I fatti delle Bustecche “fra giustizia giacobina e informazione acritica“

L'opinione di Valerio Crugnola a seguito della condanna anche per il reato di tortura dei quattro minori accusati di aver seviziato un coetaneo per un pomeriggio

Avarie

Gentile redazione,

Mi sono casualmente imbattuto negli articoli di VareseNews sul caso dei ragazzi che hanno maltrattato un coetaneo alle Bustecche. Prima mi sono incuriosito, ma con distacco emotivo, come saggezza vuole. Poi mi sono interrogato: su un lontano ricordo personale; sul caso; sulle accuse; sulla condanna; e infine sul linguaggio dei giudici, degli avvocati e dei giornali, incluso il vostro, che leggo con fedeltà e che apprezzo.

Sono figlio dell’epoca di crescita economica e di sviluppo culturale più grande che l’Italia abbia mai conosciuto. Sono cresciuto in una famiglia con un alto livello di istruzione e di acculturazione. Vivevo in un bel quartiere. Studiavo e giocavo. Il corpo e la mente che del corpo è parte ribollivano di ormoni. Volevo sembrare grande. Ma a dodici anni, un pomeriggio dopo l’ora di ginnastica, pensai (pensai?) di nascondermi dietro un cespuglio e lanciai un sasso per attrarre l’attenzione di una compagna di una classe parallela che stava uscendo dalla palestra. Disgraziatamente la colpii sulla testa.. La famiglia della ragazza telefonò alla mia e al preside. Doppia sgridata, un giorno di sospensione e tutto finì li. Non ho mai smesso di vergognarmi per quella sciocchezza.

È evidente che il caso delle Bustecche è incomparabile con quello di un incauto lanciatore.
Un gesto estemporaneo e maldestro per fini stupidi ma innocenti come fu il mio non si può porre sullo stesso piano di una violenza esercitata. Ma non sono interessanti gli atti in sé. Né voglio istituire un confronto improprio per concludere, a titolo di attenuante: “A quell’età succede!”. Non bisogna restare alla superficie delle cose. Dobbiamo evitare di muoverci su quella viscida pelle delle notizie su cui tutti scivoliamo senza fermarci a riflettere e senza essere aiutati a farlo da chi formula le notizie, magari in nome di una legittima, ma inadeguata neutralità informativa, troppo asettica e frettolosa.
A me come ai “ragazzi delle Bustecche” mancavano – nei piccoli o grandi disordini
dell’adolescenza – il senso dell’appropriatezza e della misura dei gesti e una già consolidata esperienza della vita adulta.
Le istituzioni, davanti a questo deficit di ogni adolescenza, devono anzitutto offrire un aiuto o invece ritrarre la mano e magari accanirsi? Devono porsi con duttilità o limitarsi ad applicare norme con puntiglioso accanimento? Dobbiamo costruire dei dispositivi giuridici senza uscita o cercare, anche a cose avvenute, un momento dialogico che prevenga l’impatto devastante dei dispositivi?
Da un ventennio viviamo in una condizione di recessione economica, di impoverimento sociale e culturale e di degrado delle periferie.

I protagonisti del caso sono figli del loro tempo. Nel 1959 c’era un ancoraggio sicuro: l’autorevolezza delle istituzioni scolastiche e del contesto esistenziale. La buona coesione dei pezzi valeva per tutti, per i privilegiati e per gli svantaggiati, E c’era la bussola del buon senso: si riconosceva la necessità, il valore di una clemente severità, di una rigorosa indulgenza per poter offrire una via d’uscita sostenibile alla psiche di un adolescente, Oggi i sistemi educativi sono collassati, il collante esperienziale non tiene più e la bussola è sparita.

Questa saggezza offriva anche un senso della misura. Non sarei mai stato processato per tentato femminicidio, sia pur preterintenzionale. Qui invece si esagera nel formulare le accuse aggrappandosi ai cosiddetti “estremi di legge”. Questa eccedenza di significato rende smisurata la colpa, che finisce con l’essere incommensurabile, non più riportabile al suo contesto extragiudiziario, pregiudiziario e postgiudiziario..Da capi d’accusa smisurati, fattualmente e normativamente giustificabili ma costruiti come dispositivi che non ammettono ragionevoli vie d’uscita, conseguono pene, e relativi dispositivi, non meno smisurate.

