Arrigo Sacchi al Maga: «Da signor nessuno alla migliore squadra di sempre»

L'ex allenatore del Milan e della Nazionale ha presentato il suo nuovo libro al Maga. «Abbiamo cambiato il calcio in Italia e in Europa. In Italia l'unico obiettivo è vincere, il resto non conta nulla. Sarri alla Juve? Giusto così, è un professionista»

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«Una volta Mark Hughes, grande calciatore del Manchester United, mi disse: se il campo di calcio fosse lungo due chilometri, voi italiani stareste comunque negli ultimi 20 metri. È anche per questo che il mio Milan stupì il mondo, oltre a rivoluzionare il calcio». Tanti sono stati gli aneddoti raccontati da Arrigo Sacchi al museo Maga.

Insieme al giornalista della Gazzetta dello Sport Luigi Garlando e a Federico Delpiano, l’allenatore di Fusignano ha presentato il suo ultimo libro ‘La coppa degli immortali’ (edito da Baldini+Castoldi) che narra la cavalcata del Milan verso la conquista della Coppa dei Campioni del 1989, esattamente 30 anni fa. Per l’evento, che ha avuto il patrocinio del comune di Gallarate («Glielo concedo volentieri, anche se sono interista», ha affermato scherzando il sindaco Cassani) erano presenti l’assessore Claudia Mazzetti, Massimo Palazzi e la vicesindaca Francesca Caruso.

«Eravamo veramente una grande squadra», racconta Sacchi. «Ma senza il duro lavoro non avremmo combinato niente. E ce ne volle di tempo prima che i giocatori si adattassero ai miei allenamenti: quando diventai l’allenatore del Milan (nella stagione 1987/88, ndr), dissi al preparatore atletico di ridurre i carichi di lavoro del 20% rispetto agli allenamenti che facevamo al Parma. Altrimenti si sarebbero spaventati». L’inizio al Milan non fu facile. Alessandro Costacurta, bandiera del Milan di Sacchi – e originario di Jerago con Orago – disse: «Questo dura due mesi». Ma con il tempo, la pazienza e la convinzione nelle proprie idee conquistò i giocatori e vinse tutto. «Era così convinto delle sue idee che alla fine ci convinse tutti», ha dichiarato Carlo Ancelotti.

Anche l’aneddoto sull’acquisto di Ancelotti è curioso: «I nostri medici riscontrarono il 20 di inabilità – spiega l’allenatore romagnolo – del resto aveva già rotto due menischi e tre crociati. Aveva già 28 anni e nessuno, a partire da Berlusconi, voleva acquistarlo. Ma ero assolutamente convinto e chiamai il presidente all’una di notte, nell’ultimo giorno di mercato. Mi diede retta e lo comprò; è anche grazie ad Ancelotti che quella squadra è ricordata come il Grande Milan, che la UEFA ha premiato come una delle migliori squadre di tutti i tempi».

Il segreto delle vittorie di Sacchi, seppur banale, è sempre stato il duro lavoro. «Una volta van Basten mi disse: “Mister, lavoriamo troppo”. Gli risposi che non ho mai ottenuto tanto lavorando poco. Se siamo rimasti nei cuori dei tifosi, è perché abbiamo dato sempre il massimo». Oltre al duro lavoro, il mantra di Sacchi è, come noto, il bel calcio: «Ho sempre combattuto la mentalità italiana, per cui conta solo il risultato. Per me non è concepibile. Una vittoria meritata è qualcosa di più. Se ancora oggi persone in ogni parte d’Italia mi fermano emozionate e mi chiedono foto, è perché abbiamo dato qualcosa di più di una semplice vittoria».

Garlando nel libro sostiene che «se non avessimo avuto Sacchi, non avremmo avuto il Barcellona di Pep Guardiola o, in Italia, l’Atalanta di Gasperini». «In Italia la concezione del calcio è ancora legata al catenaccio – insiste Sacchi – e alla vittoria a ogni costo. Per questo motivo, durante il mio periodo al Milan, all’estero ci guardavano tutti esterrefatti. Non solo perché facevamo un grande calcio, come abbiamo dimostrato per esempio al Bernabeu, ma anche perché eravamo italiani. Il pressing che facevamo noi, non lo faceva nessuno in Europa, ma in Italia era semplicemente inimmaginabile».

Oltre a qualche aneddoto su Gullit, sul suo coraggio «non sentiva minimamente la pressione; prima delle grandi partite riusciva a tranquillizzare tutti e a strappare un sorriso» e su qualche scambio di battute salaci con Berlusconi «Una volta, prima di una grande partita, eravamo a cena dal presidente che stava parlando delle sue performance sessuali a 55 anni; Gullit si alzò e disse: “Presidente, io con le palle piene non riesco a correre», Sacchi ha infine benedetto l’arrivo di Sarri alla Juventus, che alcuni considerano il suo erede (sono in molti a chiamarlo Arrigo Sarri). Dopo le numerose polemiche delle ultime settimane da parte dei tifosi del Napoli che lo accusano di tradimento, e di alcuni tifosi della Juve che lo accusano per le frasi al vetriolo pronunciate negli anni passati, Sacchi si schiera apertamente dalla parte dell’ex Chelsea: «È un professionista ed è giusto che vada alla Juve. Non vedo nessun problema in ciò. La cosa più importante è che faccia al meglio il suo lavoro. Ne ho parlato a riguardo in un articolo di domani (oggi, ndr) sulla Gazzetta».

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Pubblicato il 19 giugno 2019
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