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Da Praga all’Ossola, l’operazione per liberare dai nazisti i soldati cecoslovacchi

Un frate domenicano, un incontro nel Cenacolo bombardato, missioni clandestine e l'assalto a un treno: nel luglio del 1944 una vicenda da film tra la Boemia, Milano e l'Ossola

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Fine maggio 1944: un frate domenicano, in veste bianca, guarda le rovine della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano bombardata, il convento puntellato per proteggere l’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci. È un cecoslovacco e non ne vuol sapere più di guerra. Ma prima deve completare una missione: salvare i suoi connazionali, costretti dal nazismo a venire a combattere in Italia.

I “cecoslovacchi” arrivati in Italia erano 5mila: undici battaglioni, inviati in varie parti d’Italia. La Germania nel 1938 aveva smembrato la Cecoslovacchia, dividendola in Protettorato di Boemia e Moravia  – sottoposto a un governatore nazista – e in Stato-fantoccio di Slovacchia : i soldati inviati in Italia erano appunto boemi e moravi, costretti (al pari di altri popoli sconfitti e occupati, come i polacchi) a combattere per il nazismo.

I battaglioni cecoslovacchi arrivarono nel 1944: i tedeschi volevano allontanarli dalla loro Patria, perché temevano che si rivoltassero contro di loro. Fin da subito incominciarono le diserzioni furono individuali: i soldati cecoslovacchi scappavano da soli, a volte in due, disertò anche qualche ufficiale.

Nell’estate del 1944 quindi i battaglioni cechi furono mandati a vigilare sulle ferrovie, in particolare in Val d’Aosta, nelle valli vicino a Torino e anche in Ossola, il territorio del Piemonte occidentale ma molto vicino a Milano. In questa zona furono assegnati in particolare nei piccoli presidi che controllavano l’importante ferrovia del Sempione che partiva da Milano.

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Proprio nella città della Madonnina viveva Jiří Maria Veselý, un frate domenicano originario che dal convento di Oloumouc era stato inviato a Roma e poi a Milano, dove insegnava all’Università e risiedeva al convento di Santa Maria delle Grazie, ancora oggi occupato dai domenicani. Veselý s’interessò al destino dei suoi compatrioti: prima contattando il clero delle diverse zone per organizzare tregue con i partigiani, poi mettendosi in contatto diretto con i vertici della Resistenza italiana. Proprio tra le rovine di Santa Maria delle Grazie Veselý incontrò Ferruccio Parri “Maurizio”, il vice-comandante generale di tutti i partigiani del Nord Italia.

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L’operazione era audace: “liberare” centinaia di soldati cechi, sottraendoli ai tedeschi ed affidandoli ai partigiani. Veselý prese a viaggiare moltissimo,  con la scusa di visitare altri monasteri domenicani ma anche grazie ad un documento tedesco per cui risultava ufficialmente cappellano dei battaglioni. Si muoveva tra rischi e difficoltà di ogni genere: una volta arrivò a Torino dopo un bombardamento devastante (quello del 24/25 luglio 1944), aggirandosi in auto in mezzo alle macerie. C’era poi da sviare i sospetti dei tedeschi: proprio in quel giorno di fine luglio a Torino ad esempio fu trattenuto a un posto di blocco da un soldato sospettoso. «Non voleva lasciarci andare, ma dall’accento ho scoperto che era austriaco: gli ho detto che ero ceco. “Va bene”, ha detto, facendo finta di non vedere nulla».

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Il Cenacolo puntellato e L’ultima Cena circondata da sacchi di sabbia per proteggerla dai bombardamenti

Tra giugno e luglio, grazie all’opera di Veselý e al contatto organizzato con i partigiani (che erano diventati un esercito organizzato, con comandi e comunicazioni clandestine) le diserzioni che prima erano individuali divennero di massa.
Dopo diversi episodi nella zona delle valli vicino a Torino, a inizio luglio scattò l’operazione in Ossola: i diversi presìdi cechi iniziarono a passare ai partigiani, mediante contatti diretti o con la mediazione di due civili cechi che vivevano a Milano, «i signori Hanzlík e Sedláček», ex ufficiali delle Legioni, i reggimenti di cecoslovacchi che nella Prima Guerra Mondiale combatterono contro l’Impero austroungarico (di cui Boemia, Moravia e Slovacchia facevano allora parte).

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I cechi del presidio di Fondotoce passarono alla Brigata Alpina Beltrami, quelli di Vogogna e Premosello passarono ai garibaldini, al pari di quelli di Arona sul Lago Maggiore e di Cesa.

Il 9 luglio 1944 si allontanarono i trentatré soldati cechi del presidio di Mergozzo, che passarono nelle file dei partigiani cattolici della Divisione Valtoce, guidata da Alfredo Di Dio: i patrioti italiani inscenarono anche una sparatoria contro la caserma, per dar l’idea che i cechi si fossero arresi dopo aver combattuto ed evitare rappresaglie alle loro famiglie.

