Emergenza Covid: “L’ospedale di Saronno il più impegnato, il sant’Antonio primo a ripartire”

Il direttore generale della Valle Olona traccia un bilancio dell'attività realizzata in questa emergenza. Attivati 327 letti, di cui oggi 252 occupati

Tenda ospedale Busto Arsizio

All’inizio doveva essere una palazzina dell’ospedale di Busto Arsizio, presto allargato alla nuova cardiologia e poi la terapia intensiva, per continuare con il presidio di Saronno prima la cardiologia poi la subintensiva quindi l’ intensiva e via via le aree di degenza, poi Gallarate e infine Somma Lombardo: « Appena avuto notizia del primo caso di Codogno – spiega il direttore generale dell’asse Valle Olona Eugenio Porfido – abbiamo studiato il piano strategico, individuando le due linee operative: da una parte la programmazione per individuare interventi e tempi e dall’altro l’organizzazione flessibile da prevedere per sopportare velocemente la crescente domanda di assistenza».

Nella lotta al coronavirus, è stato l’ospedale di Saronno la prima linea della Valle Olona: « Lo abbiamo individuato perché quello più vicino a Milano, il territorio più a rischio – spiega Porfido – poi abbiamo iniziato ad ampliare e trasformare altri reparti in modo continuo per far fronte alla domanda sempre più pressante. Abbiamo realizzato 327 posti tutti dedicati ai pazienti Covid di cui 36 di terapia intensiva, 16 a Busto e 16 a Saronno».

Dall’inizio dello scorso marzo, la pressione sugli ospedali della Valle Olona cresce continuamente e tutti i presidi vengono coinvolti: «A Somma Lombardo abbiamo individuato letti per chi, pur avendo superato la malattia, risultava positivo. Li abbiamo trasferiti nella riabilitazione e abbiamo fornito tutti i dispositivi di protezioni necessari per affrontare quella situazione».

Il capitolo DPI è stato tra i temi più delicati in assoluto: « Ci sono state notti in cui ero in affanno, con l’idea di dover chiudere reparti perché non avevo le protezioni per i dipendenti – rivela Porfido – Fortunatamente non è mai successo, ma ore di angoscia le ho passate».

Le accuse mosse dai sindacati sulla gestione del trasferimento al Bellini vengono rigettate dal direttore generale: « Si trattava di pazienti non più ammalati, dotati di mascherine, che sono transitati per l’ospedale in modo sicuro perché, pur se gli edifici non permettono passaggi divisi e sicuri, ci sono procedure e organizzazioni che possono assicurare la stessa efficacia. E così è stato sia a Somma sia a Gallarate. I casi di contagi tra gli operatori sono legati, invece, a pazienti ricoverati in medicina che sono risultati positivi solo successivamente. Ricordiamo che siamo in presenza di una pandemia di cui si sono conosciuti i contorni solo strada facendo: all’inizio non si prevedevano tamponi».

Oggi, la complessa macchina organizzativa si è stabilizzata: i letti occupati da pazienti covid sono attualmente 242 mentre in terapia intensiva hanno dovuto aumentare la capienza e ci sono 33 ricoverati: « Non è ancora il momento di ritornare alla normalità ma stiamo già pensando al dopo emergenza. Ci vorranno sicuramente mesi, un lasso di tempo almeno 2 o 3 volte più lungo della durata dell’emergenza. Però stiamo programmando : si partirà dall’ospedale di Gallarate che sarà il primo a essere liberato completamente per poter tornare ad offrire assistenza anche ad altre patologie. Poi si procederà con gli altri presidi. Ultimo sarà l’ospedale di Saronno proprio perché ha avuto il maggior carico nella fase dell’emergenza».

Quanto ai tempi, il direttore Porfido va con i piedi di piombo: « Da epidemiologo, raccomando di avere molta pazienza e di rispettare le regole di comportamento. La ripartenza dovrà avvenire per cluster e per aree, iniziando da quelle più sicuri. Solo quando avremo un test che evidenzi la presenza di eventuali anticorpi potremmo mappare con sicurezza. Tra sintomatici e paucisintomatici oggi potrebbero esserci molte persone che hanno già superato la malattia e hanno gli anticorpi: questi test potranno individuare quali zone sono più protette di altre. Dobbiamo convivere con l’idea che si dovrà ripartire pur in presenza di piccoli focolai. L’importante è che non si dia modo di far schizzare di nuovo l’epidemia. Per questo continuo a raccomandare le misure di igiene, di evitare gli spostamenti di continuare ad arieggiare gli ambienti che è il miglior modo di eliminare i virus. Non se ne verrà fuori presto».

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 10 aprile 2020
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