Il ricordo del “discepolo”: “Don Fabio era come una calamita, aveva una umanità affascinante”

Il ricordo di Carlo “Paco” Petroni, responsabile del movimento di Comunione e Liberazione a Varese, che ha conosciuto don Fabio Baroncini da ragazzo

Generica 2020
(Foto di Paolo Bonfanti, Archivio Fraternità Comunione e Liberazione)

La personalità di don Fabio Baroncini, scomparso oggi all’età di 78 anni, era di quelle capaci di forgiare intere generazioni di ragazzi, e di sostenere nelle difficoltà centinaia di famiglie. La sua vita ha segnato i caratteri di molte persone non solo a Varese, dove ha esercitato il sacerdozio per vent’anni, ma anche in università a Milano e persino all’estero.

I racconti di chi l’ha conosciuto sono ancora vivi, malgrado fosse da oltre dieci anni malato. Abbiamo chiesto di tratteggiare il suo ricordo a Carlo “Paco” Petroni, responsabile del movimento di Comunione e Liberazione a Varese.

«Ho conosciuto don Fabio nei primi anni delle superiori. Ero stato invitato nell’associazione scoutistica Aggs, e lì avevo conosciuto dei ragazzi di Gioventù Studentesca – spiega Carlo Petroni –  Invitato ad un incontro con loro, l’ho incontrato come avevano fatto tanti ragazzi prima di me. Io vengo da una tradizione non cattolica: mi sono avvicinato a loro per l’amicizia che mi legava a ragazzi della mia stessa età, ma quello che mi colpi al primo colpo era l’umanità di questo prete. Sia che si cantasse, si pregasse, si fumasse o si mangiasse lui mostrava di essere di Cristo: usava spesso citare una frase di san Paolo che diceva pressapoco queste cose, e lui le sapeva mostrare».

«Aveva una umanità affascinante che ti prendeva, a dispetto del carattere decisamente burbero – continua Petroni – Era un uomo che per certi aspetti si faticava ad avvicinare, perché incuteva rispetto, ma aveva una umanità affascinante. Era come una calamita per noi: ci siamo affezionati attraverso di lui al Movimento, attraverso di lui ci siamo ritrovati innamorati di Comunione e Liberazione»

Provi a chiudere gli occhi. Qual è la prima immagine di lui che gli viene in mente?
«Me lo immagino a dirigere un coro di canti popolari milanesi, in mezzo a un gruppo di centinaia di ragazzi. Era un grande appassionato e li ha insegnati a tutti… Oppure me lo vedo seduto a una scrivania che tiene a un incontro, e intanto tu l’ascolti pensando “caspita, perché non l’ho pensato io”».

Che rapporto aveva con Varese?
«Lui ha insegnato a Varese, è stato prete a Varese, era profondamente affezionato e inserito nella parrocchia di san Vittore. E questa affezione la trasferiva a tutti coloro che frequentava. Noi siamo tutti affezionati ancora a quella parrocchia e a quella chiesa anche per quello che ha rappresentato per lui. Inoltre, lui aveva una cultura profondissima che spaziava da Dostoevskij a Leopardi, ha formato generazioni di giovani che sono poi diventati a loro volta professori, professionisti, persone che incidono nella vita varesina. Ha lasciato in questo modo una forte impronta a Varese, e la parola giusta per definirla è educazione. Lui ha seguito per anni non solo la comunità di Varese, ma anche gli universitari del movimento a Milano. In particolare gli era affezionato il gruppo di ingegneria: la sua forza di compagnia lo rendeva punto di riferimento per chiunque avesse una difficoltà nella vita, fossero ragazzi, ragazze, coppie o famiglie».

Gli ultimi anni sono stati particolarmente difficili, appesantiti da un morbo che mette alla prova forza e pazienza: «Dopo Varese don Fabio è stato per tanti anni parroco a Niguarda, e in quel periodo si è ammalato. Era ormai da più di dieci anni che portava il fardello di un Parkinson che non gli dava tregua. Quando è arrivato il momento di andare in pensione, si è fermato lì ancora un po’ di tempo e poi si è spostato nella nativa Lecco, dove è stato ospitato, fino all’ultimo, da un amico parroco. L’aspetto più interessante di questi ultimi faticosi anni è che la personalità esplosiva non è per nulla cambiata, anche dentro la difficoltà del Parkinson: è stato come prima, se non di più, testimone della sua appartenenza alla Chiesa e a Dio. Una testimonianza per noi ancora più importante»

Stefania Radman
stefania.radman@varesenews.it

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Pubblicato il 21 Dicembre 2020
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