21 gennaio 1921, a Livorno nasce il Partito Comunista Italiano. Una storia nella storia

Dopo la dittatura fascista divenne il più grande partito comunista d'Europa, si volse alla democrazia, finì anche in rotta con Mosca ma fu travolto lo stesso dal crollo del Muro. Oggi una serie di iniziative raccontano il secolo breve della "giraffa"

partito comunista italiano

Al posto del teatro dove nacque a Livorno, oggi, c’è un asilo: restano solo pochi brandelli a ricordare il teatro San Marco, dove il 21 gennaio del 1921 venne fondato il Partito Comunista Italiano, cent’anni fa.

Nacque mentre l’Italia stava per scivolare nella dittatura fascista, ma divenne uno dei partiti più grandi d’Europa, in termini di iscritti, di influenza, di ruolo nella società. Nacque rivoluzionario e accettò poi di muoversi dentro alla democrazia occidentale, passando per svolte tattiche, momenti di rottura, strappi e scissioni. Un partito d’avanguardia di massa, una realtà che era incredibile: come la giraffa, disse Togliatti con una metafora. 
(nella foto: “I funerali di Togliatti”, di Renato Guttuso). 

A distanza di un secolo la storia del più grande partito comunista d’Occidente – morto in due mesi a cavallo tra 1989 e 1990 – ancora sa infiammare i cuori di molti e far discutere. C’è chi l’ha archiviato come un pezzo di storia (anche della propria storia), c’è chi l’ha ripudiato e chi l’ha contrastato anche da sinistra, c’è chi ancora si dice comunista oggi.

IN PROVINCIA DI VARESE

Anche in provincia di Varese c’è chi si muove per raccontare il secolo (breve) del partito per antonomasia, con una programma di eventi che si aprirà il 13 marzo 2021, a Palazzo Estense, con l’incontro dedicato a Enrico Bonfanti, il sindaco della Liberazione a Varese.

Nel comitato promotore ci sono «persone diverse, che credono nella necessità di ricordare “una storia nella storia”» dice, rifacendosi al titolo del programma di eventi, Maria Pellegatta, ex senatrice del PCI (prima esperienza negli anni Settanta) e poi di due dei suoi epigoni, Rifondazione prima e Comunisti Italiani dopo. Nel novero dei promotori degli eventi ci sono tanti nomi diversi noti in provincia: Claudio Donelli, Guja Baldazzi, Giorgio Fortis, Claudia Gasparotto, Elio Giacometti, Renata Magri, Olinto Manini, Nadia Negri, Floriano Pigni, Giovanni Bloisi. Ci sono biografie politiche diverse: si trovano fianco a fianco esponenti del Pd come Luca Conte e Fabrizio Mirabelli e un comunista di lungo corso come Ennio Melandri, ma anche Rocco Cordì o Carlo Scardeoni. Ci sono sindacalisti come Stefano Rizzi ed ex sindaci come Federico Simonelli e Vittorio Solanti, ma anche un non comunista come Angelo Bellora.

C’è l’editore Pietro Macchione, che con Claudio Macchi presenterà  (27 marzo, cooperativa Belforte) la conferenza “Il Pci nella storia d’Italia”, con lo storico Alexander Höbel.

Molti dei promotori oggi hanno una casa nell’Anpi, l’associazione partigiani: a cominciare da Ester De Tomasi, figlia di un partigiano «che era un 22enne comunista quando salì sul monte San Martino e che per questo finì a Gusen di Mauthausen, un “triangolo rosso”, un “irrecuperabile” che non doveva mai uscire dal campo di concentramento». O ancora Liberto Losa e Michele Mascella.

La memoria della Resistenza sembra essere un luogo simbolico dove ritrovarsi. Del resto, il grande movimento di Liberazione seppe unire uomini e donne di diverse idee politiche, ma rappresentò anche un punto di svolta per il PCI: capace con la sua organizzazione di assumere la direzione della lotta nel Nord Italia, attraverso le Brigate Garibaldi, pur nel quadro della direzione strategia del CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale che riuniva tutti i partiti.

LA SVOLTA DI TOGLIATTI

Nel 1944 il leader del Pci Palmiro Togliatti si fece promotore di una mossa inaspettata: la cosiddetta “Svolta di Salerno”, attraverso cui il partito comunista si fece promotore dell’accordo di governo con gli altri partiti, monarchici compresi, rinviando la scelta tra Monarchia e Repubblica (a quello snodo l’ex senatrice Pellegatta ha appena dedicato un’agile opera, che raccoglie un discorso di Togliatti poco prima della morte).
Con quella mossa il Pci di fatto accantonò momentaneamente prospettive rivoluzionarie, agendo con decisione anche contro le formazioni comuniste rivoluzionarie non allineate.

