La Linea Cadorna “coccolata“ dal paese: pulizie e nuovi arredi

Due associazioni si occupano di realizzare finte postazioni con tanto di armamenti per illustrare la vita dei militari durante l’attesa dell’invasione

La Cadorna si rifà il trucco

Come si viveva nella Linea Cadorna? Quanto spazio c’era per i reparti in attesa di ordini non appena l’esercito tedesco avesse oltrepassato i confini con la Svizzera per dirigersi verso la Pianura Padana?

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Avrebbero trovato, i fanti d’oltralpe, truppe fresche e riparate da metri e metri di roccia scavata abilmente con le tecniche di cent’anni fa in grado tuttavia di dare vita a quella serie di ramificazioni e camminamenti della lunghezza di centinaia di chilometri e su più regioni nota come Linea Cadorna.

Baionetta in canna, le prime linee della fanteria italiana avrebbero avuto il compito di contrattaccare non appena la regia artiglieria avesse terminato il fuoco di sbarramento contro l’invasore.

Mai entrata in funzione con scopi operativi difensivi, la Cadorna venne invece utilizzata dai partigiani per acquartierarsi durante le prime giornale della Resistenza per dare filo da torcere alle guardie di confine tedesche e alle camice nere che davano loro la caccia dopo l’8 settembre.

Oggi un gruppo affiatato di residenti a Mesenzana inquadrati in due associazioni – la locale sezione degli “Alpini“ e l’associazione culturale “Regio Esercito“ specializzato in rievocazioni storiche – hanno messo a disposizione il tempo speso nelle lunghe serate invernali per realizzare arredi, ma anche simulacri di postazioni e armi.

La Cadorna si rifà il trucco

Sì, anche le armi in legno, e plastica hanno realizzato e che sono state posizionate nelle “bocche“ delle trincee da dove mitragliatrici, bombarde e moschetti avrebbero aperto il fuoco contro le truppe degli invasori.

«È stato un lavoro incredibile, non solo per arredare nuovamente i tratti di linea, ma anche per ripulirli da foglie e terriccio che si era depositato» spiega il sindaco Alberto Rossi.

Le opere della Cadorna saranno dunque meglio fruibili da turisti, scolaresche e sportivi che durante uscite di trekking potranno ammirare il frutto del lavoro svolto oltre cento anni fa. I lavori di edificazione furono frutto di un attento studio geologico.

L’utilizzo oculato della conformazione naturale del terreno e dei materiali esistenti in loco consente di mimetizzare al meglio le opere e di rendere meno duro l’impatto delle stesse sull’ambiente.

Certamente i tecnici militari avranno tracciato le parti essenziali del progetto dopo attenti sopralluoghi, ma poi è proprio sul posto che sfruttando la conoscenza del territorio e l’esperienza dei residenti, i tracciati prendono forma in maniera definitiva. Anche nel cantiere di Vallalta come in tutte le località interessate alle fortificazioni, lavorano donne e uomini, quest’ultimi esentati dal servizio militare o non ancora idonei. Ufficiali e soldati del Genio arrivarono nei paesi della cintura del San Martino per costruire le strade militari: “Mesenzana Vallalta”, “Duno San Martino”, “San Martino Arcumeggia”, “Vallalta di Mesenzana San Michele”.

Questo sistema viario doveva garantire in un primo tempo l’agevole accesso di uomini e materiali ai cantieri e successivamente i veloci collegamenti tra le varie postazioni difensive e i facili spostamenti delle truppe.

Con il tempo queste strade diventano non solo vie di comunicazione, ma anche vie di lavoro, di trasporto legname, di spostamento di uomini ed animali.

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 28 febbraio 2020
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