Nascere nei giorni dell’emergenza: travaglio in solitaria e niente visite

L'esperienza del parto nel periodo di contenimento da coronavirus. Ansie e timori dei genitori, che devono fare i conti con un momento difficile senza amici e parenti

Avarie

Primo figlio quasi da sola, con travaglio in sala senza il papà che sta in macchina fuori dal Del Ponte ad aspettare, una sigaretta dopo l’altra.

Oppure un’altra mamma alla terza gravidanza e che solo ieri ha messo al mondo la piccola Azzurra: nessun fratellino in ospedale a Cittiglio a far visita alla nuova arrivata, e visite col contagocce anche per il papà.

Il mondo va avanti e i bambini, come le stagioni e il flusso della vita non sentono ragioni e quando è il tempo per fortuna vengono al mondo.

Ma certo il periodo è difficile.

E se solo un paio di mesi fa superato il parto le preoccupazioni dei papà si concentravano sul disco orario da spostare al parcheggio trovato dopo qualche giro attorno all’isolato, o su come badare al resto delle faccende domestiche, oggi tutta questa “routine“ che si registra nelle centinaia di racconti di quei giorni spesso molto simili è spazzata via da nuovi tempi che coinvolgono anche i modi di vivere scanditi dalle lancette di un’emergenza sanitaria nazionale.

Anche per un momento così speciale per ogni madre e padre, per ogni uomo e donna che dopo un evento così unico si ritrovano tali.

«Siamo ancora in ospedale, dovrebbero dimetterla domani e nonostante il periodo, l’ultimo mese di gravidanza l’abbiamo vissuto con ansia. Fino a ieri mattina, fino alle 7.10 di lunedì», racconta Andrea, marito di Beatrice e papà di Azzurra (foto sopra): tre chili e mezzo di bimba, col fiocco rosa fuori dalla casa di Cocquio Trevisago dove il resto della famiglia l’aspetta: niente visite in ospedale, niente corsa dei fratellini in corridoio per arrivare a vedere com’è la nuova arrivata.

Certo, la terza gravidanza: si è di fronte a un fatto seppur non privo di incognite perlomeno già vissuto perché già affrontato in precedenza.

Ma non è sempre così.

Come il caso di Serena 30 anni e al primo figlio, infermiera che ha dovuto rinunciare alla presenza del suo compagno durante gran parte del travaglio.

«Sono perfettamente a conoscenza del fatto che stiamo vivendo un momento particolare, dove anche solo i tempi per la sanificazione di una stanza, per la preparazione di un letto sono dilatati», spiega la neo mamma.

Momenti fatti di «percorsi sporchi» e di «percorsi puliti» all’interno delle strutture ospedaliere e di lavoro del personale sanitario calibrato e misurato per non invadere spazi che devono rimanere il più possibile fuori dalla portata di possibili infezioni.

«Ho passato in ospedale da sola la parte iniziale del travaglio, dalle 6 del mattino alle 16 circa quando il mio compagno è riuscito a raggiungermi e ad accompagnarmi in sala parto dove ha potuto assistere alla nascita di Mia, venuta alla luce alle 22.43 di venerdì scorso all’ospedale Filippo Del Ponte».

Avarie

Una bimba di 2 chili e 920 grammi (nella foto qui sopra, mentre dorme e sembra un angelo). Anche in questo caso si è trattato di una gioia molto riservata: nessun contatto con parenti e amici, se non attraverso il telefono, pochissimi fiori e tante coccole fatte solo dalla mamma.

«Neppure il mio compagno ha potuto accompagnarmi in stanza una volta usciti dalla sala parto».

Per gli abbracci di nonni e zii, invece, ci vorrà ancora qualche settimana.

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 31 marzo 2020
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