Un ruolo drammatico per Renato Pozzetto: “Ho capito che era la mia parte, Pupi Avati mi ha aiutato”

Esce su Sky "Lei mi parla ancora": il popolare attore interpreta Nino Sgarbi. «Il copione mi ha commosso, ma sul set ero a mio agio». E spiega: «Mi mancano il Lago Maggiore e la mia Locanda. Ma tornerò al più presto»

\"Lei mi parla ancora\": il film di Pupi Avati con Renato Pozzetto

Debuttante a ottant’anni compiuti in un ruolo che nessuno gli aveva mai visto recitare. È un Renato Pozzetto completamente diverso da ciò a cui siamo abituati, quello che veste i panni di Nino Sgarbi (il papà di Elisabetta e Vittorio), protagonista di “Lei mi parla ancora”, il film firmato da Pupi Avati in uscita in anteprima su Sky Cinema e Now Tv a partire da oggi, lunedì 8 febbraio. Debuttante sì, seppur di lusso, perché il popolare attore milanese-varesotto non aveva mai affrontato un ruolo drammatico, quello di un uomo rimasto vedovo dell’amatissima moglie Rina (Stefania Sandrelli) che, dopo un’iniziale diffidenza, apre le sue memorie e il suo cuore allo scrittore (Amicangelo, Fabrizio Gifuni) chiamato a scriverne la biografia.

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Renato, come ha affrontato il ruolo di Nino Sgarbi, una figura assai diversa dalle tante che aveva impersonato fino a oggi nella sua lunga carriera cinematografica.
«Sono stato molto attento ad ascoltare il regista e a seguire le sue indicazioni. Quando Pupi (Avati ndr) mi ha coinvolto ho letto il copione e, davanti a lui e a un piatto di spaghetti nella mia casa qui a Milano, gli ho detto che avrei potuto svolgere quel ruolo. Personalmente avrei aggiunto qualcosa di mio, provato a strappare qualche sorriso in più, però non volevo confondere le idee a Pupi. L’unica concessione che mi sono tenuto è stato quel cappello indossato mentre mangio un piatto di ravioli, per il resto ho rispettato le indicazioni. Ma non è stato un problema, mi sono trovato a mio agio. Per chi è abituato al Pozzetto comico il mio atteggiamento è inusuale, ma proprio lì sta la drammaticità».

Prima di essere coinvolto nella lavorazione del film, conosceva la storia di Nino e Rina Sgarbi?

«No, non la conoscevo e una volta ingaggiato ho preferito non leggere il libro da cui è liberamente tratta la sceneggiatura del film (QUI per acquistare il volume su Amazon). Non volevo farmi influenzare dal racconto, ho scelto di seguire quello che era il copione».

I protagonisti sono, lo abbiamo spiegato, i genitori di un personaggio vulcanico e imprevedibile come Vittorio Sgarbi. Vi siete sentiti in questo periodo?

«Quando Vittorio ha visto il film montato mi ha chiamato. Era tarda sera, aveva appena terminato la visione e ci ha tenuto a dirmi che gli era piaciuto. Una telefonata che mi ha fatto piacere, così come il giudizio di Elisabetta che avevo incontrato anche sul set: lei mi ha detto che apprezzava il modo in cui ho vestito i panni del suo papà».

Nella vita reale, anche lei ha perso la moglie alcuni anni fa. La sua storia personale c’entra in qualche modo con il film?

«No, non c’entra niente. Io di mestiere faccio l’attore e lavoro per interpretare un personaggio. La mia vicenda non deve influenzare il giudizio sulla mia capacità di recitare. Sono contento che la mia interpretazione sia stata giudicata in modo positivo, almeno dai primi riscontri che stiamo avendo. Il mio “esame di ammissione” al cast è avvenuto quando ho ricevuto il copione. L’ho letto due o tre volte, mi sono sinceramente emozionato e ho capito che avrei potuto interpretare il ruolo. E così ho detto a Pupi che ero capace di diventare Nino sullo schermo».

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Da “Lei mi parla ancora” emerge un forte messaggio d’amore. Un amore votato al “per sempre” che mette il suo personaggio su un piano opposto all’altro protagonista, lo scrittore dalla vita sentimentale instabile.

«Con Fabrizio Gifuni ci siamo parlati subito, prima di iniziare le riprese. Era importante condividere il fatto che ci saremmo lasciati da amici e così è stato. Lui viene per raccontare la mia vita, io alla fine spio un po’ nella sua e pian piano lo avvicino. E condivido con lui questo messaggio sull’amore».

Protagonista di un ruolo drammatico per la prima volta a ottant’anni compiuti. Si è chiesto: “Potevo farlo prima”?

«Lo avrei potuto fare se fosse arrivata una proposta adatta. Per la verità in un’altra occasione avevo ricoperto una parte drammatica: accadde nel film “Gran Bollito” di  Mauro Bolognini, quello ispirato alla saponificatrice di Correggio. Però devo anche dire che in quella circostanza avevo un ruolo femminile, giravo vestito da donna… Ne approfitto per ricordare Bolognini, un personaggio simpatico, spiritoso, che amava mettersi dietro alla macchina da presa. Anche quella volta, mi misi a sua disposizione».

Terminata questa esperienza, è già tempo di pensare a un nuovo film?

«Lavoro nel cinema da tanti anni e così le idee continuano a venirmi. Vedremo. Quest’ultimo film è stato abbastanza faticoso, in parte dal punto di vista fisico ma soprattutto perché mi sono calato in un ruolo non semplice, però Pupi mi ha davvero aiutato molto. E anche tutti gli altri ragazzi, i miei colleghi più giovani sono stati molto bravi. Un progetto cinematografico ce l’ho, vedremo se sarà possibile portarlo avanti».

Lei è a Milano da mesi, le manca il Lago Maggiore?

«Mi sta mancando moltissimo, perché dal secondo lockdown sono rimasto a Milano. Ho la fortuna di abitare accanto ai miei figli: Francesca è proprio nell’appartamento a fianco, Giacomo in un’altra scala dello stesso palazzo e questo mi ha consentito di vedere loro e i miei nipoti, con tutte le precauzioni. Però spero di tornare presto sul lago, ho grande nostalgia dei nostri paesaggi, di Laveno, di Gemonio e della Locanda Pozzetto».

Un’impresa, quella della Locanda, che continua a starle molto a cuore.

«Sì, perché l’idea di quel luogo era venuta a me e a mio fratello Achille che purtroppo qualche anno fa è mancato. È un posto molto bello e mi auguro che possa far capire a tutti l’importanza del turismo dalle nostre parti. Per tanti anni si è sempre pensato alle imprese, alle fabbriche: forse stiamo capendo che in riva al lago o sulle alture circostanti è meglio mettere strutture per il turismo. I nostri paesaggi meritano di essere valorizzati, noi ci stiamo provando».

Quindi ci vediamo presto, in zona?

«Promesso: spero che il mio turno per il vaccino sia vicino. Non appena sarà possibile, conto di raggiungere Laveno».

Damiano Franzetti
damiano.franzetti@varesenews.it

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Pubblicato il 08 Febbraio 2021
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