“Perché Mario Draghi ora è la migliore scelta e perché la classe politica ai vertici nazionali deve ripensarsi”

Pubblichiamo le riflessioni del segretario provinciale del Partito Democratico Giovanni Corbo sul nascente Governo Draghi

mario draghi

Pubblichiamo le riflessioni del segretario provinciale del Partito Democratico Giovanni Corbo sul nascente Governo Draghi.


Egregio direttore,

Le adesioni pressochè unanimi, al di là delle sfumature di convenienza, sulla figura di Mario Draghi come Presidente del Consiglio sono chiari segnali che ci avviamo verso la conclusione della Crisi di Governo.
Parlare di chi l’abbia provocata e di chi siano le responsabilità, ovvero Renzi e Italia Viva, ormai appare non funzionale alle responsabilità di cui ogni partito è investito nell’esprimere approvazione alla designazione che il Presidente della Repubblica Mattarella ha proposto.
Sgombriamo il campo da qualsiasi dubbio.

Mario Draghi è una figura di tale autorevolezza da non poter essere messa in discussione.
Bene ha fatto il Presidente Mattarella a conferirgli l’incarico.
La sua formazione economica che ha origine da Federico Caffè, tra i massimi esponenti italiani del pensiero keynesiano e delle politiche sociali, e la sua esperienza internazionale restituiscono una statura e un livello di affidabilità di indiscutibile valore.

Se dovessimo selezionare il Presidente del Consiglio attraverso un concorso pubblico per titoli non indugeremmo a considerarlo il candidato perfetto. E lo è.
Mi chiedo, però, se è così che la nostra classe politica intenda governare il Paese per affrontare le titaniche sfide che abbiamo di fronte.
Qualche giorno fa Ernesto Galli della Loggia in un suo editoriale di prima pagina del Corriere della Sera, quotidiano senz’altro favorevole a un Governo Draghi, scriveva che “ La classe politica italiana non può guarire l’Italia proprio perché è essa stessa parte della sua malattia : in Mario Draghi riconosciamo tutti con sollievo almeno un medico all’altezza della gravità del morbo “.

Sono parole forzatamente provocatorie che non condivido.
Questa classe politica non è una malattia. Potrebbe non essere all’altezza, ma non è una malattia.
Eppure non possiamo neanche liquidare come un elogio alla nostra classe politica la formazione di un Governo a guida Draghi con Forza Italia, Italia Viva, Leu, Partito Democratico, la Lega e forse ( piattaforma Rousseau permettendo ) i 5 Stelle.
Non sarà un fallimento, ma, personalmente, non credo si possa promuovere orgogliosamente questo risultato senza alcune riflessioni.
Si insinua il dubbio che questa fase della crisi di Governo abbia dato il segnale inequivocabile dell’abdicazione del Parlamento a esprimere una maggioranza in grado di sostenere un Governo Politico.
E non sottovaluto il fatto che ci sia differenza tra un Governo Tecnico sorretto da una maggioranza a dir poco eterogenea e un Governo Istituzionale o modello Ursula.
Il Paese potrebbe anche valorizzare questo ampio sostegno.
Avremmo, infatti, un Governo sostenuto da una maggioranza talmente ampia che depotenzierebbe mire opportunistiche di alcuni piccoli partiti ad personam, latenti e mascherati impulsi sovranisti di altri partiti e ricerca di facili consensi di altri ancora rendendo il loro contributo numerico in Parlamento meno influente.
Siamo, però, coerenti alla nostra maturità politica: non sarà qualche ministro individuato dai Partiti e, eventualmente, accettato dal Presidente incaricato, a camuffare quella che a tutti gli effetti è l’ennesima rinuncia del Parlamento a esprimere un Governo che sappia interpretare il mandato degli elettori.
E’ altresì evidente che, per come sia evoluta la crisi, in questo momento non c’è alternativa al Governo che formerà Mario Draghi.

