Il regista teatrale Andrea Chiodi: “È necessario un nuovo rinascimento varesino”

"Ci vuole un prodotto “Varese Cultura” per essere appetibili e per poter crescere", scrive il regista e attore varesino nella sua riflessione nata dopo aver letto l’ultimo libro di Elisa Bortoluzzi Dubach

Generica 2020

Caro VareseNews, ho letto tutto d’un fiato l’ultimo libro di Elisa Bortoluzzi Dubach “La relazione generosa. Guida alla collaborazione con filantropi e mecenati” e mi ritrovo a leggere anche il bell’articolo-intervista pubblicato qualche giorno fa.

“Le istituzioni culturali e sociali possono attivare quella significativa rivoluzione di cuore e di pensiero, che li trasforma da richiedenti a offerenti”: così a un certo punto suggerisce la Bortoluzzi e quindi mi chiedo: dove sono le istituzioni culturali? E soprattutto: cosa sono, cosa potrebbero fare, come potrebbero essere offerenti e non richiedenti? E di qui mi vengono in mente alcune mie esperienze lavorative in importanti istituzioni culturali italiane e straniere e capisco che, sì, ha perfettamente ragione la Bortoluzzi: solo chi ha fatto una rivoluzione di cuore e pensiero ha saputo diventare offerente e quindi essere catalizzatore di idee, progetti e artisti e quindi certamente di fondi sia pubblici che privati.

E’ necessario un progetto per la città, bisogna fare delle scelte, bisogna davvero far ripartire un nuovo rinascimento varesino; non bastano più attività varie e a spot, da quelle più belle a quelle di cui tutti potremmo fare a meno.

Ci vuole un prodotto “Varese Cultura” per essere appetibili e per poter crescere. Non nego di aver più volte suggerito il pensiero che solo un’istituzione che si prenda a carico il progetto culturale della città può far fiorire il lavoro di tanti; solo chi ha relazioni con il panorama culturale e artistico nazionale e internazionale e la maggior parte dei finanziamenti pubblici del territorio e della città può immettere il prodotto “Varese Cultura” in un circolo virtuoso capace di essere davvero offerente e non richiedente, anzi forse di poter addirittura scegliere da chi ricevere offerte di sostegno. Ritengo poi che oltre ad essere offerente – e quindi capace di attrarre possibili mecenati – un’istituzione culturale possa diventare un vero motore di crescita del tessuto sociale ed economico.

A questo proposito riprendo un altro passaggio dell’intervista alla Bortoluzzi: “Questo gesto è generoso per entrambi, ma anche per un’ulteriore terza parte, la comunità. I recenti studi sul cervello ci dicono che l’atto di donare stimola uno stato di benessere psicofisico in chi lo esercita, ma allo stesso tempo produce cambiamento, e spesso un impatto sociale positivo nel medio e lungo termine a favore della società.” Ecco la terza parte è proprio la società intesa come l’unione dei socii, dal latino socius cioè compagno, amico, alleato. Ecco cosa può diventare un’istituzione culturale: il vero alleato, compagno ed amico di chi vuole partecipare e contribuire all’attività culturale della città. E’ a questo punto che il gesto generoso ricade sull’istituzione culturale e i suoi fautori, sul mecenate che vede crescere l’oggetto della sua passione e soprattutto sulla società fatta certamente anche da artisti di diverse discipline che, come componenti della società stessa, diventano anch’essi alleati e compagni di quell’istituzione che non potrà fare altro che favorirne la crescita sia artistica che economica. Si innesca cosi un circolo virtuoso. Quando la Bortoluzzi parla di Rinascimento mi vengono in mente subito le grandi personalità della Firenze dell’epoca che tutte si spendevano per la città e per lo sviluppo della stessa. I tempi sono certo diversissimi ma l’esigenza e il desiderio di far fiorire realtà nuove e dinamiche sono identiche. Mi dico allora che è troppo importante non tralasciare le opportunità che la Elisa Bortoluzzi Dubach vede presenti nel nostro territorio: discutere seriamente le sue proposte, operare delle scelte e prendere la strada più efficace allo sviluppo possibile – ne sono certo – di un polo culturale performativo che possa avere sì una casa, cosa che nella nostra città sembra una barzelletta – mi riferisco all’assenza del teatro –(in questi giorni ancora di più visto che anche l’Apollonio è chiuso e non per Covid, ma per altre note vicende riportate proprio da Varese News), ma ancora prima di una casa avere un pensiero e un progetto preciso, a lungo termine con il sostegno pubblico e privato.

Varese ha bisogno di diventare offerente e non solo richiedente. Sappiamo come dare un’offerta? Mi chiedo. Sì, la mia generazione lo sa e penso ai tanti artisti che stimo in città e con cui si potrebbe collaborare per costruire quel nuovo rinascimento che la Bortoluzzi auspica e che sa anche essere l’occasione per raccogliere l’interesse di mecenati.

Come suggerisce Elisa Bortoluzzi è auspicabile che sia anche la macchina comunale a mettersi al lavoro con chi l’offerta saprebbe costruirla e regalarla alla città, se no si perderanno possibilità interessantissime e preziose.

Ho approfondito il comparto che mi compete, cioè quello culturale ma capisco dall’articolo che senza un piano preciso, senza cifre solide ,comparto per comparto, relative ai bisogni del territorio, senza obbiettivi e senza visione si rischia di perdere possibilità preziose anche per il sociale e la sanità. Una città senza un progetto culturale a lungo termine è comunque e certamente una città senza salute e senza socialità.
Andrea Chiodi

Varese è generosa ma ha bisogno di progetti chiari per rispondere ai bisogni dei suoi cittadini

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 02 Febbraio 2021
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