Togliatti e la Svolta di Salerno, che cambiò la storia d’Italia (e quella del Pci)

Nel '44 Palmiro Togliatti diede la spinta per la nascita del primo governo di unità nazionale. La senatrice Maria Pellegatta, "togliattiana", ha deciso di ripubblicare il discorso con cui il leader comunista spiegava quel passaggio

Generica 2020

Le strade di Napoli invase dalle macerie delle case bombardate, migliaia di disoccupati, la penisola tagliata in due dal fronte dove Alleati e tedeschi si combattevano. È in questa Italia che nell’aprile del 1944 torna Palmiro Togliatti, per completare la più inaspettata delle svolte politiche d’Italia: la cosiddetta “Svolta di Salerno , con cui proprio il Partito Comunista Italiano si pronunciò per un governo di unità nazionale, mettendo da parte la rivoluzione e la polemica con la monarchia.

«Bisognava superare le questioni che non si potevano risolvere in quel momento» dice la voce di Togliatti, che esce da un vecchio disco a 33 giri, che l’ex senatrice Maria Pellegatta ha messo sul piatto del grammofono, nella sua casa di Cassano Magnago. Il disco risale al 1973, quando lei era parlamentare del PCI, alla Camera; oggi partendo da quel 33 giri Pellegata sta preparando un libro e un documentario. Omaggio al pragmatismo del PCI, mai rinnegato.

«Il disco mi è stato regalato nel 1973 da un compagno, Gino Grassi, presidente della cooperativa di Belforte» racconta l’ex senatrice. «Fu il primo atto di Enrico Berlinguer da segretario: la registrazione raccoglieva un intervento che Togliatti fece nel giugno 1960 al teatro Alfieri di Torino». L’incontro faceva parte di una serie di conferenze dedicate alla storia d’Italia dal 1915 al 1845. Relatori, tra gli altri: Sandro Pertini, Camilla Ravera, Riccardo Lombardi, Mauro Scoccimarro, Norberto Bobbio, Emilio Lussu, Leo Valiani. Figure di primissimo piano del socialismo e del comunismo italiano, protagonisti diretti della prima, densissima metà del Novecento.

La svolta di Salerno è un momento centrale nella storia dell’Italia nella seconda guerra mondiale, ma anche un momento centrale nella storia del comunismo italiano: fu il momento in cui il PCI (che sarebbe divenuto il più grande partito comunista d’Occidente) assunse uno dei suoi suoi caratteri centrali e peculiari, rinviando la prospettiva della rivoluzione e accettando la collaborazione (tattica all’inizio, poi di prospettiva) con i partiti borghesi. C’è chi vi vede già il seme lucido di una “via nazionale al socialismo” e chi invece ricorda come quella svolta fosse condivisa da Stalin e dunque tutta tattica.  

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L’intervento del 1960 al Teatro Alfieri è di certo una ricostruzione interessante, a sedici anni dai fatti e quattro anni prima del “Memoriale di Jalta” con cui lo stesso Togliatti metteva le basi per la via italiana al comunismo. «E in fin dei conti Berlinguer nel 1973 voleva ispirarsi a Salerno, con il compromesso storico», ricorda Pellegatta. Una trentina di minuti di durata, l’intervento del leader comunista sarà appunto riprodotto nel libro “La svolta di Salerno”, in preparazione con l’editore Carlo Scardeoni. E il libro conterrà anche un Cd con la riproduzione digitale del discorso, inserito in un documentario che accosta immagini d’epoca, con la regia di Mattia Fazzari (già autore in collaborazione con Pellegatta di “Via della Missione”, documentario sull’attentato a Togliatti e la sua convalescenza a Toceno: vedi qui).

Ben fatta è la scelta dei filmati d’epoca ad accompagnare le parole di Togliatti, accuratamente selezionate dall’archivio dell’Istituto Luce, dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e dal “Museo dello sbarco e della svolta di Salerno”. Togliatti appare poco più che quarantenne nelle immagini del 1935 al VII congresso dell’Internazionale Comunista di Mosca, poi nei mesi di riposo dopo l’attentato nel 1948 e ancora in immagini di fine anni Cinquanta. Ma ci sono anche le immagini originali della prima seduta del governo – 22 aprile 1944 – dopo la svolta di Salerno e anche delle gustose immagini della delegazione di ministri in visita alla villa reale di Ravello per il giuramento (l’incertezza nei movimenti delle due guardie all’ingresso pare quasi metafora di un Paese ancora in bilico).

