Montagne devastate, il Soccorso alpino chiede responsabilità: “No al turismo dei disastri“

Evitare gite in montagna soprattutto nei luoghi colpiti dal maltempo di settimana scorsa. “Piante instabili e sentieri non praticabili. Attenzione soprattutto al vento“

Nessun’anima viva per chilometri e poi, a pochissima distanza dai primi e tangibili segni del passaggio del super vento che ha devastato i boschi della Valcuvia, ecco la figura di un uomo con un cestino di vimini e gli stivali: guarda a monte e sta per entrare nel folto del bosco. Un attimo e sparisce, da solo. Poco più in là la sua auto. Tutto intorno ruscelli che scendono dalla montagna e che in un attimo di pioggia possono diventare molto pericolosi, gonfiarsi e rappresentare un pericolo reale.

Questa non una ricostruzione di fantasia bensì una scena reale successa martedì mattina a poca distanza dal passo del Cuvignone. A dire il vero non l’unica nei giorni passati. È successo addirittura domenica scorsa nelle stesse zone dove lo scirocco aveva devastato intere faggete solo 24 ore prima.

«Sì, c’era chi cercava e raccoglieva funghi o veniva a curiosare. Li abbiamo visti. Ed è una cosa da non fare».

Luca Boldrini, responsabile della stazione del Soccorso alpino di Varese (Cnsas), ha sotto mano l’elenco dei servizi effettuati fra agosto e settembre: 18 attivazioni, con decine di ore di lavoro e giorni in cui sul territorio hanno lavorato fino a una trentina di tecnici di soccorso alpino contemporaneamente.

Il motivo risiede dietro a uscite distratte, impreparazione anche dovuta ai lunghi mesi di lockdown che hanno molto disabituato al movimento. E poi il cambiamento climatico che oramai si vede.

A questo mix di situazioni si sommano spesso altri comportamenti da evitare, tanto che sindaci e volontari dei gruppi di protezione civile hanno chiesto nelle ultime ore di non recarsi per passeggiate nelle zone colpite. Ma esistono posti sicuri dove andare?

«Si, ma occorre fare molta molta attenzione e informarsi bene prima di partire di quali siano le condizioni meteo. Meglio non andare sui monti della Valcuvia e al Campo dei Fiori, particolarmente colpito dal vento. Ma è necessario prestare la massima attenzione anche altrove: è piano di piante pericolanti. E poi ci sono purtroppo fenomeni estremi che hanno tempi di ritorno bassissimi e di fronte ai quali anche la montagna stessa può cambiare».

Sentieri che si riempiono di alberi in un istante (e tra l’altro impediscono ai soccorritori di raggiungere rapidamente e con i mezzi le zone di intervento), torrenti che diventano fiumi capaci di uccidere, aree che si pensavano sicure che d’un tratto diventano trappole.

L’esempio di Vararo è eloquente (nella foto, le unità del Cnsas raggiungono le frazioni isolate in elicottero, sabato scorso): ora il paese è di fatto raggiungibile e non più isolato, ma oltre al lunghissimo giro per raggiungerlo, le strade sono ancora oggi difficilmente praticabili: sono state sì aperte dagli alberi, ma in maniera da assicurare solo un passaggio di emergenza, e non adatte ad accogliere i turisti alla ricerca di castagne, funghi o della scampagnata facile.

«Meglio non andare lì in questi giorni, si rischia, e molto», spiega Boldrini, «soprattutto quando si alza il vento che può tornare a muovere piante instabili, che rappresentano un enorme pericolo. È da evitare assolutamente il “turismo del disastro“. La curiosità per vedere cosa è successo in quei luoghi può costare molto cara».

Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

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Pubblicato il 08 Ottobre 2020
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