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Il direttore del Molina Vanni Belli: “A marzo la situazione è esplosa. Non eravamo pronti all’epidemia”

Decine di casi covid al Molina e una forte crescita dei decessi. Intervista con il direttore Vanni Belli: "Non c’è stata una grande attenzione alle Rsa malgrado i continui solleciti. Ci mancano cento operatori in malattia ma si lavora con grande attenzione"

Nei vialetti si sente solo il rumore dei motori dei condizionatori e il cinguettio degli uccelli. Da oltre un secolo migliaia e migliaia di anziani di Varese sono passati dalla casa di riposo Molina. Una struttura grande, con tante palazzine che settant’anni fa vennero ristrutturate grazie a una cospicua donazione di Luisetta Tola, vedova di Luigi Tito Molina. Da allora tutto il complesso prese il nome di “Casa di Riposo Paolo e Tito Fratelli Molina“, composto da quattro padiglioni: reparti comuni, pensionato e cronicario.

Qui tra gli ospiti, il personale, i volontari, i familiari, ogni giorno passavano oltre un migliaio di persone. C’è un bar con le sedie disposte anche nel giardino. Ora è tutto chiuso. C’è un teatro dove si avvicendavano spettacoli e concerti. Anni fa era stato anche la sala prove del Distretto 51. Ora c’è un silenzio surreale. Un anziano si affaccia a un balcone del padiglione Perelli, dove sono stati ricavati gli spazi dedicati ai malati Covid e a quelli sospetti. Mentre aspettiamo il direttore osserviamo gli striscioni appesi un po’ ovunque. C’è scritto Molina nel cuore ed è un tripudio di colori, come il cielo azzurro e gli alberi verdi pieni di fiori.

Quei colori e l’ordine che si avverte, non nasconde il clima è pesante anche se le persone che incontriamo sono disponibili a raccontare e c’è una condivisione nel lavoro.

Nella casa di riposo ci sono 470 posti letto. Attualmente quelli occupati sono meno di 400. Dalla fine di febbraio non entra più nessuno. Da allora sono morte 51 persone, 38 a marzo e 13 in questi primi giorni di aprile. Il direttore Vanni Belli ci riceve nel suo ufficio nella palazzina degli uffici e della presidenza. Il presidente del Molina, Guido Bonoldi, conosce bene le problematiche sanitarie. Era andato da poco in pensione ed è tra quei medici che ha scelto di rientrare al lavoro e ora si occupa solo dei malati Covid all’ospedale di Varese. Il suo “tempo libero” lo passa al Molina.

Molina

«Sono rimasto stupito dall’impegno, della professionalità e della disponibilità del personale – inizia a raccontare il direttore Belli – Abbiamo però oltre cento persone in malattia e stiamo facendo fatica. Per fortuna qualcuno ha risposto al nostro annuncio e abbiamo fatto nuove assunzioni».

Come sta andando?

«La situazione è delicata, ma c’è un grande impegno da parte di tutti. Al momento i contagiati con risultato positivo sono 29. Dai primi di marzo abbiamo chiesto di poter avere tamponi. I primi sono arrivati all’inizio di aprile. Sono merce rara e non si capisce il perché. Per ora abbiamo esiti di soli 40 tamponi. Ieri ne abbiamo fatti altri venti e attendiamo i responsi. Il problema è che il tempo di incubazione del virus va da 5 a 10 giorni e poi ci sono casi asintomatici. Per ora abbiamo fatto gli esami solo in presenza di sintomi».

Che provvedimenti avete preso?

«Abbiamo isolato i positivi. In totale sono sotto osservazione 45 persone. Per il personale abbiamo chiesto una indagine a tappeto. Abbiamo un centinaio di persone a casa in malattia, ma solo 4-5  sono ufficialmente covid. Al momento non abbiamo avuto decessi tra i dipendenti».

A proposito di decessi, come è la situazione?

