Tutela della salute ed economica, queste le richieste per i frontalieri

Massimo Mastromarino, sindaco di Lavena Ponte Tresa e Presidente dell'Associazione Comuni Italiani di Frontiera spiega qual è la situazione dei settantamila lavoratori frontalieri che ogni giorno si recano in Canton Ticino

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Ospite della diretta Facebook di sabato 21 Marzo, Massimo Mastromarino ha raccontato al direttore di VareseNews quali sono oggi i rapporti con la Confederazione Elvetica, Canton Ticino in particolare, e come si stanno portando avanti le istanze a tutela dei lavoratori di frontiera, esordendo con una dichiarazione di stima per i suoi cittadini, che starebbero dimostrando grande senso di responsabilità pur nel momento di apprensione. Apprensione acuita dal fatto di essere territorio di passaggio di migliaia di persone che quotidianamente lo attraversano per recarsi in Svizzera, specialmente dopo la chiusura delle dogane di Porto Ceresio, Cremenaga e Fornasette.

“Come Presidente dell’Associazione Italiana Comuni di Frontiera ho un punto di vista privilegiato sulla situazione dei settantamila lavoratori italiani che attraversano il confine. Grazie al provvedimento sollecitato dal Senatore Alfieri e dal governatore di Regione Lombardia Attilio Fontana abbiamo regole chiare per quanto riguarda il loro recarsi al lavoro e soprattutto il fare rientro a casa. Questo provvedimento chiarisce che l’obbligo di quarantena per chi rientra in Italia da un paese estero non si applica alla categoria dei lavoratori frontalieri.

Allo stesso modo vanno smentite le voci che sono circolate dopo il decreto del 7 marzo, che ha inasprito in Italia le misure volte al contenimento del virus, e che hanno fatto pensare a qualcuno che si sarebbero chiuse le frontiere. In una regione come è quella “Insubrica”, dove le relazioni non solo economiche ma anche sociali sono così compenetrate le une con le altre, la chiusura delle frontiere è impensabile. Ci sono stati altri momenti di crisi in passato e ogni volta ad alzarsi è stato il livello di collaborazione fra i due territori, non i muri al confine.”

Il Sindaco ha poi chiarito come le misure di contenimento prese dal Consiglio di Stato Elvetico abbiano ridotto in maniera sensibile lo spostamento di persone in questi giorni, che si attesta circa intorno alle novemila unità giornaliere totali, quando – in condizioni di normalità – dal solo valico di Ponte Tresa si registrano oltre venticinquemila passaggi al giorno. E anche per quanto riguarda il tema del contagio da Canton Ticino al Varesotto Mastromarino suggerisce di non giungere a conclusioni affrettate, poiché nei comuni sul confine i casi di contagiati riguardano, ad oggi, pensionati o persone anziane ricoverate in case di riposo, che quindi non possono essere state contagiate perché lavoratori di frontiera.

“Si è avuta la sensazione che inizialmente i nostri vicini di casa non avessero preso coscienza della situazione, basti pensare che in Italia le scuole sono chiuse dal 25 febbraio mentre in Ticino lo stesso provvedimento è stato preso settimane dopo. Però va riconosciuto che specialmente nell’ultima settimana sono stati fatti grandi sforzi da parte loro per arginare il problema. Fondamentale il blocco del settore edile e di tutti i settori non essenziali, che seguono la chiusura del comparto della ristorazione voluta già settimane fa”.

La tematica del lavoro di frontiera resta argomento scottante in questi giorni, specialmente al netto della forte discrepanza numerica circa l’emergenza sanitaria nelle due realtà. Se infatti la provincia di Varese è fra le meno colpite della Lombardia, il Canton Ticino registra il triplo dei casi su un territorio grande un terzo. La situazione viene monitorata anche da parte italiana grazie al continuo scambio di informazioni con alcuni membri degli organi di governo elvetici che mantengono rapporti costanti con lo stesso Mastromarino.

“Come Associazione Italiana Comuni di Frontiera continuiamo a ribadire e a portate avanti due punti fondamentali: la tutela della salute dei nostri concittadini in primis e contestualmente della loro situazione economica. Ci sono contratti che prevedono forme di tutela in caso di sospensione dell’attività lavorativa (forme di integrazione salariale, come la cassa integrazione) ma altri, come quelli a chiamata, restano scoperti. Su questo punto stiamo chiedendo garanzie per i lavoratori e l’intervento del Governo Italiano, qualora la Confederazione non riesca a trovare soluzioni per queste categorie.

È c’è un aneddoto che il Sindaco tiene a raccontare: quello dei frontalieri del settore sanitario, infermieri soprattutto. Sono infatti oltre quattromila i connazionali impegnati in Svizzera in questo ambito. A loro, dal governo elvetico, era stato chiesto il trasferimento in territorio svizzero quando si era temuta la chiusura delle frontiere “il che avrebbe voluto dire la separazione di famiglie di lavoratori. Una cosa per la quale mi sono subito attivato, per capire come evitare questa possibilità. E sono rimasto stupito dalla reazione degli stessi lavoratori i quali, a fronte della possibilità di non potersi recare diversamente al lavoro, si sono detti disposti anche a rimanere in territorio elvetico. Consapevoli che diversamente il sistema sanitario sarebbe stato in enorme difficoltà e che questa si sarebbe riversata sui loro pazienti. Ecco penso che è di queste cose che ci si dovrà ricordare, quando poi torneremo a parlare delle altre tematiche transfrontaliere”.

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Pubblicato il 21 marzo 2020
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