Come possiamo trattenere dei minorenni costretti dietro le sbarre o entro le barriere di una comunità di riabilitazione? Associo sempre l’idea che sussistano spazi configurati per “rieducare” alla “didattica politica” dell’epoca sovietica. Da un punto di vista controfattuale gli spazi detentivi difficilmente riabilitano alla vita civile e anzi favoriscono l’incistarsi e l’estendersi dei comportamenti anomici. C’è una marea di melensa retorica quando facciamo credere di potere recuperare gli adolescenti con la detenzione e con le comunità. Come mai nessun giudice, nessun avvocato, nessun giornalista, nessun governante si preoccupa del rischio, assai più probabile, di poterli perdere dopo averli sottratti al flusso della vita per quattro anni o più?
A tutti è richiesta più delicatezza e meno irruenza lessicale, a partire dal lessico giudiziario.

Vedo invece un accanimento penalistico di stile giacobino, che mira ancora a “sorvegliare e punire”. L’Italia vive di finzioni. Qui si finge di tutelare e proteggere, di fare il bene dei minori tutelando nello stesso tempo le vittime. Si pensa che solo la pena possa placare le vittime e “fare giustizia”. Nessuno si preoccupa che dei minori subiscano trattamenti irragionevoli rispetto al contesto in cui si sono manifestati i loro sciagurati comportamenti.

Si vuole immunizzare la società da comportamenti devianti isolando, sottraendo anziché tentare di facilitare al massimo le opportunità di reintegro consapevole nel flusso della vita.
Il papa (lo dico da convinto non credente), ha ragione quando invita a vedere anche nel carnefice una vittima, un soggetto fragile anziché un demone maligno, l’incarnazione della cattiveria. Un magistrato parla di tortura, evoca un reato gravissimo, introdotto in origine per proteggere i cittadini, Caino incluso, dalle violenze spesso impunite erogate da poliziotti e carabinieri grazie a un uso arbitrario della forza soverchiante dello Stato; e nessun giornalista batte ciglio, spende una parola di riflessione critica. Trovo tutto ciò agghiacciante.

C’è un clima di gelida cattiveria che genera comportamenti non ben valutati, come nei riflessi condizionati di Pavlov. L’antibuonismo si è mutato in cattivismo pregiudiziale, e i barlumi di umanità che dovrebbero accompagnare e giustificare l’attività giuridica, a maggior ragione davanti a dei minori, vengono sacrificati alla percezione diffusa che la società oggi pretenda che le pene siano massimizzate perché sono richiesti (dal “popolo” e dalla “gravità di una situazione di emergenza”) dispositivi spietati, durezza, fermezza “senza guardare in faccia nessuno”.

Temo il sadismo di governo. Ma altrettanto temo il sadismo togato. Temo il sadismo delle plebaglie populiste e giustizialiste. Temo lo spirito di vendetta delle vittime. Temo la
superficialità, l’indifferenza e l’abdicazione all’esercizio critico del giornalismo. Non si ghigliottina più: ma lo spirito di Robespierre e di Stalin (Hitler, Mussolini, Franco e Pinochet se ne sbattevano beatamente i cabbasisi di ammantare di moralismo i loro atti persecutori) aleggia sempre. I quattro ragazzi, e la loro vittima, pagheranno per sempre questo
preoccupante mainstream, anche quando (speriamo!) il clima sarà cambiato. Perché vogliamo crocifiggere per sempre dei quattordicenni a una giornata di delirio di gruppo?
Perché una delle più grandi virtù civili che hanno tutelato e arricchito la nostra convivenza, la moderazione, viene così poco utilizzata oggi?