«È inutile negarlo, l’aumento della mortalità c’è stata, ma è difficile fare una stima esatta della situazione. Gli ultimi mesi dell’anno e il primo trimestre hanno sempre una crescita della mortalità. Secondo noi il virus ha iniziato a muoversi dalla fine di dicembre, ma non potevamo saperlo. Ci sono stati tanti decessi per polmoniti. Nel primo trimestre del 2020 abbiamo avuto 63 decessi, mentre nel 2017 erano stati 38, nel 2018 40 e nel 2019 erano 56. È innegabile ci sia una componente del virus, ma pesa anche l’eta media molto alta degli ospiti. Comunque a marzo  c’è stata una crescita notevole. Nel 2017 i decessi erano stati 13, nel 2018 11, nel 2019 17 e nel 2020 siamo arrivati a 38. Un trend in crescita anche nei primi giorni di aprile quando le persone che ci hanno lasciati sono state 17».

È vero che vi sono arrivati pazienti covid dall’ospedale?

«Noi abbiamo un reparto dedicato ai sub acuti con 22 posti letto che nell’ordinario riceve pazienti in dimissione dall’ospedale. Stanno qui massimo 40 giorni e poi vanno a casa. Nei mesi di febbraio e marzo ne sono arrivati 23 di cui 15 con sintomi di polmonite. Nessuno aveva fatto il tampone e non sapevamo che potessero essere positivi al coronavirus. Ne abbiamo rimandati sei in ospedale e non sono più tornati. Questi si vanno ad aggiungere ai nostri ospiti deceduti»

Che evoluzione c’è stata al Molina e come siete stati supportati?

«Oggi il reparto dei sub acuti e quello dedicato ai malati di Alzheimer sono stati trasformati in spazi covid. Il personale che ci lavora è quello che operava prima e in più sono state inserite persone più specializzate e alcune assunte recentemente. Noi dopo aver appreso del decreto regionale del 4 marzo, abbiamo chiuso tutto l’8. Teniamo conto comunque che le visite erano già state ristrette. Per la sicurezza del personale abbiamo dovuto attivarci da soli alla ricerca di forniture dei DPI. All’inizio della chiusura di tutto avevamo 300 mascherine. Ora è molto diverso ne abbiamo 18mila di vario genere. C’è stata qualche difficoltà sul resto, ma ora ne abbiamo a sufficienza di materiale protettivo.

Quando è iniziato il contagio vero e proprio? Perché non ricoverate le persone in ospedale?

«Nessuno si aspettava una epidemia di questo genere. Abbiamo cominciato a preoccuparci a metà febbraio, ma non avevamo nessuna indicazione. Non va nessuno in ospedale perché non li ricoverano. Poi trasportare persone con problemi respiratori e infezioni non è semplice e risulta anche pericoloso.  Nei nostri reparti la stiamo gestendo bene e con attenzione. C’è un contingentamento del personale senza interscambio tra le varie zone. Gli operatori nell’area covid hanno situazioni diverse. Alcuni tornano a casa dopo una attenta sanificazione. Altri 12 alloggiano in un albergo vicino. Ci sono alcuni sospetti positivi dopo analisi del sangue che però non sono certificati. In 5 sono qui a fare la quarantena.»

Che attività vengono svolte con gli ospiti oltre all’assistenza sanitaria?

«Vengono fatte poche attività oltre lo stretto necessario. Abbiamo pochi operatori abbiamo sospeso l’animazione. Abbiamo creato radio Molina che trasmette tutto il giorno con attenzione agli ospiti. La comunicazione con le famiglie è gestita con video chiamate, ma non possiamo farle tutte in tempi brevissimi. Ne vengono fatte 20-30 al giorno. Il primo motivo per cui sono qui a lavorare le persone è salvaguardare la salute fisica e mentale dei nostri ospiti. Poi viene la comunicazione che è importante ma non prioritaria».

Ha qualche rammarico per quello che sta succedendo?

«Non c’è stata una grande attenzione alle Rsa malgrado i continui solleciti. A parte questo ci sono state persone che hanno mostrato una grande sensibilità impegnandosi a fondo. Dovremmo riflettere su come affrontare una emergenza. Noi non eravamo pronti. Quando dico noi, non intendo solo il Molina, ma noi Paese».

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 15 aprile 2020
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Commenti

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  1. Scritto da Giovy Milano

    Si auspica un intervento rapido della magistratura così da verificare se lo”stato di impreparazione” di cui si parla trovi le sue radici nella negligenza e nell’incompetenza piuttosto che nella drammatica casualità ..Poi avremo le idee più idee più chiare delle varie responsabilità…

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