Sindacato frontalieri: “Disponibili a riaprire il confronto, nei tempi, nei luoghi e nei modi corretti”

Il sindacato di categoria reagisce alla proposta di procedere al superamento dell'accordo del 1974 sull'imposizione fiscale dei frontalieri, inviata da Regione Lombardia e dal consigliere di Stato del Dipartimento delle finanze e dell’economia del Canton Ticino al ministro Gualtieri e al capo del dipartimento Federale delle finanze della Svizzera

Il viaggio dei frontalieri passando dalla statale 394

I sindacati dei frontalieri di Cgil, Cisl e Uil e quelli svizzeri di Ocst, Unia e Syna si dicono «disponibili a riaprire il confronto sull’accordo fiscale tra Italia e Svizzera, ma nei tempi, nei luoghi e nei modi corretti e  senza improprie fughe in avanti».

Una specificazione che è al tempo stesso una presa di posizione sulla lettera che il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana ed il consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia del Canton Ticino Christian Vitta, avrebbero inviato il 30 aprile scorso al ministro dell’economia delle finanze Roberto Gualtieri e al capo del dipartimento Federale delle finanze della Confederazione svizzera Ueli Maurer, in merito ad una proposta di procedere in tempi certi al superamento dell’accordo sull’imposizione fiscale dei frontalieri del 1974, adottando il nuovo trattato internazionale parafato nel 2015, ma mai ratificato dal Parlamento italiano, attraverso una proposta definita “dal basso”, volta a rimuovere ogni ostacolo alla sua definitiva applicazione.

«Nella missiva, tra l’altro – fa sapere il sindacato di categoria – si fa riferimento alla consultazione dei tanti stakeholder, tra cui, le scriventi organizzazioni sindacali italiane e svizzere, alludendo ad una sorta di placet delle stesse che consentirebbe, nell’ambito della road map che i due Enti regionali hanno sottoscritto nei mesi scorsi, di procedere determinati verso l’obiettivo dell’applicazione delle nuove regole. Siamo sinceramente stupiti dal metodo: risulta che a Costituzione italiana vigente la competenza fiscale sia dello Stato nazionale, che i territori coinvolti siano le regioni italiane ed i cantoni che con essi confinano, c’è quindi una dimensione nazionale a cui è demandata la consultazione, la discussione e, se ancora nel novero delle possibilità rispetto al trattato sottoscritto, la proposta. L’iniziativa lombardo ticinese, oltre che un atto di buona volontà risulta, in assenza di un esplicito mandato del Governo, quantomeno uno sgarbo istituzionale nei confronti di tutti gli aventi causa a partire dalle Regioni italiane coinvolte sul tema del lavoro frontaliero. Nella migliore delle ipotesi un atto privo di conseguenze. A frontiere ancora chiuse e curve epidemiche ancora preoccupanti, ci domandiamo inoltre a chi giovi aprire ora una questione così rilevante per il futuro di oltre 70.000 persone, rendendoci invece fin d’ora disponibili alla riapertura del confronto con i corretti interlocutori a partire dal mese di settembre».

Secondo il sindacato, nell’aprile del 2019, c’è stata «una preventiva consultazione, senza essere ascoltati, da parte di un sedicente “tavolo tecnico” con l’obiettivo dichiarato di valutare il consenso intorno all’accordo parafato, anche attraverso possibili scostamenti dal testo originario. Non ci siamo sottratti al confronto, anzi, al contrario, abbiamo presentato un articolato documento sottoscritto per la prima volta da tutte le sei organizzazioni sindacali dei due Paesi, non mancando tuttavia di evidenziare, anche allora come ora, il tema delle competenze in materia fiscale, la necessità di un mandato in chiaro dell’allora primo Governo Conte (le cui componenti politiche non si sono mai dichiarate a favore di quel trattato), la necessità che la consultazione non fosse solo un atto dovuto, bensì, una disponibilità a modificare i contenuti dell’accordo possibili solo attraverso la riapertura del negoziato o l’accoglimento di emendamenti in fase di conversione in legge; la necessità che il testo parafato fosse nelle disponibilità delle parti consultate, irritualmente indisponibile».

