Fondi pensione, una parola ormai entrata nel vocabolario degli italiani

Ne parlano tutti, ma pochi prendono provvedimenti. Il tema pensione, soprattutto nel nostro Paese, è un problema che cresce di giorno in giorno, è sotto gli occhi di tutti

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Ne parlano tutti, ma pochi prendono provvedimenti. Il tema pensione, soprattutto nel nostro Paese, è un problema che cresce di giorno in giorno, è sotto gli occhi di tutti. Chi andrà in pensione nei prossimi anni si trova a dover affrontare una età pensionistica sempre in aumento e di un gap salariale (ovvero il rapporto tra il proprio salario mensile e il proprio stipendio pensionistico) sempre evidente. Nasce così l’esigenza di una pensione privata, che per molti è divenuta una necessità.

Nei mesi scorsi, Moneyfarm ha cercato di fare luce su questo argomento di stretta attualità per i consumatori, pubblicando una guida dettagliata sui fondi pensione. Il nostro sistema previdenziale si fonda su tre pilastri: sistema previdenziale pubblico, previdenza sociale e pensione integrativa (i cosiddetti Piani Individuali Pensionistici). Il primo fondamento è obbligatorio: si tratta della pensione a cui contribuisce ciascuno versando contributi, proporzionali al proprio guadagno. Il secondo punto è quello dei fondi chiusi, dedicati ai lavoratori di una data categoria e di una determinata azienda. La partecipazione a questi fondi è commisurata a determinate caratteristiche. La previdenza individuale è il mezzo a cui ricorrono quanti non vogliono optare per un fondo pensionistico chiuso: di questa categoria fanno parte determinati strumenti finanziari o di risparmio. O gli ormai famosi PiP, Piani Individuali Pensionistici.

Nello specifico, cosa è la pensione? Altro non si tratta che di un frutto di contribuzione che il lavoratore versa, anche tramite il proprio datore di lavoro, al proprio ente previdenziale, pubblico o privato che sia. I contributi di primo pilastro vanno ad integrarsi a quelli eventuali privati. La scelta di contribuire tramite un fondo pensione integrativo è a discrezione del lavoratore, che costruisce la propria stabilità tramite le decisioni di risparmio. Il fondo pensione è uno degli strumenti per la propria pensione privata. Un investimento, nient’altro. A differenza del Pip l’adesione può essere non solo individuale, ma anche effettuata a livello di azienda, qualora il datore di lavoro raggiungesse un accordo.

Le prestazioni possono essere erogate secondo tre modi: rendita al 100%, nel qual caso la pensione viene erogata completamente alla rendita dell’individuo; oppure il lavoratore può scegliere di ricevere fino al 50% di quanto accumulato in capitale al momento del raggiungimento dell’età pensionabile mentre la parte restante andrà a sostituire la rendita; il lavoratore può convertire il 100% del fondo in capitale quando il 70% del montante garantirebbe una rendita inferiore alla metà dell’assegno sociale INPS. La rendita è risultato da un calcolo di coefficienti in conversione aggiornati continuamente e basati su parametri quali l’andamento demografico, l’aspettativa di vita, l’età ed il sesso del lavoratore.

Un fondo pensione integrativo può essere riscattato tramite l’anticipazione, chiesto sulle somme maturate, e investendo così nuovamente quanto percepito tutte le volte che si vuole. In tre casi si può chiedere la anticipazione: per spese sanitarie in situazioni gravi riguardanti sé, il coniuge o i figli. In questo caso è sempre possibile richiedere fino al 75% del capitale. Per l’acquisto o ristrutturazione prima casa propria o dei figli. Si può richiedere fino al 75% del maturato fino a 8 anni. O, infine, in ogni caso dopo 8 anni è possibile richiedere fino al 30% del capitale maturato senza fornire alcuna particolare giustificazione.

E per la tassazione? Se l’anticipo riguarda spese sanitarie per interventi o terapie, a partire dal 1° gennaio 2007, è prevista una ritenuta a titolo di imposta del 15%, che si riduce a seconda dell’anzianità di partecipazione al sistema previdenziale che, se supera i 15 anni, vede l’aliquota diminuire dello 0,30% per ogni anno di successiva partecipazione, fino al limite massimo di riduzione pari a 6 punti percentuali. Con 35 anni di partecipazione l’aliquota scende quindi al 9%. Ma non solo anticipazioni: è possibile chiedere anche un riscatto dei propri investimenti, chiedendo cioè un rimborso totale o parziale, di quanto maturato fino al momento della richiesta.

Per casi di disoccupazione o in caso di mobilità o cassa integrazione, per un periodo di tempo non inferiore a 12 mesi e non superiore a 48 mesi, è possibile chiedere il riscatto del 50% del montante maturato. Per inoccupazione superiore a 48 mesi è possibile chiedere il riscatto totale. Che si chiede in caso di invalidità permanente, ovvero capace di ridurre la capacità lavorativa a meno di un terzo è possibile chiedere il riscatto totale. In caso di morte del lavoratore prima che abbia maturato il diritto alla pensione, gli Eredi o i Beneficiari possono chiedere il riscatto totale.

Nei casi previsti dallo statuto e dal regolamento della forma pensionistica, quando il Lavoratore perde i requisiti previsti per partecipare, è possibile chiedere il riscatto totale. Per il riscatto, dal 1° gennaio 2007, è prevista una ritenuta a titolo d’imposta del 15%; tale percentuale si riduce a seconda dell’anzianità di partecipazione al sistema della previdenziale; se questa è superiore a quindici anni, l’aliquota diminuisce dello 0,30% per ogni anno di successiva partecipazione, fino al limite massimo di riduzione pari a 6 punti percentuali. Con 35 anni di partecipazione l’aliquota scende quindi al 9%. Per le anticipazioni richieste per acquisto o ristrutturazione della prima casa di abitazione per sé e per i figli o per motivi diversi, l’aliquota è al 23%.

Un argomento su cui approfondire sempre più, almeno in Italia, ormai in regime di Quota 100, la misura fortemente voluta dall’ex Esecutivo a trazione grillo-leghista. Il sistema pensionistico italiano, difatti, scricchiola sotto il peso di Quota 100, che prevede l’età pensionistica a 62 anni con 38 di contributi versati. È stato stimato che, nei prossimi diciotto anni, dal 2019 al 2038, il conto complessivo della misura potrebbe toccare quota 63 miliardi di euro, con un esborso di quasi 9 miliardi nel prossimo biennio. Fino al 2026 si potrà andare in pensione con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne attraverso, però, una finestra mobile di tre mesi. Queste età sarebbero dovute crescere lo scorso anno al pari dell’aspettativa di vita. Il governo, invece, le ha bloccate.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 settembre 2019
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