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Gaia, 13 anni: “Figlio mio che verrai, ti racconto il tempo del coronavirus”

In un bellissimo tema Gaia apre una preziosa finestra sui suoi pensieri di adolescente in questi giorni strani e difficili. Pensieri profondi e un messaggio di speranza per tutti

Generico 2018

Gaia ha 13 anni e frequenta la terza media all’istituto comprensivo Bruno Passerini di Induno Olona.

Anche lei, come tutti i suoi coetanei è alle prese con questi giorni strani e difficili, con la scuola che ha cambiato tempi e modi, con il distacco forzato dai compagni di classe e dagli amici, con lunghe ore da riempire e pensieri grandi, forse troppo per i suoi anni in bilico tra la tenerezza dell’infanzia e la consapevolezza dell’età adulta.

Gaia ci ha mandato un suo tema che ha voluto condividere con tutti noi. La ringraziamo per questo dono.

«Sono una dei milioni di alunni italiani che, in questo periodo, ogni giorno si reca diversamente a scuola – scrive Gaia nella lettera che accompagna il suo tema –  Mi seggo alla mia scrivania, accendo il computer ed entro in classe, una classe virtuale. Svolgiamo lezioni e compiti in modo asettico senza la possibilità di scambiarci uno sguardo o un sorriso.
Uno studente come me, come la vive realmente questa situazione? Dove può incanalare tutta la sua voglia di crescere, di imparare, di vivere?
Vorrei condividere con voi una risposta a queste domande, uno stralcio della mia vita.
La mia professoressa di lettere, la prof Saredi, ci ha chiesto di svolgere un tema a proposito del Coronavirus, una lettera indirizzata al futuro, una lettera in cui spiego a mio figlio cosa stiamo vivendo al tempo del Coronavirus.  Io ho lasciato scrivere il mio cuore».

Ecco il tema di Gaia, una preziosa finestra sui suoi pensieri. Pensieri profondi e un messaggio di speranza per tutti.

In questi giorni abbiamo tutti molto tempo.

Io non sono abituata ad avere così tanto tempo a disposizione e cerco di occuparlo in molti modi, studio, leggo, scrivo, disegno, ascolto musica ma nonostante tutto rimane ancora tanto tempo libero e i pensieri più profondi fanno capolino e si perdono nel labirinto della mia mente.

Ieri nella mia testa sei comparso tu.

Non so se arriverai veramente a me, non so se un giorno ti conoscerò e se sarai come ti ho immaginato ma sei stato il mio pensiero dell’altra sera.

Caro figlio mio,

frutto di un mio incerto futuro, non ti conosco ancora, ma voglio raccontarti di quello che stiamo passando in questo periodo e di come in pochi giorni tutto è cambiato.

Ti scrivo perché voglio mettere nero su bianco quello che provo ora perché temo che quando sarò lì con te e tu mi chiederai di descriverti questo periodo io non troverò le parole adatte.

Caro figliolo mio ti immagino, chino sui libri di scuola, intento a preparare il tuo esame di terza media e, alzando lo sguardo incuriosito, mi chiedi come è andato il mio. Chissà se mi scenderanno  ancora le lacrime agli occhi a ripensare a quei mesi, chissà se avvertirò ancora ansia, paura, delusione, noia, e rabbia intrecciate insieme ad un filo di speranza.

Coronavirus…solo pronunciando questa parola vengo sommersa da emozioni contrastanti, intense anche se la vita al tempo del Coronavirus è monotona, ogni giorno uguale all’altro.

Scusami ma tu non conosci ancora il Coronavirus, non ti ho ancora presentato il grande ed indiscusso protagonista di questo periodo.

Il Coronavirus è arrivato in Cina alla fine del 2019. E’ arrivato all’improvviso, indesiderato e inaspettato. E’ giunto con una missione da compiere, fare il giro del mondo nel minor tempo possibile. Quindi ha iniziato subito la sua corsa folle attraversando la Cina, non aveva a disposizione un navigatore quindi per orientarsi ha deciso di seguire tutte le persone in movimento. Sfortunati coloro a cui ha chiesto indicazioni, chi era più debole e fragile è finito in ospedale!

Percorsa la Cina è andato in Corea del Sud, in Giappone e il 21 febbraio 2020 è giunto anche in Italia. Il paziente 1 affetto da Covid-19.

