La lunga difesa dei legali di Cazzaniga: “Va assolto da questa caccia alle streghe”

Anche gli avvocati del medico del Pronto Soccorso di Saronno hanno concluso chiedendo l'assoluzione per il loro assistito da tutte le accuse di omicidio volontario. Sentenza il 27 gennaio

avvocato andrea pezzangora

La difesa di Leonardo Cazzaniga ha parlato per quasi 20 ore alla Corte d’Assise del processo che lo vede imputato a Busto Arsizio di 12 omicidi volontari commessi al Pronto Soccorso di Saronno e tre tra i familiari di Laura Taroni, la sua ex-compagna. Sono stati gli avvocati Andrea Pezzangora ed Ennio Buffoli a chiudere la 62esima udienza di questo processo lungo e complesso e che ora attende solo le repliche e la sentenza che arriverà entro la giornata del 27 gennaio prossimo.

Il racconto che i due legali fanno di Cazzaniga e della sua vicenda è meticoloso e attento ad ogni minimo particolare. Una rilettura della vicenda diametralmente opposta a quella data dall’accusa. Cazzaniga ne esce come una vittima di una caccia alle streghe, un medico preparatissimo, capace di grande empatia con i pazienti e con i parenti dei pazienti, sicuramente sopra le righe per alcuni suoi comportamenti e proprio per questo amato e odiato con la stessa intensità da colleghi e infermieri. L’avvocato Pezzangora ne ripercorre la formazione accademica che lo aveva portato ad un passo dalla specializzazione in anestesia, cosa che poi non ha conseguito per dedicarsi anima e corpo alla medicina d’urgenza.

Al Pronto Soccorso di Saronno – spiega Pezzangora – era il più bravo per distacco e questo ha certamente creato molte invidie, alimentate probabilmente dal suo narcisismo di cui è la prima vittima «ma aveva i titoli per stare sul piedistallo. Andava in giro a dire che era dio? Forse, ma non conta altro se non il fatto che è un bravo medico» – ha detto Pezzangora.

Per il legale l’uso che faceva di benzodiazepine dalla boccetta era certamente deprecabile «ma non sposta nulla sulle competenze e sul modo di lavorare». Pezzangora “smonta” un pezzo alla volta tutta la narrazione che è stata fatta del personaggio e dà una spiegazione altra e “alta” della definizione di “Angelo della morte” che lui stesso si era affibiato: «Intendeva il guardiano del fiume Lete attraverso il quale le anime ripulite del purgatorio salivano al paradiso. Il perito che ha analizzato la sua personalità lo dice chiaramente che lui scherzava in una sorta di umorismo da patibolo. Una sua risposta allo stress lavorativo».

Anche il tema del protocollo Cazzaniga viene definito sia da Buffoli che da Pezzangora «un pettegolezzo che girava tra gli infermieri. Nessun medico ha mai dato conferma della sua esistenza e – spiega ancora Buffoli – lo si capisce anche dai dosaggi dei farmaci anestetici che si evince dai verbali di Pronto Soccorso che mostrano dosaggi sempre diversi e combinazioni di farmaci che cambiano in base al paziente. Dunque non si può parlare di protocollo».

Pezzangora affronta il tema dell‘eutanasia escludendola completamente:«Ce lo dice anche l’infermiera Parravicini chesgombra il campo all’approccio eutanasico e apre a quello delle cure palliative. L’infermiera fu testimone di un caso in cui una donna chiese l’eutanasia per un parente in stato terminale e lui disse no perchè queste cose non le facciamo”. Lui non faceva altro che accompagnare serenamente alla morte naturale persone che erano già in stato di pre-morienza».

Pezzangora spiega che tutti i pazienti coinvolti nel processo sono da sedazione palliativa. Tutti da tempo dovevano essere presi in carico per le cure palliative. Per i suoi avvocati Cazzaniga colma una lacuna nelle linee guida della sedazione palliativa: «Tanto è vero che oggi l’orientamento della medicina segue l’approccio di Cazzaniga». Non ha ritardato la morte ma non l’ha anticipata.

L’avvocato si sofferma molto sul nesso di casualità tra la somministrazione di quei medicinali con quelle dosi e l’evento morte, analizzato e accertato dai periti del Tribunale in alcuni dei casi in elenco: «Al giudice non si chiede un’opinione. Si chiede di decidere in base ad elementi scientifici che non ci sono. Il criterio di ricerca è falsato. Non abbiamo alcuna prova scientifica che quei dosaggi sono sempre mortali».

Perchè allora non è stato chiesto il consenso ai parenti per effettuare quelle cure palliative, come ci dicono le linee guide sulle cure palliatve? Pezzangora chiede alla corte di fare uno sforzo e di mettersi nei panni di un medico del Pronto Soccorso: «Il processo di morte è lento e tutti quei pazienti erano entrati in quel processo. Non sempre è facile raccogliere il consenso dei parenti. Il manuale della medicina d’urgenza ha inserito un capitolo sulle cure palliative in pronto soccorso: dice che devono essere fatte all’insorgenza di sintomi refrattari come quelli comparsi in tutti i 12 casi che sono stati analizzati. Qualunque sia il contesto in cui ci si trovi ad operare. Erano quasi tutti in fase terminale e la prova è che non veniva mandata automedica con medico per soccorso avanzato. Questi malati sono stati mandati a morire in pronto soccorso. Cosa poteva fare Cazzaniga?»