La svolta tattica – concordata con Mosca – nel Dopoguerra divenne strategica, con l’idea della “via italiana al socialismo” attraverso lo Stato borghese: quando nel luglio 1948 viene ferito, Togliatti tiene a freno i rivoluzionari, sapendo che di qui della Cortina di ferro non c’è spazio per la presa del potere (nel programma delle celebrazioni varesine è prevista, l’8 maggio 2021 a Filmstudio 90, la proiezione del film “Via della missione”, dedicato a quei giorni).

La presenza nella società passa in quella fase anche da una rete di associazioni a sostegno e con l’influenza nel mondo della cultura, forte della lezione di Antonio Gramsci: il grande intellettuale sarà ricordato il 17 aprile 2021, in biblioteca a Varese, con la proiezione del filmato “Gramsci”, di Paolo Spriano, del 1958, che sarà accompagnato dall’intervento di Francesco Giasi.

LO SVILUPPO NEGLI ANNI

Non che la rinuncia alla prospettiva rivoluzionaria del Dopoguerra sia stata senza strappi: negli anni Cinquanta, dopo le repressioni operaie a Berlino e Poznan e dopo la morte di Stalin, c’è la ribellione di Giulio Seniga, che denuncia la «burocratizzazione» e se ne va fondando Azione Comunista (gli eredi, oggi, sono quelli di Lotta Comunista). Nel 1969 il Partito espelle Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli, la sinistra del gruppo del Manifesto, che aveva anche criticato la repressione di Praga. Intanto è già scoppiato il Sessantotto e il Pci – avviato verso il “compromesso storico” con la Dc – si vede scavalcato a sinistra, indicato a nemico, anche sul terreno elettorale trova nuovi avversari a sinistra (seppur enormemente più deboli) come Democrazia Proletaria.

Il Pci tiene la linea della fermezza, anche di fronte al terrorismo. E intanto si smarca lentamente da Mosca, pur senza recidere il legame, come sempre viene ricordato dagli avversari: nel 1976 Enrico Berlinguer riconoscerà che al di qua della Cortina di ferro si può «procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento», intendendo dall’Urss. Meno citata la frase seguente, della famosa intervista: «Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà».

LA SVOLTA DELLA BOLOGNINA

Nel 1984, nell’anno della morte improvvisa di Berlinguer, il Pci raggiunge il suo apice elettorale, raccogliendo il voto di un elettore su tre. La caduta del Muro di Berlino avrà però anche in Italia un effetto deflagrante: la svolta della Bolognina annunciata d’improvviso da Achille Occhetto spazza via in due mesi simbolo e nome, mentre il grosso dell’apparato si converte rapidamente alla socialdemocrazia (anche l’area Pd dedica oggi un evento al centenario).
«Era proprio il caso che quel grande partito finisse così?» si è chiesto, in un convegno domenica scorsa, Cosimo Cerardi, segretario in provincia di Varese del minuscolo partito che è tornato al nome di Pci e al simbolo del 1989. Ma alla storia del Pci si riconnette ancora anche Rifondazione Comunista, prima formazione nata dopo la Bolognina.

LA CASA DEL POPOLO DI CARDANO

La lunga storia ha lasciato una diaspora, ma anche eredità e fili che si riannodano, un senso di appartenenza.
Prendiamo ad esempio la Casa del Popolo di Cardano al Campo, nata nel 1905, un luogo fisico che ancora oggi è casa della sinistra diffusa (partiti, movimenti, associazioni).
Il direttivo – che riflette storie diverse – omaggia il 21 gennaio 1921-2021 pensando anche alla storia minuscola di una delle migliaia di sezioni che il Pci aveva in Italia: «Non siamo degli storici né dei biografi ma possiamo semplicemente impegnarci a mettere ordine e catalogare scritti e documenti dell’esperienza del Pci Cardanese». 
Perché dietro alla grande storia – Gramsci, Berlinguer, Togliatti, Botteghe Oscure – c’è però anche la storia di centinaia di migliaia di militanti, dalla Val d’Aosta a Paternò. Uomini e donne che «hanno creduto in una forza, un volo, un sogno, uno slancio, un desiderio di cambiare veramente le cose, di cambiare la vita»

Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it

Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare a VareseNews.

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Pubblicato il 20 Gennaio 2021
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