova e graduale veste: dall’impreparazione psicologica, alla remissività, dalla debolezza di personalità alla sudditanza psicologica.

Armando Picchi, anni di trionfi con l’Inter, concluse la sua carriera a Varese: dopo la sconfitta, immeritata, dei biancorossi a Firenze disse tranquillamente: «Oggi ho capito sino in fondo il significato di sudditanza psicologica».
Il mutamento della lettura e del giudizio della gestione arbitrale di una partita da anni ha messo in soffitta molti vecchi schemi e oggi se ne usa uno, molto di moda con gli andazzi nazionali, vale a dire di schema “politico”.

In Roma- Milan di ieri sera (domenica 3 febbraio; 1-1 il risultato finale) sia chi fischiava in campo, Maresca, sia Calvarese addetto alla Var, in alcune situazioni che avrebbero potuto rievocare vecchie valutazioni sono intervenuti o non hanno fatto una piega proprio con stile politico.
La Roma sta attraversando un momento di difficoltà e se avesse perso sarebbero stati guai seri, il Milan è una discreta squadra, niente di più, e come tale non cara agli dei come un tempo. Insomma i silenzi dell’arbitro e della Var hanno salvato la Roma. Come a dire che c’è stata una complessiva direzione “politica”.

Alla politica, non solo arbitrale, la Milano calcistica offre da anni il fianco e purtroppo lo fa essendo la vera capitale d’Italia nella maggior parte dei settori di attività. Milano non conta nulla anche nei palazzi arbitrali che non vedono più un fischietto meneghino in serie A forse dai tempi di…. Campanati.
Roma e Milan hanno pareggiato, alla fine il risultato non è stato un danno, hanno perso invece i vertici arbitrali, specializzati nel giustificare tutti gli errori dei loro amministrati. È vero che la formazione di un arbitro è lunga e non facile, ma oggi il silenzio assoluto in un mondo che vive di comunicazione giova molto meno di quanto si possa pensare. E così solo quando il ricordo degli errori di Roma si sarà affievolito forse sapremo se i due arbitri avranno o meno pagato il loro debito alla equità e alla cultura calcistica.

L’arbitraggio di Roma-Milan ha avuto diverse letture: irruenti quelle di diverse tv locali lombarde che hanno duramente legnato i due fischietti, molto equilibrata quella dei giornali, Gazzetta in testa. Deludente, triste addirittura quella di Rai 2 nuovo formato, un pianto rispetto al suo grande passato. Il tempo di vedere il filmato, un inno alla Roma debordante, nessuna notizia sulla cecità degli arbitri; silenzio pure nei commenti di rara banalità da parte di intramontabili del calcio. Che tristezza! Può darsi che più tardi si sia rimediato alla grave disinformazione, non lo so perché ho cambiato programma. Sky è davvero un altro mondo.

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Pubblicato il 04 febbraio 2019
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