La riforma della sanità ha tagliato posti letto e ora paghiamo il conto

di Pier Fausto Vedani

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Libera penna in un mondo dell’informazione da sempre inseguito e pressato da poteri politici e finanziari, Antonio Socci ha segnalato che i timonieri del nostro governo centrale in 8 anni di stretta osservanza delle regole dell’unione con l’Europa hanno versato a Maastricht montagne di miliardi. Confermando così di essere dei ligi tributari, ma anche degli associati servili, non avveduti pur essendo tra i fondatori dell’Unione.

A confermarlo i pochi vantaggi conseguiti in cambio di imposizioni, divieti e regole che spesso per l’Italia si sono trasformati in un danno. Abbiamo sempre ingoiato norme e comportamenti che presentavano singolari somiglianze a vantaggio dei paesi più forti tanto che a casa nostra è affiorato un antieuropeismo del quale si è fatto clamorosamente interprete Salvini. Che a volte lo si può criticare per la sua rudezza espressiva ma non per le verità di fondo di parte dei problemi che affronta.

Socci, opinionista cattolico di notevole cultura e attento osservatore della vita della comunità nazionale e della Chiesa, non ha detto nulla di nuovo sul fatto che Roma abbia versato fiumi di denaro in osservanza di doveri o anche stramberie di Maastritcht. Socci però ha sollevato un problema accertando che nell’arco di 8 anni la nostra quota associativa al’Europa sia stata molto elevata: ben 130 miliardi, inizialmente destinati dal nostro governo alla sanità pubblica, cioè alla salute di italiani non in grado di sostenere l’onere di indispensabili interventi e cure.

I bilanci, le attività dei governi e del parlamento sono pane quotidiano per la comunicazione nazionale eppure il pesante rilievo fatto da Socci non ha trovato riscontri, doverosi in giorni in cui la nostra sanità con tutti i suoi apparati e soprattutto con i suoi uomini, sta facendo miracoli contro la pandemia. Certamente nell’emergenza odierna la nostra sanità avrebbe dato ancora di più se strutture e organici non fossero stati oggetto di un silenzioso, perfido ridimensionamento causato appunto dalla sottrazione di finanziamenti che avevano accompagnato lo sviluppo di un settore chiave della comunità nazionale. Le sciagurate scelte gestionali di Roma hanno goduto del silenzio di tutti i partiti, complici per interessi politici legati anche all’alternanza nella guida della nazione.

Tutti buoni, tutti zitti nel gambizzare la sanità pubblica che dovrebbe garantire, lo dice la costituzione, il diritto alla salute dei cittadini. Silenzio dei partiti, ma anche di altre istituzioni, cardine dello Stato. Eppure le loro valutazioni avrebbero imposto altre scelte per evitare il prevedibile e pericoloso abbassamento del livello della sanità pubblica.

I “riformatori” dicevano che sarebbe stato garantito tutto il Paese e noi cittadini avremmo avuto conferma dello spessore della nostra democrazia. Alcuni vertici nazionali forse sono stati essi pure gabbati dall’annuncio e dall’avvio di una riforma magica della sanità. La stampa varesina non ha però abboccato cogliendo subito il segnale d’allarme venuto da Angera dove si migliorava l’assistenza alle future mamme… chiudendo il punto nascite. Il tutto dopo aver “rafforzato” a Varese l’assistenza agli anziani abolendo i 96 posti letto del reparto di geriatria donato da cittadini emeriti ed eliminando inoltre altri 300 posti letto, del nostro “Circolo”.

La riforma ha anche proposto tempi biblici per gli accertamenti clinici, ha messo in difficoltà l’Università, ha creato accampamenti al Pronto Soccorso. È storia di ieri e in buona parte ancora di oggi. Una storia che non avrà fine se non cambierà la cultura della classe politica che guida la nazione. Ma potremmo cambiare noi cittadini come elettori. Non butteremo cioè alle ortiche le nostre convinzioni politiche, ma alle elezioni potremmo pensionare, dopo averli individuati e non sarà difficile, coloro che ci hanno considerati dei pirla.

Una “ultimissima” sugli exploits nazionali della banda romana della sanità. A Taranto la Nato da tempo aveva, bene impacchettato, un ospedale mobile e superattrezzato, con 200 letti, 100 dei quali per la terapia intensiva: l’ospedale è finito in Lussemburgo. Perché? E’ stato semplicemente chiesto alla Nato da rappresentanti del Lussemburgo se poteva essere messo a loro disposizione: risposta affermativa, 6 aerei cargo hanno subito trasportato l’ospedale mobile in Lussemburgo. Taranto città martire per il dramma dell’inquinamento dell’aria causato dagli altiforni per l’acciaio, ancora una volta è stata tradita.

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Pubblicato il 29 Marzo 2020
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