Per Ennio Buffoli, dunque, anche il clima del processo è cambiato: «Si è partiti da una tesi di un medico che uccideva i pazienti col suo protocollo con una batteria missilistica di farmaci. Oggi la realtà è molto diversa. Gli stessi consulenti del tribunale hanno ridimensionato le ipotesi della Procura. Non esiste un protocollo ma una valutazione specifica paziente per paziente. I dosaggi della perizia 15-20 volte più alti non esistono. Non c’è il dolo intenzionale e nemmeno quello eventuale. Si potrà dire che ha accettato il rischio somministrando Midazolam, Propofol e Morfina? Sì ma non c’è comunque il dolo».

Per l’avvocato del medico «abbiamo dodici pazienti per la cui morte nessun parente aveva mai sollevato dubbi. Finalità di queste morti? Non voleva farli soffrire. Cazzaniga affrontava persone che stavano perdendo la loro dignità. Chi cerca di mantenere la dignità di un paziente lo vuole uccidere? Nel giugno del 2016 dice in intercettazione che era arciconvincto di aver sedato quiei pazienti e non di averli uccisi. L’intercettazione fa capire le intenzioni che aveva all’epoca Cazzaniga. Quando arrivò Pietro Oliva in Pronto Soccorso Cazzaniga stava seguendo altri 7 pazienti».

Buffoli poi punta il dito verso le parti civili: Qui gli unici che hanno offeso la memoria di queste persone sono proprio i parenti che sono venuti qui a dire che i loro cari stavano bene. Per le morti in ospedale, dunque, Buffoli e Pezzangora chiedono l’assoluzione perchè il fatto non sussiste ma in subordine e solo per le morti in cui la perizia ha accertato il nesso di casualità tra farmaci e morte, la riqualificazione in omicidio colposo con le attenuanti generiche per la collaborazione dimostrata e per aver preso parte al processo, rispondendo comunque sempre alle domande: «Se ha somministrato farmaci in modo errato lo ha fatto solo per alleviare sofferenze e non per uccidere. Non si è arricchito, non ha scaricato volontà omicidiaria su altri» – ha concluso Buffoli che poi si è concentrato sulle morti in famiglia.

LUCIANO GUERRA – Per Pezzangora il corpo di Luciano Guerra «Era come carta velina. Venti giorni di ricovero, gli ultimi 4 in un letto ad alta intensità di cura. Non si riusciva a stabilizzarlo abbastanza da portarlo a casa per farlo morire lì. Cazzaniga non interviene in alcun modo. L’unica volta che si avvicina, viene allontanato dalla dottoressa che è disturbata dalla sua presenza. Quei 5 mg di Midazolam della siringa che avrebbe passato a Laura Taroni, la mattina della morte, possono avere dato al massimo un effetto sedativo, nemmeno palliativo. Infine nessuno ha visto, quel giorno, Cazzaniga prendere farmaci del protocollo in ospedale. Ha preso dei farmaci ma da un armadio in cui non c’erano anestetici e sedativi.

MARIA RITA CLERICI – Buffoli qui spinge la tesi del curaro che la Taroni aveva a casa – come da lei stessa dichiarato. La Clerici potrebbe essere morta di meningite oppure di encefalite. Laura Taroni, poi, cerca di scaricare sempre la colpa su Cazzaniga ma non può essere dichiarata inattendibile. Dice un mucchio di bugie come quella del fibrinolitico raccontata il 13 febbraio, 13 giorni dopo aver detto che Cazzaniga non c’entrava. Maria Rita Clerici stava male da qualche giorno e non solo dalla mattina del giorno in cui è avvenuto il decesso, aveva un mal di testa diverso dal solito. Buffoli ricostruisce la serie di telefonate della Taroni con amici vari mentre la madre sta male e si sofferma sulla telefonata delle 19,25 che fa capire che Cazzaniga non arriva a casa Clerici prima delle 20. Buffoli chiede l’assoluzione perchè il fatto non sussiste oppure per non aver commesso il fatto, ipotizzando che sia stata la stessa Taroni «a pasticciare».

MASSIMO GUERRA – Cazzaniga fa alcune prescrizioni per farlo passare come diabetico con l’unico obiettivo di fermare gli assalti sessuali che la Taroni racconta continuamente e che creano grande preoccupazione all’uomo, innamorato di questa donna. La metformina che avrebbe prescritto non provoca la morte del paziente come abbiamo dimostrato con la consulenza tecnica. Le ulteriori responsabilità vanno cercate altrove come nell’episodio del ricovero del 2012 al Valduce in cui la Taroni si confronta con un altro medico e non con Cazzaniga. Nel novembre 2012 la somministrazione di Flecainide non la fa Cazzaniga. Anche qui la Taroni dà tre versioni diverse in pochi minuti. Perchè non è stata approfondita l’ipotesi curaro anche per Guerra Massimo? Non sappiamo davvero cosa sia successo il 30 giugno del 2013. Perchè la Taroni dice ai medici che intervengono dopo la morte che il marito soffriva di cuore? Anche qui chiediamo l’assoluzione perchè il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto.

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di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 14 gennaio 2020
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