A questo punto i nazisti si erano fatti quanto mai sospettosi. Nel giro di due giorni decisero di trasferire gli ultimi soldati cechi rimasti, che erano in caserma nella cittadina industriale di Villadossola: li imbarcarono su un treno per riportarli verso Milano. Il 12 luglio 1944 la tradotta fu però intercettata e attaccata dai partigiani alla stazioncina di Candoglia, dove si scatenò una battaglia tra i partigiani e i fascisti che scortavano – sospettosi – i cechi. Raffiche di mitra e scoppi bombe a mano lacerarono l’aria per diversi minuti, mentre alcuni dei cechi che avevano disertato a Mergozzo chiamavano i loro compatrioti: nel corso della sparatoria fu ucciso il giovane Paolo Stefanoni (a cui fu poi dedicata la Brigata che operava sul Mottarone), ma decine di soldati cecoslovacchi riuscirono a dileguarsi.

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La stazione di Candoglia nel Dopoguerra, in tempo di guerra la linea non era elettrificata e il treno era a vapore

Complessivamente in Ossola passarono nelle file partigiane 271 soldati e 7 ufficiali del 6° Battaglione, mentre altri 108 rimasero nelle mani dei nazisti, che li disarmarono e li usarono di lì in avanti solo per costruire fortificazioni al confine con la Francia.
I cechi che avevano disertato rafforzarono le file partigiane portando anche molte armi, munizioni, cavalli, veicoli e materiale vario. Il comando cecoslovacco – espressione del libero governo in esilio, che stava a Londra – e il Corpo Volontari della Libertà italiano concordarono di trasferire i cechi in Svizzera e di qui in Francia, per combattere a fianco degli Alleati che erano sbarcati in Provenza e nell’estate risalirono fino al confine franco-svizzero (nella foto che apre l’articolo: i soldati cechi inquadrati dagli Alleati in una nuova Brigata). La maggior parte dei soldati di Boemia e Moravia passò in Svizzera entro settembre.

Una parte dei cechi invece decise di rimanere a combattere in Italia, in particolare in Piemonte: tra loro c’era in Ossola Jaroslav Král, che inquadrato nella Divisione Alpina Betrami (una formazione autonoma che agiva intorno a Omegna) partecipò alla dura battaglia d’inizio agosto intorno al Monte Massone. Dopo sei giorni di scontri, il 6 agosto la sua squadra – che stava rientrando in Ossola – fu sorpresa dai tedeschi: il nome del cecoslovacco, insieme ad altri dodici ragazzi, è oggi sul monumento ai partigiani del paese di Anzola d’Ossola.

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La lapide ad Anzola; foto dell’Ambasciata della Repubblica Ceca

Sulla lapide c’è anche il nome di battaglia di un anonimo partigiano che veniva dalla Grecia, “Aristotele”: la Resistenza italiana fu animata da uomini e donne di decine di nazionalità. Alcuni arrivati in Italia per tortuose vicende personali, altri in gruppo, in divisa della Wehrmacht: oltre ai cecoslovacchi, in Ossola passarono nelle file partigiane anche centinaia di soldati che venivano dalla Georgia, ex sovietici che erano stati arruolati a forza dai tedeschi.

Il sacrificio di anni lontano dalla propria casa non fu l’unico dramma per questi stranieri: dopo la fine della guerra e il rientro, molti – cosacchi, georgiani, turkmeni, uzbeki, armeni – furono perseguitati da Stalin, spesso anche chi aveva combattuto nelle file antifasciste.
Toccò anche ad alcuni cecoslovacchi: il domenicano Jiří Maria Veselý (nella foto), che aveva sostenuto il passaggio dei suoi compatrioti alle file della Resistenza, vide riconosciuto il suo ruolo (fu decorato al valore militare nel 1945) ma – dopo il colpo di Stato comunista – nel 1950 fu imprigionato in un monastero insieme ad altri esponenti del clero cattolico, considerato pericoloso per il nuovo regime.

Veselý rimase comunque legato all’Italia, dove tornò dopo esser stato liberato durante la “Primavera di Praga”. Nel 1975, nel restaurato convento di Santa Maria delle Grazie, incontrò Ferruccio Parri. Guida del Partito d’Azione repubblicano e socialista, era stato il primo presidente del Consiglio dell’Italia libera, ma poi il suo partito era finito schiacciato dalla contrapposizione tra i grandi partiti di massa, PCI e DC. L’incontro a Milano fu emozionato: ripensarono a quegli incontri clandestini tra le rovine della chiesa e del convento bombardati. Parri disse a Veselý: «L’uomo deve agire secondo la sua coscienza, liberamente». Parlava dei ragazzi cechi di allora, ma sembrava parlasse delle loro due vite.

di roberto.morandi@varesenews.it
Pubblicato il 10 luglio 2020
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