L’ultima intervista da “pro” di Ivan Santaromita. “Voto otto e mezzo alla mia carriera”

Il corridore varesino, campione d'Italia 2013, ha detto addio all'agonismo. Una storia iniziata... perdendo una sella e trascorsa accanto a campioni come Nibali ed Evans. Il riepilogo in quindici botta-e-risposta

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Non potremo più parlare di lui come del “veterano del ciclismo varesino in gruppo”. Ivan Santaromita, infatti, ha deciso di scendere di sella e abbandonare l’attività agonistica a 35 anni e non sarà al via delle gare internazionali nel 2020, dopo ben 14 stagioni tra i professionisti. Iniziò da stagista nel 2005 con la Quick Step, ha scritto l’ultima puntata della carriera con la maglia della Nippo Fantini di cui era diventato uno dei cardini in queste tre annate. Fratello d’arte di Antonio (che gareggiò tra gli Ottanta e i Novanta in alcune grandi squadre italiane), Ivan ha ottenuto quattro vittorie individuali tra i “pro” (oltre ad alcune cronosquadre) tra le quali il Campionato Italiano nel 2013. In azzurro ha disputato i Mondiali di Firenze, mentre a livello di club ha vestito le maglie di Quick Step, Liquigas, BMC, Orica GreenEdge, Skydive Dubai e Nippo Fantini. Per onorare il suo ritiro, lo abbiamo intervistato con la formula della botta-e-risposta: una serie di quindici domande “secche” per ripercorrere una carriera di ottimo livello.

Ivan, pronti via: la corsa più bella che ha disputato.
«Di certo il campionato italiano vinto in Trentino nel 2013. Poi ci metto il Tour de France 2011, un po’ perché è la gara a tappe più importante, un po’ perché l’ho vinto da gregario di Cadel Evans».

La delusione più grande, a livello individuale.
«Il Giro d’Italia del 2014: ero alla Orica, partivo con velleità di fare classifica e invece è andato un po’ tutto male. Aggiungo il Giro di quest’anno: sono partito “a pezzi” per via della caduta al “Trentino”, è stato durissimo».

Qual è stata la squadra più forte in cui ha corso?
«Quella di prima: la BMC del 2011. A seguire la Liquigas della Vuelta 2010: vincemmo anche lì grazie a Nibali».

E invece il compagno di team più forte?
«Qui dico proprio Nibali, che è fortissimo e anche molto talentuoso».

Tra i consigli ricevuti in tanti anni, qual è quello che la ha aiutata di più?
«Quello di pensare sempre positivo: anche in una gara andata male si può sempre trovare qualcosa di buono».

E quello che si sente di dare a un giovane che sta per iniziare la carriera “pro”?
«Dico la verità, il ciclismo di oggi è molto diverso da quando sono passato io tra i professionisti. Allora le squadre ti aspettavano, oggi vogliono tutto e subito. Ai ragazzi ricordo l’importanza di crescere gradualmente: chi si fa spremere, dura pochi anni. Detto questo, vale sempre il fatto che i sacrifici, alla lunga, pagano».

La classica che più le piace, a livello di percorso?
«Il Giro di Lombardia, bellissimo. Nel “mio” 2013 mi sono piazzato nella top ten».

La gara che non ha mai disputato?
«Il “Fiandre”: chi lo ha corso mi racconta di un’atmosfera favolosa grazie al pubblico. Ma dal punto di vista tecnico, non è proprio il mio percorso».

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Santaromita con l’ultima maglia da “pro”

Dov’è la maglia tricolore originale del 2013, quella che le diedero sul podio?
«Appesa nel salotto di casa. Con lei c’è anche la bici speciale che mi fece avere la BMC, colorata di verde, bianco e rosso».

Qual è l’errore che, tornando indietro, non ripeterebbe?
«Probabilmente non lascerei la BMC, quello che avvenne alla fine del 2013. Fu una mossa d’orgoglio, ma le stagioni successive non furono come mi aspettavo».

Si ricorda la prima corsa della carriera tra i professionisti?
«Sì: era il Trofeo Camaiore del 2005 e io ero stagista nella Quick Step. La ricordo bene anche per altri due motivi: ero riuscito a entrare nell’azione buona e… perdetti la sella. Mi diedero la bici del cambio ruote perché l’ammiraglia era lontana: sono arrivato al traguardo ma ormai la fuga era svanita».

Chi è il suo erede, nel ciclismo varesotto?
«Purtroppo il gruppo è ristretto. Ho corso qualche volta insieme ad Alessandro Covi: per come è arrivato tra i “pro” può davvero rappresentare il futuro del nostro ciclismo. Ora è sul grande palcoscenico: deve inquadrarsi per bene, essere meno “garibaldino”».

Per chi farà il tifo nella stagione 2020?
«Per i fratelli Bagioli, due giovani valtellinesi molto bravi. Nicola ha corso con me nella Nippo-Fantini e andrà alla Androni Giocattoli mentre Andrea che è il più giovane ed era compagno di Covi alla Colpack è stato ingaggiato dalla Deceunink Quick Step».

E lei, cosa farà da grande?
«Per il momento collaboro con un negozio di ciclismo di Giubiasco, la “UrgeSport”, un lavoro che mi piace. Escludo invece la vita da direttore sportivo: sei costretto a stare lontano per tanto tempo, più ancora che da corridore. Un’attività che non mi attrae».

A questo punto è d’obbligo la pagella. Che voto dà alla sua carriera?
«Direi 8,5. I sacrifici sono stati tanti, però mi sono tolto anche belle soddisfazioni».

di damiano.franzetti@varesenews.it
Pubblicato il 14 novembre 2019
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