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“L’entusiasmo dei Roosters campioni contagiò la nazionale. E fu medaglia d’oro”

Sandro De Pol fu uno dei tre giocatori di Varese che conquistarono l'europeo '99, difendendo anche su un giovane Nowitzki. «Meneghin fu l'uomo chiave a livello morale». Sabato 9 novembre a Varese la proiezione del docu-film che racconta quell'impresa

sandro de pol

Sabato 9 novembre alle 20,30 – nell’ambito del festival Glocal – alle Ville Ponti di Varese sarà proiettato il docu-film “Parigi 1999 – Vent’anni dopo” dedicato all’ultima vittoria dell’Italia agli Europei di basket. In vista della serata, che sarà accompagnata da un talk show con gli autori Alessandro Mamoli e Simone Raso e con alcuni protagonisti di allora, abbiamo intervistato Alessandro De Pol, uno dei tre Roosters (con Meneghin e Galanda, oltre al fisioterapista Sandro Galleani) che facevano parte di quella Nazionale. Per prenotare il vostro posto gratuito in sala per sabato 9, CLICCATE QUI.

Triestino purosangue, Sandro De Pol detto “Manera” (mannaia, per la sua… delicatezza in difesa!) è un giocatore che ha davvero fatto la storia del basket italiano e varesino. Con i Roosters ha infatti vinto lo scudetto della Stella, il secondo della sua carriera visto che arrivò nella Città Giardino già con un tricolore conquistato con Milano. In ambito europeo oltre all’oro di Parigi ’99 ha centrato anche il bronzo nel 2003 in Svezia, podio fondamentale perché qualificò l’Italia alle Olimpiadi dell’anno seguente dove arrivò la medaglia d’argento. Oggi, a 47 anni, De Pol (foto in alto ScaligeraBasket) è rimasto nel mondo della palla a spicchi sia come commentatore Rai (è spalla tecnica delle partite di Serie A) sia come allenatore nel settore giovanile di Trieste e collaboratore del comitato regionale del Friuli Venezia Giulia. Ma a Varese ha lasciato un pezzetto di cuore.

Sandro, sono in particolare due i passaggi del docu-film “Parigi 1999” che la riguardano. Il secondo è quello della sua difesa su un giovane Dirk Nowitzki di cui parleremo dopo, il primo la tira in ballo per il presunto litigio con Carlton Myers dopo la sconfitta di misura con la Croazia. Vent’anni dopo, cosa accadde in spogliatoio?
«Ve lo prometto: non è successo niente di quanto è stato raccontato in quei giorni. Di sicuro il clima in spogliatoio non era dei migliori, perché perdemmo una partita che pareva già vinta e quindi le parolacce si sprecarono quella sera, ma tra me e Carlton non ci fu nulla. Alcuni cronisti della Gazzetta sentirono le urla ma poi fecero ricostruzioni errate: io e Myers ci siamo anche sentiti su questo fatto e concordiamo che fu una storia creata sul nulla». 

De Pol Nicola finale basket Roosters Benetton
De Pol contro Marcelo Nicola l’11 maggio 1999. Pochi minuti dopo fu scudetto biancorosso

Quella sconfitta in effetti fu dolorosa, mentre con la Lituania – l’altra partita persa da quella Italia – non ci fu davvero nulla da fare. Ma il KO fu ininfluente per il cammino azzurro.
«Beh, quella sera Arvidas Sabonis decise di spiegare il gioco della pallacanestro per 40′ e fu inarrestabile. Dimostrò sul campo che, anche a 35 anni, rimaneva uno dei migliori giocatori di ogni epoca, capace di dominare in Europa ma anche di lasciare il segno nella NBA di allora».

A proposito di fenomeni: contro la Germania, il c.t. Tanjevic le diede da marcare un certo Dirk Nowitzki.
«Sì, è vero, ma per mia fortuna non era ancora quel giocatore che poi ha segnato per vent’anni la storia del basket mondiale. A quel tempo era appena arrivato in NBA e mostrava già numeri di caratura internazionale: poteva mettere in campo un gran fisico unito a un modo di giocare fuori dal comune, qualità che poi ha affinato e reso sempre più solide a Dallas. Quattro anni dopo lo affrontammo di nuovo agli Europei di Svezia ed era già diventato un fenomeno, ma anche quella volta (Wunderdirk ne segnò 22 ndr) la spuntammo noi».

Quella Italia del ’99 ricordò a molti i Roosters che poche settimane prima avevano conquistato lo storico scudetto della Stella. Quanto c’era di Varese in quella nazionale?
«Tanto: lo spirito innanzitutto. La capacità di stemperare la tensione nei momenti di difficoltà e di fatica, come quelli della preparazione atletica o dei viaggi lunghi; la goliardia messa nelle giuste dosi; l’entusiasmo che ci aveva dato la vittoria dello scudetto e che trasferimmo nell’esperienza azzurra. Tutto questo ha un responsabile, in particolare».

Ci sembra di poterlo azzeccare facilmente.
«Sì, è semplice: Andrea Meneghin. Fu lui l’artefice principale di quel clima: seppe mettere un sorriso in ogni cosa, anche in quelle più dure e complicate. Lui è un maestro non solo nel fare gruppo, ma anche nel portare all’interno del gruppo quei compagni che per indole preferiscono restare un po’ più defilati o che sono meno abituati a certe dinamiche. Non fu solo decisivo in campo ma fu anche fondamentale a livello morale. Nel documentario si parla per esempio del coinvolgimento di Myers nel rito della birra a fine partita anche se (ride ndr) mi pare strano pensare che il Menego bevesse della birra!».

Veniamo all’oggi: le capita ogni tanto di tornare a Varese?
«Meno di quanto vorrei, perché la distanza con Trieste è importante e gli impegni professionali e familiari sono tanti. Quest’anno non sono ancora venuto a Masnago con la Rai, vediamo se prossimamente ci sarà una diretta con la Openjobmetis in campo. Di certo però, è una città che non posso dimenticare».

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di damiano.franzetti@varesenews.it
Pubblicato il 01 novembre 2019
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