Otto anni in balia del marito imposto dalla famiglia: botte, insulti e violenze sessuali

La giovane ha trovato il coraggio di rompere la catena fatta di violenza che la univa al marito. Il racconto in un aula del tribunale di Busto: "Non volevo deludere i miei"

tribunale busto arsizio

Per 8 anni è stata un oggetto nelle mani di un marito imposto dalla famiglia e lei, una giovane donna albanese venuta in Italia con il sogno di una vita migliore, non si è quasi mai ribellata per paura di dare un dispiacere ai suoi genitori. Loro avevano deciso per lei, ma per anni erano rimasti all’oscuro del fatto che quell’uomo  la picchiasse tutti i giorni.

La vicenda risale al marzo del 2017 quando, dopo anni di maltrattamenti e di violenze, la ragazza (che chiameremo Maria) ha deciso di ribellarsi, aiutata da un fratello che si era piazzato in casa della coppia per fermare le violenze del marito e da una vicina di casa che per anni è stata accanto alla vittima.

Il racconto della donna in aula è stato straziante. Interrogata dal pubblico ministero che aveva condotto le indagini, Nadia Alessandra Calcaterra (foto sotto), davanti al collegio giudicante presieduto dal giudice Rossella Ferrazzi, ha ripercorso le tappe di un calvario durante il quale ha anche avuto due figli.

«La sua violenza cresceva col passare degli anni – ha raccontato – spesso era ubriaco, controllava la mia vita perchè era molto geloso. Non voleva che lavorassi, non potevo vestirmi come volevo, mi lavavo quando lui non c’era perchè sosteneva che lo facessi perchè avevo qualche amante segreto».

Prima il controllo, poi gli insulti e infine le botte: «Mi picchiava sempre in parti del corpo non visibili, mi strappava i capelli, mi picchiava spesso sulla testa, quasi mai in faccia. Usava le mani e a volte anche i piedi, con indosso le scarpe da lavoro con la suola grossa». Il suo racconto si interrompe spesso perchè i ricordi la lacerano ancora, nonostante non lo veda più da oltre un anno e viva in una comunità protetta con i figli.

nadia calcaterra

Le cose sono andate avanti così per 5 lunghi anni, fino al 2013 quando decise di rivelare quello che succedeva ai familiari: «Per anni non dissi niente alla mia famiglia perchè avevo paura che rimanessero delusi da me – spiega – poi, finalmente, riuscii ad ottenere una riunione di famiglia nella quale provai a fermare questa spirale di violenza».

Dopo quella riunione le cose peggiorarono, la violenza era sempre di più e per altri 4 anni Maria fu costretta a vivere nel terrore, nel dolore e nella povertà perchè il marito, nel frattempo, era rimasto senza lavoro: «Scaricava su di me tutte le sue tensioni. Litigava con un amico e picchiava me, non trovava lavoro e picchiava me. Una volta rimasi in casa a letto un mese intero con una spalla lussata perchè non potevo nemmeno andare in ospedale. Temeva che i medici potessero capire qualcosa e denunciare le violenze. Quando cominciai a ribellarmi, dicendo che volevo separarmi, mi minacciò dicendo: se la barca affonda, voi affondate con la barca».

Negli ultimi mesi prima della denuncia, di fronte alle difficoltà economiche sempre più pressanti,  Maria riesce a trovare un lavoro in un locale ma lui ogni sera, al suo ritorno, le strappava i vestiti di dosso e la costringeva a stare nuda, oppure la violentava o la picchiava.

Giunta al culmine della disperazione e dopo l’ennesimo pestaggio, decise di chiudere con quella vita e di denunciare. Oggi può finalmente sfoggiare con orgoglio i suoi bei capelli e può sorridere ai suoi bambini senza sentire il dolore alla testa che la accompagnava sempre, quando lui decideva di sfogare la sua rabbia su di lei.

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 04 aprile 2019
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