Il primo astronauta italiano all’Insubria: “Prendiamoci cura dell’atmosfera”

Franco Malerba è intervenuto mercoledì 16 ottobre in videoconferenza al primo incontro della rassegna “Scienza e fantascienza - Cosa resta della Luna” all’Università dell’Insubria

Generico 2018

A mezzo secolo di distanza il primo sbarco dell’uomo sulla Luna è ancora in grado di emozionare, ma cosa ha significato quella avventura straordinaria per la nostra specie e cosa invece possiamo ricavarne oggi? “Cosa resta della Luna” è infatti la domanda che ha ispirato il tema dell’edizione 2019 della rassegna “Scienza e fantascienza” organizzata da Paolo Musso, docente di Filosofia della scienza all’Università dell’Insubria.

Mercoledì 16 ottobre si è tenuta la prima conferenza, che ha visto la partecipazione del giornalista scientifico Fabio Pagan, del segretario generale uscente della International Astronomical Union Piero Benvenuti e della scrittrice Rita Carla Francesca Monticelli. Ospite d’onore  dell’incontro l’astronauta Franco Malerba, il primo italiano a volare nello spazio, che si è collegato in videoconferenza da Parigi.

L’incontro si è concentrato sul tema dell’esplorazione spaziale. Dalle missioni che hanno portato i primi uomini sulla Luna si è passati ai progetti futuri su cui scienziati e ingegneri stanno lavorando.

«Nel 1961 – ha raccontato Fabio Pagan – il presidente Kennedy diceva al Congresso che entro quella decade gli Stati Uniti sarebbero andati sulla Luna, ma all’epoca gli americani non avevano neppure mandato un uomo in orbita intorno alla Terra. In otto anni sono però riusciti a studiare i piani, a realizzare le tecnologie necessarie e con l’Apollo 11 nel 1969 tre astronauti per la prima volta sbarcarono sul nostro satellite. Ironia della sorte, fu il presidente Nixon e non Kennedy a poter vedere l’allunaggio».

«Lo sbarco sulla Luna – ha aggiunto Piero Benvenuti – è stata un’impresa straordinaria, che ha permesso di sviluppare tecnologie necessarie per le esplorazioni spaziali, ma dal punto di vista scientifico non ha fornito molte informazioni. Gli Stati Uniti portarono avanti questo progetto soprattutto per dimostrare la loro superiorità tecnologica nei confronti dell’Unione Sovietica».

Ciò che incuriosisce gli scienziati di questo secolo molto più della Luna è infatti Marte, l’unico pianeta nel Sistema Solare che potrebbe ospitare la vita. Le strumentazioni dei robot inviati sulla sua superficie hanno rilevato del metano. I gas su Marte si disperdono rapidamente e la presenza di metano significa che esiste qualcosa che lo emana continuamente. Quel qualcosa potrebbe essere una faglia tettonica simile a quelle terrestri o i processi vitali di alcuni batteri.

«Una missione di colonizzazione su Marte – ha spiegato Franco Malerba – costerebbe 1000 miliardi di dollari. Sarà necessario proteggere gli astronauti dalle radiazioni solari per tutti i sei mesi richiesti per il viaggio. Bisognerà inoltre trovare un modo per impedire l’indebolimento dei coloni a causa dell’assenza di gravità. Per questo problema si potrebbe sfruttare l’accelerazione centrifuga sviluppata da una navicella che ruota su se stessa».

«Alcuni miei colleghi – ha poi aggiunto l’astronauta – sono convinti che l’uomo sarà destinato a portare il suo Dna in tutto l’Universo. Io su questo argomento sono più moderato. Affacciandosi dallo spazio si vede la fascia dell’atmosfera che circonda la Terra. È sottile ed è tra le cose che garantiscono di vivere così bene sul nostro pianeta. Prendiamocene cura, prima di riporre speranze nella scoperta di nuovi pianeti».

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Pubblicato il 17 Ottobre 2019
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