Covid-19 è il nome con cui scienziati e medici hanno chiamato questa malattia. Quel 21 febbraio lo ricordo bene, un venerdì, quella mattina sono stata interrogata in geografia sul continente asiatico.

Tra sabato 22 e domenica 23 chi è al potere ha deciso di chiudere tutte le scuole in Lombardia e poco dopo in tutt’Italia. Questo è stato l’inizio, l’inizio di un cambiamento che è ancora in atto.

Ha chiuso la Scuola, non solo l’edificio scolastico ma la scuola con la S maiuscola, cioè tutta la struttura che forma le menti di noi studenti. Inizialmente si è annunciato “scuole chiuse per una settimana”, quella settimana si è moltiplicata più volte e ora la previsione più attendibile preannuncia che non rientreremo a scuola per quest’anno.

E’ stato l’inizio della didattica online. Nessuna pesante cartella da portare, nessun compagno di banco, nessuna parola bisbigliata dopo il suono della campanella.

La nostra presenza a scuola dipende da webcam, microfono e connessione internet,ma non solo, anche da tanto impegno. L’impegno è rimasto sempre uguale, anzi forse è dovuto aumentare perché abbiamo dovuto scegliere tra essere onesti o barare.

Abbiamo dovuto, forse per la prima volta nella nostra vita, fare i conti con la nostra coscienza a cuore aperto e capire che tipo di persona siamo, se è più importante apprendere realmente per noi stessi o solamente meritare un bel voto.

Hanno chiuso le palestre, le piscine, i pub, i bar, i ristoranti, le aziende, i parchi, sospese le partite di calcio, basket, rinviate le Olimpiadi, tutto si è dovuto fermare.

Ha chiuso le sue porte la Chiesa, impedendomi di terminare il mio percorso di catechesi e il mio ultimo anno di chierichetto.

Ha chiuso il liceo musicale, negandomi l’accesso al corso di canto.

E’ calato il sipario anche a teatro, ho dovuto interrompere il mio corso di recitazione.

Gli unici luoghi a rimanere sempre aperti sono stati ospedali, supermercati e industrie che producevano beni di prima necessità.

All’inizio ci era concesso uscire a fare una passeggiata, anche solo per prendere un po’ d’aria.

Poi ci è stato proibito anche quello. Tutti a un metro di distanza l’un dall’altro con l’obbligo di indossare mascherine e guanti e di avere in tasca un flacone di gel igienizzante.

In Italia il Coronavirus si è fermato a lungo, si è trovato bene, come dargli torto?

L’Italia è un luogo meraviglioso, pieno di ogni bellezza, arte, cultura, natura, persone meravigliose. Ha colpito in maniera drammatica la fascia più fragile della nostra società, gli anziani.

E’ triste perché non siamo riusciti a difendere tutti i nostri nonni da quella  pandemia, nonostante l’incessante lavoro di medici ed infermieri. Il Coronavirus è cinico e vigliacco, si muove invisibile tra di noi colpendo chiunque, non avendo compassione per i nostri anziani e non avendo rispetto per chi lavora con dedizione rischiando la propria vita quotidianamente.

Caro figlio mio, il Coronavirus ci ha voluto attaccati al televisore per sentire telegiornali e aggiornamenti della Protezione Civile con i dati della giornata, a vedere grafici che si sono impennati velocemente e che troppo lentamente sono scesi.

Ci ha voluto impauriti e soli nel momento dell’addio, ci ha voluto distanti e nascosti dietro alla finestra di casa a guardare il rallentare del mondo attraverso un vetro.

Ci ha voluto fermi, ci sono stati vietati tutti gli spostamenti, i viaggi già organizzati. Ne avrei dovuti fare ancora diversi, sarei andata a Roma con la parrocchia per la Professione di Fede, in Francia con la scuola e in vacanza con la mia famiglia. Lui però mi ha preceduto, ha iniziato i suoi viaggi prima di me e ha annullato tutto. Il Coronavirus poco dopo essere arrivato in Italia è andato In Spagna, in Francia, in Germania, in Inghilterra e in tutta Europa. Poi ha trovato la via per arrivare anche in America, è  arrivato in Africa continuando la sua missione, il suo folle giro del mondo nel minor tempo possibile.

