Gli incendi di domani? “Prepariamoci ad eventi sempre più estremi”

Il cambiamento climatico "soffia" anche sul rischio di incendi: "Dobbiamo lavorare d'anticipo con interventi su boschi e infrastrutture"

L'incendio sulla Martica

Nel migliore dei casi sarà dell’8%, nel peggiore del 23%. È questo l’aumento delle superfici interessate da incendi che si aspettano gli esperti da qui al 2050. Il dato è stato presentato da Giorgio Vacchiano, ricercatore e professore all’Università Statale di Milano, durante un convegno organizzato dal Parco del Campo dei Fiori e profetizza un futuro non certo roseo caratterizzato da un mix esplosivo: temperature sempre più elevate, lunghi periodi di siccità e cambiamenti delle specie vegetali.

«Noi possiamo fare ben poco dal punto di vista del cambiamento climatico ma possiamo lavorare sulla prevenzione della gestione forestale, partendo dal fatto che oggi solo il 18% delle foreste rientra in accordi di gestione» spiega Vacchiano. Il ricercatore ha passato al setaccio l’andamento degli incendi dagli anni ’70 ad oggi accorgendosi che «fino agli anno ’90 noi abbiamo avuto grossi roghi dovuti allo spopolamento dei territori. Poi qualcosa è cambiato e ci sono stati grossi investimenti sia in mezzi che in prevenzione che hanno dato ottimi frutti». Nell’ultimo decennio quindi la tendenza è stata quella di incendi sempre meno estesi «intervallati però da annate eccezionali, assolutamente fuori scala, con quantità di ettari bruciati che vanno a recuperare tutto quello che è stato risparmiato negli anni precedenti».

L’ultimo annus horribilis è stato il 2017, quello appunto dell’incendio sul Campo dei Fiori. «In quelle circostanze in Italia abbiamo avuto l’incendio più grande mai registrato sulle Alpi, con i 4.200 ettari bruciati in Val Susa -continua Giorgio Vacchiano- perchè si sono verificate tutte contemporaneamente delle circostanze estreme». La prima si chiama corrente a getto e le sue anomalie causano lunghi periodi di caldo, secco e siccità che «stanno diventando orami una costante in queste circostanze eccezionali». A questo nel 2017 si è aggiunto un altro fenomeno naturale un po’ più noto: il föhn, quel vento caldo che soffia da nord «e che è in grado di ridurre sensibilmente l’umidità di quello che consideriamo il combustibile degli incendi, quindi aghi, foglie e rami secchi». Il risultato di questo combinato disposto è quello che tutti abbiamo nella memoria e che ancora oggi presenta il conto.

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Ma in futuro questo ricordo potrebbe venire a ripresentarsi molto prima di quanto non ci si possa pensare. «Per capire cosa possiamo aspettarci basta considerare quello che è successo in passato: la temperatura media di Varese è cresciuta di più di 2 gradi in 50 anni, le ondate di calore sono sempre più lunghe e le precipitazioni sempre più concentrate in pochi giorni. Tutto questo andrà ad acuirsi e quindi dobbiamo agire fin da subito». Secondo Vacchiano «oltre ai grandi investimenti, che servono e sono importanti, ancora più fondamentale è lavorare di anticipo con azioni di “selvicoltura preventiva” e analisi delle zone più vulnerabili per anticipare e arginare danni che rischiano di essere ben peggiori». Tradotto: «Bisogna realizzare o ripristinare strade che possano fungere da linea tagliafuoco e che permettano agli operatori di intervenire più velocemente per fermare le fiamme» o ancora «sfoltire parti di bosco per rallentare le fiamme e impedir loro di raggiungere le chiome». Un progetto, quest’ultimo, che sul versante sud del Campo dei Fiori potrebbe diventare presto realtà con l’espansione del Consorzio Castanicoltori.

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di marco.corso@varesenews.it
Pubblicato il 27 novembre 2019
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