Cento pazienti Covid all’ospedale di Varese: il 35% ha bisogno di ventilazione artificiale

Il professor Dentali e la sua equipe di Medicina è di nuovo in prima linea a gestire l'emergenza Covid19. In pochi giorni il reparto ha esaurito i suoi letti ed altri se ne sono aggiunti

ospedale varese

Sono circa 100 i pazienti Covid ricoverati all’ospedale di Varese, una trentina è ventilata meccanicamente. Un’altra decina si trova in terapia intensiva.

L’ospedale di Varese si prepara ad affrontare una nuova emergenza. Si studiano scenari e ipotesi, organizzazioni e spostamenti: nulla, però, è ancora stato definito. La situazione è troppo fluida, in questo momento, per imboccare con decisione qualsiasi strada. Si lavora analizzando dati, numeri sia locali sia regionali e nazionali. L’onda che si prepara non è ancora sufficientemente certa.

L’unica certezza è che in settimana si è riempito l’hub covid, reparto posto al terzo piano, strutturato in maniera modulare proprio per affrontare novità : « Abbiamo aumentato i posti letto dedicati ai pazienti covid – spiega il professor Francesco Dentali, direttore del Dipartimento di Medicina generale dell’Asst Sette Laghi  – attualmente abbiamo 44 letti a cui si aggiungono i 16 delle malattie infettive e i 24 della pneumologia. Ci sono poi letti per subacuti e quelli in terapia intensiva. I pazienti più gravi che devono ricorrere alla ventilazione assistita sono circa il 35%»

Ma chi sono questi pazienti?
« C’è un aumento dell’età media dei ricoverati e anche dei casi più gravi. C’era da aspettarselo: i giovani, spesso asintomatici, hanno contagiato genitori e nonni e ora assistiamo al peggioramento delle condizioni dei pazienti. Non parliamo solo di over 65, ci sono anche “genitori” più giovani e qualche caso under 40».

Rispetto al marzo scorso quali differenze vede?
« Oggi abbiamo qualche competenza in più dal punto di vista terapeutico, più esperienza e certezze. Purtroppo, nella prima fase, abbiamo visto centinaia di pazienti e abbiamo cominciato a conoscere un virus di cui non si sapeva nulla. Per il resto, non credo che ci saranno molte altre differenze. Le condizioni dei pazienti gravi sono ugualmente preoccupanti. All’inizio di marzo arrivavano da noi in condizioni compromesse ma è stato solo all’inizio. Poi la situazione è migliorata e anche oggi, arrivano in ospedale pazienti gravi ma non compromessi. La definizione di grave, però, presuppone conoscenza e professionalità: occorre un parere qualificato per distinguere chi ha bisogno di assistenza ospedaliera. Oggi, il sistema di tracciamento è più efficiente: si fanno molti più tamponi, si interviene con maggior velocità per intercettare nuovi casi con una presa in carico tempestiva».

Com’è il morale della sua squadra?
« Alla fine della prima ondata era alto. Abbiamo fatto un lavoro intenso con buoni risultati quanto ai dati sulla mortalità e con pochissimi contagi tra medici e infermieri. Anzi, nella mia equipe non si è registrato alcun positivo. Ora siamo pronti a svolgere di nuovo fino in fondo il nostro lavoro. Non sappiamo cosa ci aspetta e speriamo di non venir travolti dai numeri. Confido che le misure adottate a livello nazionale e regionale portino effetti concreti per ridurre il contagio. La nostra direzione aziendale è al lavoro per studiare scenari e soluzioni».

Riapre la MAI (Medicina ad alta intensità)?
« Non so se e quando riaprirà. Magari non avrà lo stesso nome. Oggi si va verso una diversa organizzazione.
Spiace, però, essere di nuovo qui a parlare di scenari pandemici perché c’è stata poca consapevolezza dei rischi. È chiaro che tutti avevano bisogno di ritornare alla normalità, forse, però, occorreva essere più accorti. Ora si dovrà lavorare per ritrovare l’equilibrio. Sono confidente che le scelte fatte vadano in questo senso. Noi comunque siamo pronti a fare la nostra parte».

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 22 Ottobre 2020
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