Il palazzo dei “fiori di loto” sospeso fra storia e lago

Il Verbania svelato da chi ne ha curato l’allestimento a due giorni dall’apertura. «Un luogo dell’anima»

Avarie

Risotto guarnito alla milanese, roastbeef e fricandò alla giardiniera. Tacchino e prosciutto freddi. Insalata verde, dessert e caffè. Vini: Chianti e Champagne”.

Ecco cosa mangiavano i “signori” a inizio Novecento, eccolo qui, il menù del 17 maggio del 1906 degustato dai viaggiatori alla scoperta del Belpaese di passaggio dal Lago Maggiore per il pranzo in posti dai nomi che ricordano i miti della Belle Époque.

Il Kursaal, oggi Palazzo Verbania, era uno di questi (ma il menù era del Simplon, il palazzo di fronte). E oggi uno spicchio di antropologia culturale di un secolo fa viene a galla in uno dei tanti particolari curati nell’allestimento del “Palazzo di cultura” come lo intende il sindaco, che dopodomani verrà aperto al pubblico.

Minute vetrinette al pian terreno che ricordano fasti di un pasto d’altri tempi e la prigionia in nord Africa di uno dei tre protagonisti del palazzo: Vittorio Sereni, prigioniero di guerra nell’ultimo conflitto mondiale fra Marocco e Algeria. Anche il suo taccuino, e la sua stilografica sono lì, in bella mostra. Anche gli altri due interpreti di Palazzo Verbania sono presenti, a poca distanza. C’è lo sguardo un po’ severo di Piero Chiara. C’è il tratto fiero e sornione dei dipinti di Franco Rognoni, luinese d’adozione sotto il segno del 1913, proprio come gli altri due intellettuali e amici: la sua mostra, Terrazze, riprende il leitmotiv dell’intero palazzo, gioco di terrazze e luci.

Al mercato di ieri, mercoledì, si dice che diversi turisti tedeschi brigassero per entrare, tanto curiosi da far comprendere quale sia l’attesa del vedere, e del voler in qualche modo vivere un palazzo zeppo di storia, a partire da quel forte chiarore che l’autore del Piatto piange ben descriveva nei suoi romanzi riferendosi a questo posto: luce ancor oggi percepibile all’ingresso del piano terra come un lungo corridoio che si staglia fra le porte a vetri e le trasparenze delle vetrate della grande sala conferenze. E poi il lago.

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Particolari volumetrici gestiti dall’architetto Patrizia Buzzi e autentiche chicche legate all’allestimento, curato dalla giornalista ed esperta d’arte Chiara Gatti e dallo storico Federico Crimi (nella foto), trovati intenti a sistemare gli ultimi dettagli ma che hanno ricavato il tempo per una rapida preview delle sale, giovedì mattina.

«L’allestimento è durato nove mesi. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti», spiega Chiara Gatti. «Si è trattato di un lavoro a cui abbiamo riservato grande attenzione, soprattutto per lo studio del logo (un fior di loto stilizzato ndr), le segnaletiche, gli arredi. L’obiettivo era quello di ricercare un effetto museale, senza però appesantire il contesto».

L’edificio sarà aperto al pubblico: chiunque potrà venire a bersi un caffè o a leggersi un libro godendosi il lago e il panorama che si affaccia sulle Prealpi piemontesi, e forse riuscire ad annusare, sdraiato su di una chaise longue, quello che uno dei personaggi del romanziere luinese sentiva sotto forma di un certo profumo provenente da chissà dove; o ancora, arrivata sera godersi l’attimo in cui «Più non sai dove il lago finisca», come scriveva Sereni.
Il grande poeta lo si ritrova dappertutto. Ma è al piano superiore dove sono custoditi gli archivi di lettere e corrispondenze che c’è una parte importante di Vittorio Sereni, cioè il suo studio con libreria, scrivania e macchina da scrivere così com’erano nello studiolo milanese nel palazzo di via Paravia dove l’autore visse a partire dalla fine degli anni Sessanta.

Come si sta all’ultimo piano del Verbania, tra libri e inediti? 
«È un posto meraviglioso. Un luogo dell’anima», dicono gli allestitori. Una sensazione presto alla portata di tutti.

Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

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Pubblicato il 16 Maggio 2019
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