Rischio implosione per le residenze socio sanitarie: l’allarme dei sindacati confederali

CGIL CISL e UIL delle province di Varese e Como hanno incontrato la Direzione dell’ATS Insubria. Attualmente sono 1200 gli ospiti positivi su 10.000 totali, ma la gran parte è asintomatica

Generico 2018

Si è tenuto nei giorni scorsi su richiesta unitaria di CGIL CISL e UIL delle province di Varese e Como, unitamente alle categorie di rappresentanza dei settori pubblici, dei Medici e dei pensionati, l’incontro con la Direzione dell’ATS Insubria sulla situazione pandemica nelle RSA.

Gli elementi emersi allo stato attuale vedono circa 1200 ospiti positivi al Covid su poco più di 10000 anziani ospitati presso le strutture delle due provincie, fortunatamente per la maggior parte asintomatici, questo se da una parte può rassicurare dall’altra non può far abbassare la guardia dopo gli oltre 400 decessi per Covid certificati nei mesi scorsi.

«Complicata in questi mesi la gestione del personale  – spiegano i rappresentanti dei tre sindacati confederali – poiché a fronte di circa 8000 operatori impiegati nelle strutture, oltre 500 risultano al momento assenti in quanto positivi, cifra a cui vanno aggiunte le altre cause fisiologiche di assenza. Non ci ha rassicurato sapere che nei momenti di maggior assenza del personale, alle richieste di alcune RSA di inviare personale assistenziale, la risposta di ATS e della Protezione civile si è limitata all’invio di poche unità per tutte le strutture afferenti all’ATS Insubria. Ma l’elemento che preoccupa maggiormente le Organizzazioni Sindacali è il “fenomeno” che vede interessati molti operatori sanitari, infermieri e Oss in particolare, che partecipano o parteciperanno ai bandi di assunzione nelle strutture Ospedaliere.

Se da un lato questo è pienamente comprensibile, visti i trattamenti economici e normativi afferenti ai contratti del pubblico impiego di gran lunga migliori rispetto alla generalità dei contratti applicati all’interno delle RSA e delle RSD, dall’altra si generano due elementi di criticità: il primo legato alla necessità di veder riconosciuto un trattamento economico e normativo equivalente a quello delle strutture sanitarie in quanto da tutti riconosciuto che “l’assistenza” all’interno delle strutture è prevalentemente di tipo sanitario, il secondo legato alla formazione, ovvero al fabbisogno formativo delle strutture in termini di infermieri e OSS; e se per gli infermieri sono presenti corsi nelle strutture pubbliche per il personale assistenziale il tutto è lasciato all’organizzazione di enti privati con costi anche superiori ai 2000 euro per ottenere il titolo di OSS.

Quello che ci preoccupa, guardando al futuro, non è solamente il rischio concreto di una terza ondata, ma anche la prospettiva di una ricaduta sociale importante rispetto alla situazione attuale:  saranno sufficienti le misure economiche e di ristoro promosse da Regione Lombardia in questi ultimi mesi? soprattutto alla luce del fatto che a marzo avranno termine le misure normative relative al blocco dei licenziamenti e agli ammortizzatori sociali che potrebbero aprire scenari drammatici per tutta Regione Lombardia, sia dal punto di vista dell’impatto sociale legato ad un’implosione del sistema sociosanitario ed assistenziale, sia per le ricadute occupazionali rispetto ad un settore che, nelle due provincie, occupa circa 8000 dipendenti senza contare l’indotto, dai servizi di ristorazione a quelli di pulizia, ecc. e, per estensione, provvede al sostentamento delle loro famiglie.
Il rischio è che alle RSA e RSD della regione non possano bastare gli stanziamenti disposti da Regione Lombardia, infatti gli enti gestori contrariamente alle richieste delle Organizzazioni hanno aumentato le rette a carico delle famiglie mediamente di uno o due euro al giorno, andando a scaricare i costi sui cittadini.
Per dare alcuni numeri sull’impatto della pandemia nelle RSA, che in tempi normali non ha mai conosciuto momenti di crisi tanto è vero che in molte realtà il grado di efficienza veniva misurato  nella capacità di ridurre i tempi di occupazione dei posti letto che si liberavano, questa è la situazione aggiornata al 31 ottobre 2020: nelle RSA della provincia di Varese sono autorizzati circa 5600 posti letto di questi al momento sono liberi circa 380; nella provincia di Como su 5000 posti autorizzati sono ben 550 quelli liberi. Non possiamo credere che a fronte delle centinaia di posti letto liberi, di liste d’attesa drammaticamente corte e di un blocco di ricoveri protrattosi per mesi, possa essere sufficiente il ristoro di 40 euro al giorno per posto letto COVID, non tenendo minimamente conto del turnover fisiologico di realtà assistenziali di questo tipo e il fatto che le strutture debbano tuttora tenere disponibili camere-filtro essenziali per l’isolamento dei casi sospetti e fondamentali vista la saturazione dei posti letto negli ospedali, il cui risvolto (fin troppo facile da intendere) è un ulteriore ammanco economico, che mina la sopravvivenza di realtà imprescindibili come quelle residenziali.
Ci sembra doveroso ricordare infine come le strutture abbiano sostenuto e continuino a sostenere spese elevate per le sanificazioni degli ambienti e i DPI (che nella prima fase sono stati completamente a loro carico e che al momento attuale vengono forniti in numero comunque non sufficiente) e che le misure rispetto agli stessi siano irrisorie, trattandosi di recuperi di cifre modeste sotto forma di credito d’imposta.
Crediamo che una Regione come la Lombardia non possa non promuovere un impegno anche economico che garantisca la sopravvivenza di servizi così importanti, attraverso un incremento dei finanziamenti rispetto a quelle sin qui promosse.
Infine una considerazione e un invito alle Istituzioni, alle Direzioni delle strutture assistenziali, ai Sindaci alle Associazioni: la Pandemia oltre a generare lutti, sofferenze, disorientamento, crisi economica e sociale, ha imposto a tutti noi la necessità di velocizzare i processi, di investire, di programmare in un modo diverso; noi crediamo che sarebbe sbagliato e ingiusto pensare che tutto torni esattamente come prima, “perché è il prima che ci ha condotto a ora”. Riteniamo necessario ripensare il modello assistenziale, rilanciando l’assistenza domiciliare, Pubblica e Privata, erogata anche dalle stesse realtà che oggi garantiscono quella Residenziale, riteniamo necessario “progettare” il diritto ad invecchiare a casa propria, e pertanto riteniamo imprescindibile la creazione di una rete di prossimità dei servizi socioassistenziali, finanziando adeguatamente i fondi della non autosufficienza».

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Pubblicato il 18 Dicembre 2020
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