Individualisti e poco tutelati. I lavoratori dello spettacolo scoprono la coscienza di classe

Sono atipici, fanno fatica a percepirsi come gli altri lavoratori e procedono singolarmente nelle loro rivendicazioni. Il sindacato Slc Cgil ha provato a intercettarli e organizzarli

cgil

Lo Statuto dei lavoratori ha compiuto 50 anni, ma non è ancora venuto il momento di mandarlo in pensione. La pandemia e il lockdown hanno fatto emergere la condizione di molti lavoratori senza uno straccio di tutela nel momento più drammatico. In particolare quelli dello spettacolo. Una categoria atipica e difficile da inquadrare per le caratteristiche stesse delle prestazioni svolte, ma non per questo motivo destinata a rimanere per sempre ai margini del sistema di tutele.
La Cgil di Varese, nell’ambito della manifestazione Rock & Lavoro, ha affrontato il tema in un dibattito pubblico al Salone Estense a cui hanno partecipato Emanuela Bizi, della segreteria nazionale Slc Cgil, Elena Lattuada, segretaria Cgil Lombardia, Stefania Filetti, segretaria Cgil Varese, Luciano Pellizzaro, segretario Slc Varese, Manuela Pellegatta, cantautrice, e Minnie Ferrara, direttrice della civica scuola di cinematografia “Luchino Visconti”.
«Il virus – ha detto Filetti in apertura dei lavori – ha ridisegnato totalmente il perimetro delle questioni legate al lavoro». Un perimetro che, naturalmente, non riguarda i grandi nomi della musica e del cinema ma i lavoratori che Pellizzaro ha definito «quelli dei titoli di coda». Una pletora di comparse, maestranze, autori, aiuti registi, tecnici delle luci, insomma lavoratori che seppur invisibili sono il motore che garantisce il perfetto funzionamento della macchina dello spettacolo.
«Non mi piace chiamarlo lavoro intermittente, preferisco il termine atipico – ha detto Emanuela Bizi -. Un lavoro caratterizzato dalla complessità, nel senso che spesso non si vede e fatica a emergere. Non sono solo i tecnici, ma pensiamo a un attore che fa un provino, che ha dovuto studiare per farlo e quindi impiegare del tempo, o all’autore che scrive quando sta a casa. Queste forme di lavoro interrogano profondamente il sindacato perché senza tutele non si può lavorare».

Bizi si è battuta moltissimo durante il lockdown per raggiungere subito un risultato: ottenere l’estensione dell’indennità dei 600 euro per questi lavoratori. Una platea di 192mila persone (fonte Istat) con una retribuzione media di 4238 euro. Un livello di reddito ridicolo che è la prova dell’esistenza nel settore di una grossa percentuale di lavoro nero. «L’abitudine di vivere in un mondo che non ha regole – continua la sindacalista – ha creato un rapporto malato con le imprese. Parliamo di persone che fanno fatica a riconoscersi come lavoratori, che ignorano il sindacato e pensano di poter cambiare le cose rivendicando diritti come singoli. Il ministro Franceschini chiama al ministero i cantanti di successo, loro ci vanno e cantano pure. Questa cosa fa incazzare parecchio».

Chi lavora nello spettacolo non ha dunque l’idea di far parte di una  comunità accomunata dagli stessi bisogni. Ma se come canta Gianni Morandi «uno su mille ce la fa», che cosa accade a tutti gli altri? «A questi lavoratori – spiega Bizi – manca una dimensione collettiva e se non si parte dal lavoro che li unisce, come categoria e non come singoli individui, è difficile uscirne».

In paesi come la Francia c’è un sistema di tutele articolato che potrebbe essere preso d’esempio. L’Unione Europea ben prima del Covid ha chiesto di dare una risposta a questi lavoratori, ma il progetto presentato dal sindacato ai parlamentari italiani è rimasto chiuso in qualche cassetto. «Non è facile inquadrare la nostra figura – ha confermato la cantautrice Manuela Pellegatta -. Io avevo un lavoro e mi sono licenziata e adesso faccio parte di una cooperativa, assunta con contratto a tempo indeterminato. Siamo fornitori di un servizio e cerchiamo di informare correttamente i nostri committenti, ricordando i versamenti Enpals (ex Enpals, il fondo pensionistico dei lavoratori dello spettacolo è confluito nella gestione separata Inps, ndr) e tutte le spettanze secondo le regole esistenti». Se nel settore si ricorre così spesso al lavoro nero e nel 2020 manca ancora un sistema di tutele assimilabile a quello degli altri lavoratori, è difficile capire di quali regole si stia parlando.

Minnie Ferrara, direttrice della Scuola civica di cinema “Luchino Visconti”, ricorda che il settore della cinematografia ha un contratto e diritti riconosciuti. «Se i lavoratori del nostro settore decidono di non lavorare – spiega Ferrara – ti bloccano tutto il set perché c’è un senso di comunità molto forte. Semmai il problema sta all’esterno che non riconosce a questi lavoratori un’identità vera. Ai nostri ragazzi viene chiesto spesso di lavorare gratis in quanto si pensa che fare cinema sia solo una passione. È un aspetto su cui facciamo molta formazione. Siamo consapevoli che per i giovani è molto difficile esordire, ma state pur certi che si considerano lavoratori a tutti gli effetti. Bisogna rivendicare la condizione di attori, artisti e intellettuali perché sono portatori di valori e conservatori di memoria».

Estendere le tutele, evitando di scivolare in un corporativismo esasperato, è dunque un obiettivo che si puo’ raggiungere. Lo stesso sindaco di Varese Davide Galimberti, intervenuto nel dibattito, ha sottolineato l’importanza della presenza del sindacato per «stroncare il lavoro nero e portare il settore a regime».

Certamente nel 1970, quando nacque lo Statuto dei lavoratori, le cose  erano più semplici. Tutto era da costruire, le categorie più definite e la contrapposizione tra capitale e lavoro ben definita. A nessuno sarebbe mai venuto in mente di dire «sii imprenditore di te stesso».
«Nel caso di questi lavoratori – sottolinea Elena Lattuada, segretario Cgil Lombardia – bisogna costruire un sistema di diritti. Un compito non facile per le caratteristiche del loro lavoro. Occorre dunque disegnare una cornice molto larga e poi un’articolazione più definita».
Costruire quella cornice è complicato perché si deve fare i conti con lavoratori che non si percepiscono come portatori di diritti. L’estensione delle coperture in questa situazione straordinaria è stato solo un inizio. È chiaro che la vera svolta è rappresentata dal Recovery Fund e dal Mes che aprono una prospettiva vera di cambiamento anche per il sistema di tutele dei lavoratori.
«La sanità è importante, la scuola è importante così come lo sono i servizi – conclude Lattuada – ma la cultura è fondamentale perché il nostro è sostanzialmente un Paese di cultura. Guardatevi intorno. Quanta ricchezza e bellezza c’è nel luogo in cui stiamo parlando (Palazzo Estense, ndr)? La percezione che abbiamo dell’Italia passa dunque dalla memoria e dall’innovazione. Ora abbiamo un’occasione straordinaria per rilanciare l’intero Paese e ripensare il suo modello di sviluppo».

Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.

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Pubblicato il 28 Settembre 2020
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