Grazie al covid ho scoperto il tempo della tartaruga

Il racconto di Chiara, mamma e medico di base che si è ammalata di polmonite: "La battaglia contro l’ignoranza è la prossima che ci aspetta... stiamo vincendo il Covid, vinceremo anche questa?"

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Di seguito il contributo di Chiara.

Il Sars-Cov-2 mi ha sorpreso alla frontiera tra Francia ed Italia. Poche ore prima, ignari, eravamo una classe spensierata in stage linguistico in Costa Azzurra. Adesso sull’autobus c’era un gruppo di ragazzi intimoriti dalla notizia che questa misteriosa epidemia era arrivata dalla Cina fino a noi e le scuole non sarebbero forse state riaperte.

Non ci siamo più rivisti da allora, se non in qualche videochiamata. Mia figlia minore, autistica, è rimasta parecchio spaesata: le prime settimane sono state una lunga, inaspettata vacanza. Gli insegnanti infatti hanno dovuto preparare un programma ad hoc per lei, che non riusciva a seguire le videolezioni come gli altri. Fino ad ora  si è collegata mezz’ora al giorno con l’educatrice o uno degli insegnanti, poi per un paio d’ore lavora con la sua insegnante privata, che la segue nei compiti da anni.  Dalla prossima settimana verrà finalmente l’educatrice al domicilio: siamo a fine maggio, la scuola è finita. Per mettere d’accordo Comune e cooperativa ci sono voluti i santi.

A complicare le cose non è mancato il mio lavoro di medico di medicina generale. Sono una di quelli che sono stati definiti gli “eroi dimenticati della prima linea” o meglio, per dirla con Crozza, “non medici senza frontiere, ma medici senza un ca…”. Ho visitato pazienti apparentemente sani, pazienti sospetti, pazienti chiaramente malati, con mascherine chirurgiche assolutamente inutili alla protezione dell’operatore, senza visiera, con i camici di carta recuperati in un magazzino di una farmacia e regalati da un’amica.

Come altri colleghi, aspettando le forniture di ATS che arrivavano con il contagocce, abbiamo ordinato tutto il materiale possibile su internet, ma in quel periodo le consegne non erano efficienti. Mentre le aspettavo e mentre avevo già contattato un collega per sostituirmi per un periodo per potermi occupare di mia figlia, mi sono ammalata di polmonite. Quando si dice la sfiga.

Poiché i sintomi non sono stati subito chiari – non febbre alta, non tosse, solo grande stanchezza e nausea- ho sperato per qualche giorno che fosse solo lo stress del lavoro o la sudata davanti al supermercato. Poi mi sono dovuta arrendere. Sono passata all’improvviso dalla parte del paziente che poteva sentire il suo medico solo per telefono –e non è mai mancato il suo sostegno- . Non sono stata visitata da nessuno perché potenzialmente infetta, ma non ero abbastanza grave da meritare un accesso in Pronto Soccorso, una diagnosi certa. Quella è arrivata solo quasi due settimane dopo, grazie alla Cooperativa Medici Insubria, che si è organizzata permettendo ai medici di medicina generale di prescrivere esami diagnostici. Era il 30 marzo. Prima di allora, vorrei che fosse chiaro, i pazienti sul territorio erano invisibili.

Mi sono curata da sola con il supporto della mia collega, il mio medico di base. Siamo riuscite a fermare la polmonite ad uno stadio iniziale. Sono state due settimane veramente dure, soprattutto per l’isolamento familiare. Nessuno in casa mia si è potuto in realtà isolare granchè perché mia figlia era sempre nel mio letto e non si voleva staccare da me. Alla fine l’avremo fatto tutti, anche se l’unica sottoposta a tampone sono stata io (sempre negativa!).