Caro figliolo, i giorni stanno trascorrendo lentamente e l’isolamento sociale sta diventando pesante.

Mi manca il contatto con i miei parenti, i miei amici, la scuola, mi mancano gli abbracci.

Mi manca il fisico sempre in movimento, mi mancano le corse per non arrivare in ritardo.

Mi manca la voce delle persone, i sorrisi e gli sguardi di intesa, mi mancano le risate di cuore.

Mi manca il profumo della cena della domenica a casa dei nonni, mi manca il rumore di quella sera.

Mi manca avere la mente impegnata. Quando la mente è libera vengono a galla le nostre paure, i nostri problemi. Ed è impossibile affondarli, è impossibile non farli emergere quando tutto è silenzioso, quando manca il rumore di sottofondo. Ed è difficile risolverli quando tutto è fermo.

Stando fermi si capisce quanto è bello camminare!

Caro figlio mio, il Coronavirus è entrato nelle nostre vite e ci ha fatto capire veramente alcuni concetti che consideravamo banali e che davamo per scontati.

Ci ha fatto capire la bellezza di poterci abbracciare e di guardarci direttamente negli occhi.

Ci ha fatto rendere conto della fortuna che abbiamo nel poter andare a scuola.

Ci ha fatto percepire la libertà di poter uscire anche solo per fare una passeggiata.

Ci ha fatto rivalutare la famiglia e l’affetto infinito che ci lega ad ogni singola persona cara.

Ci ha fatto capire che se si può aiutare qualcuno è giusto e bello farlo.

Ci ha fatto rivalutare le persone e capire che sono i veri eroi del nostro tempo.

Ci ha fatto comprendere il concetto di Nazione e l’orgoglio di far parte di una splendida Italia.

Ci ha fatto ammirare la solidarietà nella sua bellezza a tutti i livelli, dai vicini di casa, dai calciatori, dagli artisti, dalle città, e da tutte le nazioni del mondo.

Mio caro fanciullo, la speranza di ogni persona di tutto il mondo, in questo momento, è concentrata sull’avere il prima possibile un vaccino per proteggerci e una cura per chi è ammalato.

Sicuramente riusciremo ad avere sia l’uno che l’altro.

Dovremo pazientare ancora un po’ di tempo ma arriveranno entrambi e si potrà ricominciare la vita di tutti i giorni, uguale identica a prima. Sarà vero? Io spero di no.

Io spero con tutto il cuore che questo periodo passato non ci faccia dimenticare cosa ci ha insegnato il Coronavirus. Abbiamo pagato caro l’insegnamento che ci ha impartito questo sconosciuto.

Rimarranno le ferite aperte per molto tempo ancora, non può e non deve ripartire tutto come prima.

Sarà dura medicare e curare queste ferite, resteranno le cicatrici, cicatrici che ogni giorno dovremo guardare ed accarezzare. Per non dimenticare.

Per non dimenticare la forza di un abbraccio e il calore della vicinanza di cari ed amici.

Per non dimenticare la libertà di uscire e il diritto fondamentale di andare a scuola.

Per non dimenticare la bellezza della solidarietà e la pienezza della condivisione.

Per non dimenticare il freddo della solitudine e la paura della malattia.

Per non dimenticare l’orgoglio di essere italiani e il rispetto da portare a chi lo merita.

Per non dimenticare la bellezza degli arcobaleni.

Dopo la tempesta, con l’arrivo dei primi raggi di sole, compare uno splendido arcobaleno, il suo compito è di ricordarci di avere speranza, sempre.

Caro figlio mio, frutto di un mio incerto futuro, non ti conosco ancora ma ho una grande speranza nel mio cuore. E’ la speranza di poterti raccontare tutto un giorno abbracciandoti forte.

Ti racconterò anche di quanto avrei desiderato sostenere quell’esame, quanto avrei voluto concludere il mio percorso come piace a me, fatto bene, vissuto pienamente ed intensamente.

Ti racconterò di quanto avrei voluto salutare e ringraziare tutti di persona guardandoli negli occhi e stringendo a tutti forte la mano, tenendo il mio cuore nell’altra mano.

Arriverà anche quel momento, non sarà uguale, ma cercherò comunque di farlo bene, come piace a me.

Gaia, mamma del pensiero di una sera.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 21 Aprile 2020
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