Dal mondo e da Gallarate: Yamamay guarda al futuro, oltre l’e-commerce

Internazionalità, franchising, fast fashion, Asia e canali social sono le parole chiave della strategia imprenditoriale dell'azienda, che in occasione del Pmi Day 2019 ha aperto le porte della sua azienda agli studenti di terza media

Pmi day 2019 Yamamay

Gallarate è la patria dell’industria tessile. E lo sapevano bene Gianluigi Cimmino ed il padre (Luciano) quando, nel 2001, hanno fondato Yamamay, puntando su prodotti di intimo e lingerie fast fashion, guardando al modello americano di Victoria’s Secret. Il tutto grazie ad una famiglia di Samarate, Garda, con una vocazione prettamente industriale.

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Yamamay apre le porte agli studenti di terza media nel Pmi day 2019 4 di 11

«I Cimmino hanno dato avvio al marchio tre giorni dopo l’11 settembre del 2001: pensare di dar vita ad un nuovo marchio industriale a tre giorni dall’ “anno zero”, quando per molti il mondo era cambiato per sempre, era molto difficile e coraggioso», raccontano l’amministratore delegato Paolo Masciandaro e Silvia Belloni alla classe della scuola secondaria “Luigi Majno”, ospitata dall’azienda in occasione del Pmi Day 2019.

«Dieci anni dopo, – continua Masciandaro – dall’incontro della famiglia Cimmino con i Carlino, nasce Pianoforte Group, che comprende Yamamay, Carpisa e Jaked (marca di abbigliamento tecnico sportivo, ndr). Il gruppo è nato per mettere insieme a fattor comune le risorse umane». Il modello di business è il retail (la gestione dei negozi) con affiliazione commerciale, quindi in franchising, che frutta al gruppo un fatturato di 350 milioni di euro.

Grazie a Pianoforte Group l’azienda ha registrato un aumento della competitività e un respiro internazionale: «Siamo presenti in oltre quaranta paesi del mondo, con un 20% di presenza all’estero», una percentuale che – svela l’amministratore – nel prossimo futuro si punta ad aumentare fino al 30-40%. «Noi, però, già lavoriamo molto con l’estero perché qui, a Gallarate, non fabbrichiamo il prodotto», svela il direttore, «le nostre sedi di produzione sono nell’Est asiatico, scelto per la sua tradizione tessile millenaria: e quindi Cina, Bangladesh, India, Vietnam e Sri Lanka». Alcune sedi sono, poi, in Albania e Marocco. «Queste aziende sono terze parti che ci vendono il prodotto e noi di Yamamay lo compriamo»: non si tratta, quindi, di un’azienda manifatturiera tessile in senso stretto, «anche perché, tranne forse la primissima collezione, non abbiamo mai avuto una produzione artigianale: i nostri prodotti sono assemblati per l’80% da macchinari,  affiancati dall’attenta supervisione umana».

I ragazzi di terza media, guidati da Silvia Belloni, hanno incontrato gli impiegati nel settore di controllo alla qualità. L’ingegnere Omar Esseghaier, responsabile del reparto, ha illustrato e spiegato agli studenti come, insieme alle sue colleghe, controllino i capi inviati dalle agenzie di paesi come Sri Lanka e Bangladesh, per accertarsi della loro qualità e resistenza. Il team si occupa anche della gestione dei resi e delle varie contestazioni dei clienti, ponendosi sempre sulla via del compromesso cercando di venire – laddove possibile – incontro al cliente.

Nell’azienda gallaratese lavorano in totale 200 persone, tra designer, modelliste, product manager, quality manager, i gruppi di ricerca e sviluppo e tanto altro. Un grosso appoggio per l’azienda è rappresentato certamente dai testimonial (i più celebri ora sono Cristiano Ronaldo e la compagna Georgina Rodriguez), ma molto del lavoro di comunicazione e pubblicità è ormai assorbito dalle blogger ed influencer, che fanno galoppare il marchio sui canali social come Instagram e Facebook.

Ma quali sono le figure professionali più ricercate? «Sicuramente tutte quelle che rientrano nel commerciale, quindi dal sales assistant a delle figure meno junior. Si tratta per di un sistema caratterizzate da un grosso turn over e molto competitivo, capita quindi raramente di avere delle commesse “storiche” e fedeli, anche se qualcuna l’abbiamo. Poi, da commesse, spesso scalano di posizione arrivando a diventare store manager, area manager e direttore commerciale», risponde Masciandaro. «Sulla parte del commerciale, lo confesso, facciamo sempre fatica a trovare del personale veramente motivato: anni fa mi occupavo io stesso dei colloqui a giovani diplomati e laureati, ma faticavo a ritrovarmi nel loro carattere e nel loro approccio al lavoro: molti di loro mi sembravano svogliati. Manca proprio la qualità». Ma, continua a spiegare l’amministratore delegato, «quando si trova il ragazzo ben motivato, curioso e desideroso di mettersi alla prova siamo soddisfatti». «L’altra figura che si fatica a trovare, nella parte tecnica, è quella delle modelliste, a causa della sempre più scarsa e carente specializzazione».

Dunque, quali sfide del futuro si prospettano per l’azienda? «Sicuramente una vocazione ancora più internazionale di quanto non lo sia ora; e poi l’omnicanalità, perché ormai il modello e-commerce è ritenuto preistorico: miriamo a fare tutto con lo smartphone, adeguandoci soprattutto al nostro target di riferimento, che è giovanile», risponde Masciandaro. «Inoltre, il concetto del negozio fisico è diventato sempre più labile, contano molto di più le presenze sui canali social e digitali».

di nicole.erbetti@gmail.com
Pubblicato il 13 novembre 2019
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