Queste sono le domande che dovrebbero porsi dei giudici, degli avvocati, dei giornalisti e dei lettori pensosi. Il sadismo è sempre estremo e radicale. I suoi danni sono sempre incalcolabili.
La moderazione cerca la misura. E cerca anzitutto la conoscenza, la possibilità di riflettere sulle cose.
Da un giornale chiedo che conduca inchieste. Quali rischi corre oggi l’immaturità
dell’adolescenza? Quali sono i percorsi di socializzazione tra ragazzini tra i 13 e i 15 anni? In quali contesti sociali, culturali e familiari sono cresciuti i cinque protagonisti dell’episodio, i quattro bulli e la loro vittima? I ragazzi, le loro famiglie, i quartieri periferici in cui sono cresciuti hanno ricevuto il meglio dalle varie istituzioni, dai canali formativi informali e dall’habitat?

Chi è preposto a monitorare, seguire e prevenire? Di quali anticorpi disponiamo per aiutare la crescita degli adolescenti in Italia e a Varese? L’amministrazione in carica – non lo dico per piaggeria come membro della maggioranza che la sostiene – ha fatto molto, dopo decenni di totale sciatteria, per ricucire il tessuto sociale, offrire servizi e seguire situazioni difficili.

Ma si è fatto tutto il possibile? Quali sono le carenze? Di quali risorse, di quali strutture, di quale personale e di quale clima generale abbiamo bisogno per affrontare le difficoltà che incontrano gli adolescenti? Come possiamo fare di un territorio una comunità, un contesto di riaccoglienza senza che dei giovani debbano trascorrere quattro anni e più entro perimetri che, facendo i conti dei pregi e dei danni, soprattutto sottraggono loro la vita?


LA RISPOSTA DEL DIRETTORE DI VARESENEWS

Le riflessioni di Valerio sono importanti per diverse ragioni. Hanno uno sguardo sociale e al tempo stesso una cura verso la persona. La sua cultura laica incontra con attenzione le sollecitazioni del Pontefice di fronte a una umanità che a volte pare aver smarrito il senso del vivere prestando attenzione agli ultimi, ai più fragili.
Lui tocca temi complessi e delicati come la cura, l’educazione, la responsabilità e la pena di fronte agli errori commessi.
La vicenda dei cinque ragazzi è pesante e sintomo di un momento storico particolare. Si è svolta in un contesto degradato non solo per chi ha commesso reati gravissimi, ma in generale. Riguarda ragazzini che giocano a fare i grandi senza quasi avere idea che la vita non è un videogioco. Abbiamo avuto la possibilità di vedere filmati che ci hanno lasciato molto amaro in bocca. Una storia che dai fatti è passata alla sentenza di condanna quasi senza alcuna domanda sul che fare, su quali le altre responsabilità. Per questo le riflessioni e le questioni che pone Valerio hanno ancora più valore.
Claudio Merletti, il dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale, nei giorni di quella brutta storia ragionava su quale dovesse essere il ruolo della comunità. In un altro momento parlava del rigore come elemento fondamentale per dare strumenti ai più deboli, ai più fragili. Un rigore che permetta di far comprendere le regole, ma soprattutto aiutare nella crescita. Un cammino dentro una dimensione sociale e non solo dentro una realtà che privilegia le scelte individuali perché soprattutto per gli adolescenti questi significa correre rischi enormi.
La vita ora non può prescindere dalla dimensione social, ma questa non è sinonimo di sociale. Quella e mancante è tantissimo e ora ne vanno di mezzo cinque vite. I quattro condannati, ma anche il quinto che in quel sistema vive.
Le famiglie sono spesso in difficoltà e la trasformazione che viviamo rende sempre più difficile il lavoro delle istituzioni.
Quanto alle pene ha ragione Valerio. Occorre fare molta attenzione perché pensare di risolvere tutto con scelte esemplari anziché dare possibilità di crescita può determinare l’inizio di orrori ulteriori. Non si tratta di premiare chi commette reati, ma nemmeno di pensare che la pena sia la soluzione a ciò che ha portato a quei fatti osceni.

Marco Giovannelli direttore di Varesenews

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 05 luglio 2019
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