Da via Giordani si arriva nel cuore delle stragi bolognesi

Una riflessione di Pier Fausto Vedani che parte dalla toponomastica varesina per approdare alle tragiche vicende che coinvolsero il capoluogo felsineo

Primo giorno chiusura Via Giordani

L’allargamento del ponte di via Giordani richiederà tempo e i cittadini che devono usare le due o le quattro ruote per lasciare la popolosa zona dovranno pazientare prima che da Masnago, grande porta nordovest della città, sarà loro possibile puntare in più direzioni senza gli intoppi di questi giorni. E anche per i residenti oggi ci sono gravi disagi, pensate a coloro che hanno parenti e famiglie nei due attuali tronconi di via Giordani. Per esempio i nonni che accompagnano a scuola nipotini i cui genitori lavorano, si devono alzare poco dopo le 6 anche se vedono il tetto della casa dove abitano i bimbi che li attenderanno con la cartella pronta. (nella foto il cantiere di via Giordani)

La via, dedicata a Giulio Giordani, avvocato bolognese, la percorrevo spesso anche io, ma solo in questi giorni ho cercato notizie sul personaggio preso in considerazione dalla toponomastica cittadina parecchi decenni or sono. Giordani, mutilato e decorato nella prima grande guerra, era consigliere comunale a Bologna in rappresentanza del partito liberale. Ufficialmente ebbe però una storia personale politica che lo vide strumentalmente celebrato all’inizio come primo martire fascista ,poi come una delle vittime della strage di Palazzo d’Accursio, avvenuta nel 1920 nel capoluogo felsineo in seguito a scontri tra fascisti, socialisti, guardie regie e rosse.

La vita e l’assassinio di Giordani li riproponiamo grazie a Wikipedia, ma ricordiamo che la civilissima capitale dell’Emilia, dal 1088 prima sede universitaria dell’Occidente, ha avuto punti di contatto con stragi che hanno contrassegnato la nostra storia nazionale. Stragi che hanno visto indagini in varie direzioni ma non tutte sempre hanno offerto certezze agli inquirenti. Era avvenuto a Bologna il decollo dell’aereo caduto a Ustica nel giugno 1980, (81 morti) per una bomba a bordo o abbattuto da altri aerei per una presunta caccia a Gheddafi; il 2 agosto, sempre del 1980, bomba alla stazione FS di Bologna, strage orrenda, 85 morti e 200 feriti.

Lunghissime indagini, ma é recente la prima condanna! Nel dicembre dell’84 Natale di sangue -16 morti e 267 feriti- su un “rapido” da Roma, a san Benedetto Val di Sambro, piccolo comune dell’area di Bologna città metropolitana, al termine della lunga galleria ferroviaria dell’Appennino. Nel 1974, sempre alla fine della Grande Galleria appenninica attentato di marca fascista al Roma – Monaco, l’Italicus, con 12 morti e 48 feriti. Palazzo d’Accursio nel 1920 fu dunque l’inizio, la fine, speriamo bene, nel 1980 con l’orrendo massacro alla stazione che ha richiesto anni di difficili indagini per arrivare a una prima certezza.

Oggi si fa risalire anche ad ambienti universitari l’ondata di blasfemia con il pennello che ha preso di mira la Madonna e Gesù Bambino. Come a dire che in chiesa a Bologna ci vanno fedeli di lungo corso, poi i toccati dalla grazia e infine i toccati nel cervello. Ma in Emilia ci sono anche spiriti allegri, capaci quando lo ritengono necessario di anteporre un sorriso o una risata anche a una cultura politica diffusa , di lunga tradizione e che non è mai stata patrimonio esclusivo del sesso forte. Enzo Biagi ne teneva conto nei suoi articoli. Per esempio nei giorni in cui il dibattito politico e le relative decisioni non viaggiavano, come oggi ,verso mete in parte misteriose o pasticciate, al tempo in cui c’era poi vera partecipazione popolare, apparve una grande scritta su un muro di una delle storiche città padane. “Le donne di Ferrara vogliono l’apertura a sinistra“. Era una entrata energica in una questione politica infuocata e di rilievo nazionale. Da un “compagno” dissidente o da un cittadino con senso dell’umorismo, subito in calce arrivò, pure a carattere cubitali: una replica malizioso e osè -“A me sta bene dove è” – che annientava un’esternazione politica legittima, forte di un vasto consenso, ma alla prova dei fatti non sufficientemente meditata. Deve essere quello attuale un gran brutto momento se per sorridere dobbiamo rifarci ai tempi di Fanfani e seguenti. Tempi in cui certamente eravamo più liberi se si impediva che comici come Benigni facessero piangere al festival di Sanremo.

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Pubblicato il 24 febbraio 2020
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