Cazzaniga al pm:”Le rsa mandano gli ospiti in fin di vita a morire in Pronto Soccorso”

All'ex-medico del Pronto Soccorso di Saronno vengono contestate 12 morti in corsia per uso massiccio di farmaci anestetici e 3 morti tra i familiari di Laura Taroni: "Alleviavo la sofferenza di persone che stavano per morire"

leonardo cazzaniga

È il giorno del dottor Leonardo Cazzaniga al processo in Corte d’Assiseche lo vede imputato per 15 omicidi dei quali 12 sarebbero stati commessi nel Pronto Soccorso dell’ospedale di Saronno e 3 tra i familiari di Laura Taroni, già condannata a 30 anni per l’omicidio del marito e della madre.

L’ex-medico del nosocomio saronnese si è sottoposto all’esame da parte dell’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore Cristina Ria e dal procuratore capo Gianluigi Fontana. Un fuoco di fila di domande che è partito dalle origini della sua professione per poi arrivare ai rapporti coi medici e gli infermieri del reparto di urgenza dove ha lavorato praticamente in modo ininterrotto (con una sola breve parentesi di 3 mesi) dal 1987 al momento del suo arresto avvenuto il 29 novembre 2016. Quasi 30 anni di carriera nello stesso ospedale e nello stesso reparto, chiusi nel peggiore dei modi.

«Nego di aver accelerato la morte dei pazienti. Le somministrazioni di farmaci come propofol, midazolam o morfina erano finalizzate solo ed esclusivamente all’alleviamento delle sofferenze di pazienti ormai giunti alla fase terminale». Così si difende Cazzaniga di fronte alle contestazioni dell’accusa che ha passato in rassegna tutti i verbali di Pronto Soccorso dai quali emerge la regolare somministrazione di quantitativi di farmaci anestetici in dosi dalle 3 alle 8 volte superiori alle quantità riportate nelle tabelle delle linee guida per quei casi.

Cazzaniga rigetta ogni accusa, si definisce «sensibile alla sofferenza dei pazienti in fase terminale» ma non è chiaro se la sua è una sensibilità troppo sviluppata o piuttosto un disturbo che pensava di eliminare avvicinando il paziente alla morte, accorciandogli sì la sofferenza ma anche la speranza di vita. 

Spesso si tradisce, soprattutto quando paragona la sua azione a quella che viene praticata in un’hospice «Anche lì si accelera la morte delle persone. Solo che in un pronto soccorso il tempo è misurato in ore e minuti mentre in un’hospice si parla di giorni e mesi». L’imputato si toglie poi qualche sassolino dalle scarpe, soprattutto nei confonti delle Rsa: «Mandano gli ospiti in fin di vita a morire in Pronto Soccorso per una questione di immagine».

Il medico spiega il perchè di quelli dosi massicce di farmaci: «Al Pronto Soccorso non c’erano linee guida sulla terapia del dolore o sulle cure palliative. Le quantità indicate nei verbali non corrispondono sempre a quanto veniva in realtà somministrato perchè era prassi comune non scrivere quando una somministrazione veniva interrotta, tranne in alcuni casi» – e contesta le consulenze della Procura – «Tutte le relazioni dei consulenti non tengono in considerazione la modalità di somministrazione e cioè tramite infusione lenta o normale. Questo cambia anche gli effetti sul paziente». Quando però il pm Ria chiede se era a conoscenza del rischio morte del paziente Cazzaniga definisce l’evento come «un possibile effetto collaterale di cui ero a conoscenza».

L’accusa punta anche al modo in cui Cazzaniga si rapportava con i colleghi e con infermieri e oss: «Con i colleghi ho cominciato ad avere problemi dopo che il gruppo storico si è sfaldato nel 2005 – spiega – con alcuni dei nuovi, come la dottoressa Soldavini, la quale era innamorata di me ma, non trovando corrispondenza, è entrata in contrasto costante».

Definisce alcune infermiere delle “minus habens”, si un’altra traccia anche un profilo psichiatrico “al limite del disturbo border line della personalità, una psicopatica”, la Leto (sua grande accusatrice) è una “oppositrice” e ammette di aver dato della trans ad una operatrice socio sanitaria così come molti insulti che sono stati riportati nelle scorse udienze: «Ammetto di poter risultare sgradevole sul lavoro» – ha ammesso il medico che ha anche confessato uno schiaffo sul sedere di un’operatrice del 118 ma alla domanda sul perchè lo avesse fatto risponde in maniera disarmante: «Non lo so. L’ho fatto e basta».

Il suo rapporto con le benzodiazepine, delle quale faceva abuso, emerge chiaramente: «Ne faccio uso da 30 anni in maniera autonoma ed è vero che le prelevavo dall’armadietto dei medicinali del Pronto Soccorso. Sapevo che era vietato ma è prassi comune. Ho anche usato psicofarmaci per un periodo, ma ero seguito da uno psicologo».

Durante l’udienza di questa mattina, durata oltre 6 ore, sono stati sviscerati tutti i casi di decesso in pronto soccorso.

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 11 marzo 2019
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