Tutto considerato, però, non è stato un periodo completamente negativo. Una volta guarita, anche se lo strascico di debolezza me lo trascino ancora adesso dopo due mesi, mi sono goduta un periodo di convalescenza favolosa: a letto fino a tardi, letture di svago per ore ed ore, il mio sogno proibito. E poi anch’io, come tutti gli italiani, mi sono tuffata nella cucina, le ricette di Benedetta Rossi, le torte, il pane, le brioches. Il tempo finalmente non mancava. Ho assaporato lo stare con mio marito, le mie figlie, i miei animali domestici. Mi sono goduta il terrazzo di casa, con il dondolo e le lucine dell’Ikea. Ma soprattutto ho notato, come la tartaruga della canzone, che correva troppo e dopo un incidente è stata costretta a rallentare, l’importanza dei dettagli, dei piccoli passi che fanno grande un lavoro: ho avuto la straordinaria opportunità di imparare come mia figlia lavora a scuola, osservando come operano le insegnanti, standole vicino senza distrazioni l’ho potuta aiutare anche io a diventare più autonoma, più matura. Ora si rifà il letto, passa la scopa elettrica in cucina dopo pranzo, è serena. E’ un’esperienza di cui ringrazierò sempre il Covid.

Lei ha reagito con una duttilità che stento tuttora a riconoscere in una persona autistica, rigida nelle sue regole. E’ bastato darle una nuova routine e lei si è adattata alla grande. E’ bastato avere fiducia in lei, rassicurandola, e lei ha ricambiato questa fiducia con un atteggiamento positivo.

Questa esperienza di didattica personalizzata a distanza è servita sicuramente anche agli insegnanti, che non erano preparati ad una DAD con studenti normodotati, figuriamoci con alunni neurodiversi. Dopo un breve periodo di impasse, però, hanno ammirato e sostenuto, per esempio, l’insegnamento dei Promessi Sposi e della storia per mezzo di sceneggiature realizzate direttamente da Silvia e messe in scena a distanza…alla riunione finale del PEI la prof di storia era visibilmente commossa vedendo le foto della ragazza e delle insegnanti travestite da arabe o da personaggi manzoniani, con mia figlia che indossa il mio abito da sposa per interpretare Lucia!

Mia figlia maggiore sta preparando la maturità, ha dovuto posticipare il suo esame di guida programmato per metà marzo, è stata privata degli ultimi mesi nella sua classe, con i suoi compagni. Sarà una maturità ben strana, quella di questi ragazzi, acquisita sul campo. Hanno dovuto adattarsi in pochissimo tempo alla separazione, all’assenza della componente affettiva della scuola, che a diciott’anni è fondamentale. Se non sapranno perfettamente la formula del propano o cosa ha scritto Palazzeschi, hanno però sviluppato la capacità di concentrarsi nonostante le infinite ore trascorse da soli davanti allo schermo, a gestire le difficoltà di collegamento e la solitudine.  A volte mi mancano le parole per confortarla, perché questa esperienza è nuova per tutti, stiamo imparando a viverla insieme.

Ora ci resta da affrontare un nuovo problema: quello della società dei sieronegativi che allontana dal gruppo coloro che sono venuti in contatto con il virus, nella paura che possano essere ancora contagiosi. Sono già capitati alcuni spiacevoli episodi, a me personalmente ed all’insegnante di mia figlia. il dover dimostrare di non essere untori è una cosa che mi farebbe sorridere se non fosse segno di ignoranza sociale, di cui i responsabili sono i mass media e certi scienziati che hanno tutto l’interesse a mantenere alto l’allarme, dato che sono pagati migliaia di euro per pochi minuti di collegamento tv, in cui sbraitano di catastrofi imminenti.

Ogni epidemia ha un inizio ed una fine, è stato tutto molto doloroso e difficile, ma non è stata la prima volta nella storia e non sarà l’ultima. Chi viene contagiato da un germe sviluppa una risposta immunitaria che lo rende, per l’appunto, immune. Come si può dire che una persona non sia sicuramente immune dopo aver incontrato il virus mentre lo sarà dopo una vaccinazione, che è fatta di porzioni dello stesso virus?

La battaglia contro l’ignoranza è la prossima che ci aspetta… stiamo vincendo il Covid, vinceremo anche questa?

Chiara, Busto Arsizio

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Pubblicato il 31 maggio 2020
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