Il sindacato di categoria è stupito anche nel merito: «Nella consultazione, preso atto del trattato sottoscritto tra Italia e Svizzera nel 2015, del cambio di fase storica rispetto alle ragioni che portarono alle norme del 1974 e che richiedevano un affrancamento da quelle modalità, abbiamo ribadito però alcune irrinunciabili priorità in ordine a questioni rimaste irrisolte a titolo esemplificativo: un periodo di transizione adeguato tra vecchio e nuovo sistema affinché la messa a regime non possa determinare effetti pesanti sulla vita delle lavoratrici e lavoratori frontalieri; la necessità di un corretto equilibrio rispetto ai carichi di famiglia che i due sistemi italiano e svizzero rischiano di rendere iniqui; l’introduzione delle franchigie fiscali adeguate a tutelare i salari medio bassi; un’attenzione ai rischi della doppia autorità fiscale e della doppia imposizione; la delicatezza del tema dei ristorni fiscali tanto per le comunità locali quanto per la necessità di un uso che possa guardare anche agli investimenti in mobilità, formazioni ed alle tante opportunità per il lavoro di frontiera; una particolare attenzione al fenomeno deflattivo del dumping salariale di cui un accordo rinnovato deve necessariamente tenere conto nell’interesse collettivo. Abbiamo inoltre ribadito sulla necessità che un accordo definito storico, fosse accompagnato da un altrettanto rinnovato approccio al tema del lavoro di frontiera, cioè che fosse sostenuto dail fondamentale tema della cooperazione internazionale attraverso, ad esempio, le risorse Comunitarie e Federali della progettualità, che al contrario, ci pare ancora troppo segnata da un dibattito inaccettabile sulle tensioni nei confronti dei lavoratori italiani, che hanno visto nel referendum “prima i nostri” del 2016 promosso dalla destra populista, la punta di un iceberg a cui, però, la classe dirigente svizzera, anche la più moderata, pare ancora troppo timida nel superare posizioni di retroguardia nell’interesse stesso del Canton Ticino. Crediamo, al contrario, a forme di cooperazione che favoriscano e non ostacolino la coesione sociale delle nostre comunità contigue. Ricordiamo che troppo spesso si evocano le tensioni sociali vere o presunte generate dalla quantità crescente di frontalieri presenti nei Cantoni Ticino, Vallese e Grigioni, troppo poco invece ci si ricorda come questi lavoratori italiani sostengono quelle economie impedendo la paralisi di interi settori come l’edilizia, la ricettività e la sanità, solo per citare i più rilevanti. Siamo quindi pronti a riaprire il confronto, nei tempi, nei luoghi e nei modi corretti, in un tempo auspicabilmente lontano dall’emergenza sanitaria che purtroppo colpisce ancora i nostri territori, proprio a partire dalla gestione economica generata dalla emergenza Covid e chiediamo a Regione Lombardia di sostenere il percorso nazionale verso il riconoscimento dello Statuto dei lavoratori frontalieri, per la certezza del diritto e la tutela dei lavoratori frontalieri. Nelle prossime ore invieremo ai Cantoni, alle Regioni ed al Governo italiano le nostre proposte unitarie».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 01 giugno 2020
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  1. Scritto da lenny54

    Sono un ex-frontaliere(uno di quelli che gia’ nel 1972 volantinava alle frontiere) e penso di avere un istruzione nella media. Dopo 10 righe di questo comunicato mi e’ venuto il mal di testa, non riuscivo a tradurre in concetti comprensibili questo politichese. Frasi lunghissime e concetti intraducibili. Ho provato a ripartire e rileggere il comunicato ma mi sono arreso. L’hanno fatto apposta a non farsi capire dai lavoratori comuni o non hanno ancora imparato a comunicare? (Per forza Salvini guadagna consensi!!)

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