L’autorevolezza di Mario Draghi, però, può giustificare il fatto che si accetti qualsiasi maggioranza?
La forte vocazione europeista di Mario Draghi può rappresentare l’unico fattore comune tra forze politiche così eterogenee alcune delle quali l’europeismo lo hanno scoperto solo ieri?
Proviamo ad andare oltre gli schemi a cui siamo stati abituati.
Proviamo a considerare che l’idea stessa di fare politica abbia bisogno di essere ripensata.
Fino a oggi lo schema politico prevedeva che in Parlamento, a livello nazionale, la distinzione tra centro-sinistra e centro-destra fosse netta e marcata, forse perché era più agevole portare avanti battaglie ideali, d’opinione e spersonalizzate mentre sui territori a livello locale laddove i candidati hanno un peso specifico più misurabile da parte degli elettori si creavano alleanze più larghe e meno distinguibili nei confini tra centro- sinistra e centro-destra.
Questa “ regola “ non scritta adesso appare ribaltata.
Nella nostra provincia abbiamo candidati sindaci con una connotazione politica distinguibile che vincono le elezioni mentre al livello nazionale viene creata una maggioranza magmatica per sostenere quelle che appaiono “tecnocrazie” mai proposte all’elettorato, ma concretizzate per dare una guida stabile e competente al Paese e per salvaguardare la legislatura.

Fa ancor più riflettere che si abbia la chiara percezione di un’opinione pubblica estremamente favorevole a un Governo Tecnico o Istituzionale a guida Mario Draghi.
Appare, pertanto, molto sorprendente come questa conferma della disaffezione alla Politica venga accolta in maniera bipartisan con toni entusiasti.
Che Mario Draghi abbia eccellenti skills per guidare il Paese in questa fase lo abbiamo già evidenziato.
Che ci siano tutti i presupposti perché la sua azione possa essere efficace è altrettanto probabile.
Che andare alle urne potesse rappresentare un’eventualità remotissima e rischiosa considerando il desiderio di arrivare a fine legislatura e le difficoltà oggettive di una consultazione elettorale è altrettanto evidente.
Eppure rimane una sensazione di profondo disagio nel constatare l’ennesima evasione della classe politica dal proprio ruolo declinando la possibilità di incidere sul futuro del Paese.
Perché di questo stiamo parlando.
Perché quando affrontiamo i temi del Recovery Found, della Next Generation Eu, del Piano di Ripresa e Resilienza non parliamo solo di allocare risorse.
Parliamo di realizzare riforme.
Quelle riforme che l’Europa ci chiede per risolvere i nodi strutturali che hanno frenato il nostro Paese per troppo tempo.
Riforma della Giustizia. Quali sono le istanze che questa maggioranza chiederà a Draghi per aumentare la trasparenza e la prevedibilità dei procedimenti civili e penali in termini di durata? E quale sarà la sintesi tra partiti che partono da proposte molto diverse?

Riforma fiscale. Quali proposte realizzerà il Governo Draghi per rendere il sistema tributario più equo, semplice e efficiente? Quali sono le misure per la lotta all’evasione che saranno ritenute imprescindibili? Si realizzerà una riforma fiscale che semplifichi l’attuale panorama tributario alleggerendo i contribuenti appartenenti al ceto medio per favorire la possibilità di consumi? Si alleggerirà il carico tributario ai contribuenti appartenenti alle classi con redditi più bassi ?
L’Europa ci chiede di favorire una svolta radicale della Pubblica Amministrazione promuovendo merito e competenza. Quale contributo porterà il Governo Draghi per procedere con la semplificazione dei processi amministrativi?
Ci viene chiesto come Paese di migliorare il mercato del lavoro in termini di maggiore equità per creare un incremento di occupazione. Quali azioni verranno poste in essere ?
E sul tema dirimente della denatalità, della dinamica demografica decrescente che affligge la nostra società quali riflessioni saranno concretizzate?

In questa fase non si può non accettare la formazione del Governo Draghi “ metabolizzando “ anche una maggioranza allargata a forze politiche che mai avrebbero pensato di sostenere lo stesso Governo.
Avverto il rischio, però, che molte delle sfide elencate in precedenza non abbiano avuto un’adeguata elaborazione politica.
Tale lacuna potrebbe determinare l’analoga situazione causata dagli effetti della globalizzazione laddove l’assenza della guida politica ha determinato un disagio sociale le cui conseguenze viviamo ancora oggi.
L’altro rischio è quello interno ai partiti. Quelli strutturati come partiti degli iscritti. Il rischio è che diventino comitati elettorali e non fonti di proposta politica. Un grave danno per la nostra democrazia e per la solidità delle istituzioni.
La mancata gestazione politica del Governo e il suo sostegno da parte di una coalizione così eterogenea potrebbero determinare la perdita di riferimenti negli iscritti e militanti.
La classe politica ai vertici nazionali ha il dovere di ripensarsi, se ne è in grado, per evitare la negligenza politica evidenziata finora ovvero sviluppare un’azione politica non autoreferenziale che dia riscontro alle richieste delle persone e dei territori.

Il Segretario Provinciale PD Varese
Giovanni Corbo

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 10 Febbraio 2021
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