Frontalieri e Covid, la ricetta del consigliere di Luino Artoni: “Armonizzare le regole”

Troppo diverse le normative fra i due paesi, col rischio che ad andarci di mezzo sono i lavoratori

Frontalieri

Armonizzare i due sistemi nrmativi, quello italiano e quello svizzero, per non nuovere ai forntalieri in merito alla normativa Covid deidue paesi. È la proposta del consigliere comunale di Luino avvocato Furio Artoni.

«La confusione è grande. Certo non aiuta il malanimo manifestato in modo poco “ortodosso”, per usare un eufemismo, da alcuni esponenti politici svizzeri, i quali dopo filmati offensivi nei confronti degli italiani e immagini di pantegane, stanno seguendo la china di una bassa speculazione anti italiana lasciandosi andare a frasi che rendono bene l’idea dell’atteggiamento di scarso rispetto nei confronti dei frontalieri. A tutto ciò , in piena pandemia, si aggiunge un problema di cui la Svizzera sembra non accorgersi: la diversità dei protocolli tra Italia e Svizzera nella gestione dei positivi al Covid».

«Entriamo nel campo spinoso dei termini ma anche del pericolo per gli Italiani che si recano in Svizzera. Le due normative sono incompatibili, in Italia la quarantena è di dieci giorni più tamponi al decimo. Se positivo secondo tampone dopo 7 giorni più 2 per la risposta.
Passati questi 21 giorni la quarantena finisce anche se positivo. Quindi libero di circolare.
Cosa succede invece in Svizzera? In Svizzera dopo dieci giorni di quarantena, se non si manifestano sintomi nelle successive 48 ore, si è considerati guariti e quindi abili al lavoro. E’ evidente a questo punto che un Italiano dopo 10 giorni più 48 ore senza sintomi è considerato sano per gli Svizzeri, ma per gli italiani no, deve fare ancora un tampone e se positivo aspettare altri 9 giorni».

«Quindi», prosegue Artoni «il lavoratore italiano abile per la Svizzera dopo 12 giorni per l’Italia non lo è, e quindi non può muoversi da casa. Da qui l’importanza di una collaborazione tra Stati con accordi bilaterali per evitare che datori di lavoro poco lungimiranti, licenzino il frontaliere che si trova a casa per via della quarantena ” italiana”. Differenza di pochi giorni e quindi poco rilevante? Beh guardando le premesse e l’ atteggiamento nei confronti degli italiani direi che la cosa non sta proprio cosi. Il rischio di licenziamento per i lavoratori frontalieri è grande….
Ma c’è dell’altro: i cosiddetti contatti stretti, e cioè i familiari asintomatici del positivo.
Questi devono osservare 10 giorni di isolamento più il tampone, oppure arrivare al 14 giorno per finire la quarantena».

Ma la Svizzera come li considera i contatti stretti asintomatici?
«Non li considera, quindi per la Svizzera i frontalieri “contatti stretti”, non possono stare a casa.
Per l ‘ Italia invece il frontaliere in isolamento fiduciario non può uscire e se esce commette reato qualificabile con epidemia colposa, punito con pene gravi.
Quindi l’assenza di un coordinamento delle normative agevola e favorisce il comportamento antitaliano e vittime sono proprio i frontalieri . C’è da porsi comunque un’altra domanda: ”Perchè in Svizzera non fanno il tampone alla fine della quarantena? “Loro non lo ritengono attendibile. Oltre confine la scienza cambia. Spiega uno specialista infettivologo elvetico, che dopo dieci giorni di quarantena e altri due senza sintomi la persona non è più contagiosa. E in merito al secondo tampone la Svizzera vi rinuncia sostenendo che il test resta positivo per settimane, perchè si possono presentare tracce di un virus ormai inattivo. E allora? Ci sono due scienze ? Non dimentichiamo che i tamponi stanno bloccando l’ Italia da mesi e, se ha ragione la Svizzera, siamo bloccati per niente. La attendibilità dei tamponi è un tassello importante che potrebbe far controllare un intero sistema di accertamento».

«E infine consideriamo un ultimo aspetto divergente tra i due stati : la malattia e l’infortunio da COVID per le categorie sanitarie. In Italia, e qui siamo sicuramente un passo avanti, il personale sanitario che viene infettato dal COVID viene catalogato come infortunio sul lavoro, in Svizzera no, solo malattia. Anche in questo caso stiamo assistendo ad una svalutazione del lavoro dei frontalieri nel settore sanitario svizzero che sono un asse essenziale per il funzionamento della sanità d’oltre confine. Essere infettati dal COVID e posti in malattia anzichè in infortunio significa perdere molteplici opportunità prima fra tutte quelle della riduzione del salario, poi i i contributi previdenziali ecc, Anche questa e un grave contrasto che va a colpire in prevalenza la manodopera qualificata italiana. E a questo punto che fare? Coordinare i due protocolli per uscita dal Covid è il primo passo, e a mio avviso , è sicuramente meglio seguire il modello svizzero per i tamponi, che mi sembra maggiormente rispettoso delle esigenze salutistiche ed economiche, ma nel frattempo vanno tutelati i lavoratori frontalieri che si trovo a soggiacere ad una legislazione italiana penalizzante e rischiosa per l’avvio di procedimenti penali…»

«Per la validità dei tamponi», conclude infine Artoni «si mettano d’accordo e evidente che gli infettivologi svizzeri non sono degli incompetenti, e a questo punto valuti anche l’Italia di utilizzarli nello stesso modo. La conseguenza sarebbe una drastica riduzione dei danni agli Italiani. Malattia o infortunio degli operatori sanitari? Per il rispetto del lavoro e del sacrificio di chi opera in quell’ambito si deve riconoscere anche in territorio elvetico l’infortunio sul lavoro, che garantisce una migliore tutela dei diritti dei lavoratori. Collaborazione e rispetto sono le basi di una proficua crescita. Auguriamoci che in un clima come questo, atteggiamenti di scarsa sensibilità cessino, per lasciare spazio ad intelligenti soluzioni Chiediamo anche ai rappresentanti delle Istituzioni locali, regionali e nazionali di muoversi in tutti i sensi».

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Pubblicato il 16 Novembre 2020
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