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Un fotogramma della seduta del governo politico Badoglio

«Bisognava allora superare le questioni che non si potevano risolvere in quel momento» dice la voce di Togliatti, tutta intrisa di quel pragmatismo che lo portò a «mantenere una unità di tutte le forze politiche, appoggiare un governo nazionale, sostenere uno sforzo di guerra» che era considerato preminente in quella fase. «La risurrezione doveva partire dalla partecipazione alla guerra contro i tedeschi e i fascisti che erano loro alleati», che passava dalla Resistenza ma anche dalla possibilità di impiegare l’esercito italiano al Sud contro i tedeschi (inizialmente gli Alleati non lo concessero). Il leader comunista poi propone persino una valutazione generosa anche del militare Badoglio, inflessibile conservatore ma capace di «un senso di grande dignità» nei rapporti con i comandanti alleati.

L’Italia era allora distrutta, occupata al Nord dai tedeschi e sottomessa al Sud agli Alleati cui il governo Badoglio – con l’armistizio dell’8 settembre – aveva concesso un controllo quasi totale sulle decisioni politiche e amministrative. Al Sud mancava il cibo, migliaia di famiglie erano senza casa, si moriva per i crolli e persino per i trasporti precari. Nei primi minuti Togliatti traccia un quadro dettagliato, che nel documentario di Mattia Fazzari è accompagnato dalle immagini della distruzione di Napoli bombardata, della devastante eruzione del Vesuvio, dei combattimenti sulla “Linea Gustav” al confine tra Italia centrale e meridionale, della disperazione più nera della popolazione.

Togliatti, nella conferenza al Teatro Alfieri, rivendicava la scelta di un indirizzo strategico che non cedeva a tatticismi pericolosi («Contro Churchill protestavano anche i fascisti») né a posizioni troppo avventate dal punto di vista politico: a sinistra fu appunto il PCI a spingere PSI e Partito d’Azione ad accantonare la pregiudiziale repubblicana. Costitutiva del patto di Salerno (che riuniva sei partiti del CLN più i monarchici) fu la convergenza su un primo punto: le forme istituzionali “saranno scelte dal popolo che a tal fine eleggerà, a suffragio diretto e universale, una Assemblea Costituente”, come stabiliva la norma di transizione varata dal luogotenente Umberto II.

Il Pci s’impegnò anche nel contrasto attivo a quelle componenti rivoluzionarie che non condivisero la Svolta di Salerno: le alternative di sinistra al PCI vennero denunciate come “sinistrismo”, accusate di essere persino collaborazionisti, “maschera della Gestapo”, come diceva un articolo di Pietro Secchia. Erano realtà molto diverse ma accomunate dall’idea che la lotta di classe non dovesse essere messa in secondo piano e sacrificata alla guerra di liberazione nazionale: si andava dall’Organizzazione Comunista Alto Milanese dei fratelli Venegoni (poi rientrati nel partito, tranne Mauro che fu poi ucciso dai fascisti) al movimento clandestino di Bandiera Rossa a Roma, cui appartenevano 52 delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine. O ancora il Partito Comunista Internazionalista, duramente contrastato fino all’immediato Dopoguerra.

L’opposizione alla scelta di Togliatti di accantonare la lotta di classe riemerse come un fiume carsico anche dopo il 1945, dalla rivolta di Santa Libera (quando i partigiani di Asti ripresero le armi parlando di “Resistenza tradita” e furono ricondotti alla calma dal Pci) alle rivolte del bracciantato, fino ai tre giorni di scontri spontanei che sarebbero esplosi nel 1962, protagonisti i metalmeccanici torinesi in piazza Statuto.

Nelle parole di Togliatti al Teatro Alfieri, pronunciate «con voce ferma e sicura» (sottolinea Pellegatta, orgogliosamente «togliattiana»), viene ribadita la necessità di proseguire nella lotta sulla base delle condizioni storiche reali, senza fughe in avanti, sapendo che in Italia erano «presenti elementi di fondo di natura democratica avanzata: il regime repubblicano, una Costituzione di contenuto avanzato, la presenza di grandi organizzazioni popolari di massa». Elementi che secondo Togliatti avevano le loro radici proprio nella Svolta di Salerno e che già nel 1960 sembrano prefigurano una via democratica al socialismo. Una mediazione che sarebbe invece stata contestata dalla sinistra extraparlamentare dopo il 1968, che scavalcò nuovamente a sinistra il Pci, accusato di aver accantonato la rivoluzione nella fase del Compromesso storico.

Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it

Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare a VareseNews.

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Pubblicato il 08 Novembre 2020
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