Nicola Oldrini e il locale a Gallarate bloccato dall’emergenza: “Mi sento invisibile”

40 anni, esperienze di successo alle spalle, Oldrini aveva avviato l'investimento appena prima della pandemia. Tra zone rosse e ostacoli burocratici, oggi racconta tutta la sua stanchezza. E l'orgoglio di chi è andato avanti fin qui

Nicola Oldrini

«Oggi mi sento invisibile. E stanco». Non nasconde il sentimento di sconforto, Nicola Oldrini: conosciutissimo nell’ambiente dei locali (prima al Twiggy di Varese, poi al Family di Albizzate), da un anno è in attesa di aprire il suo nuovo locale d’atmosfera veneziana in via Manzoni a Gallarate, nei locali che erano occupati fino al 2019 dal negozio di giocattoli Liverani.

L’incertezza del periodo, gli stop della zona rossa, ma anche i problemi burocratici hanno impedito fino ad oggi il lancio del locale, in cui Oldrini ha investito tutto, con il cantiere – nella foto – aperto appena prima che l’emergenza travolgesse tutto.

«Sono disoccupato da un anno e mezzo. Non prendo sussidio di disoccupazione perché allora fui io a licenziarmi. Non credo avrei mai chiesto il reddito di cittadinanza in ogni caso, ma anche se l’avessi fatto, non avrei potuto goderne per motivi di reddito. Quindi sostanzialmente sono inattivo da 18 mesi, mese più mese meno» scrive nello sfogo pubblicato su Facebook.

«Anzi no, in realtà sono attivo, perché, nonostante tutto, nel frattempo ho deciso di imbarcarmi in un’attività imprenditoriale, nella quale è finita metà dei miei averi. E, come ogni persona che si imbarca in una nuova attività farebbe, mi sono impegnato nella gestazione della mia nuova creatura. Un lavoro bello e faticoso, sicuramente però non retribuito. In questo periodo ho vissuto nella maniera più dignitosa possibile. Ho speso, mi sono speso, non ho guadagnato, ma ho investito. Ho preso delle multe, diverse multe, ma le ho pagate tutte fino all’ultimo bollettino postale».

Una vita «nel guado» di questa emergenza permanente.
«Ora la mia attività è pronta per partire, ma non so ancora quando partirà». È un racconto di difficoltà che si sommano, nell’arco di quest’anno: «Non ho preso 1€ di sostegno, non ho mai chiesto soldi ai miei genitori, ho faticato molto, anzi moltissimo per avere un micro finanziamento per la mia azienda dalle banche. Sto aspettando da mesi e mesi che il Comune mi dica se potrò usare una maledetta canna fumaria, e intanto cerco di rassicurare i miei soci che tutto andrà bene, e i miei futuri dipendenti che presto avranno molto molto da fare. Probabilmente mi vaccinerò non prima di agosto o settembre. Non ho cercato scappatoie, non ho saltato file, ho aspettato quando dovevo aspettare e ho risposto presente quando era il mio turno. E mi sono fermato sempre ai semafori rossi».

«Beh, non so come dirlo, ma io mi sento invisibile. Anzi, il più trasparente degli invisibili. Senza neanche il privilegio di raccoglierne i benefici di leggerezza. Perché invece la stanchezza la sento addosso, come se avessi il doppio della gravità sui miei 100 e passa chili. In questi mesi ho sentito ogni singolo esponente di ogni singola categoria sociale lamentare e biasimare. Io non ho mai, dico mai, polemizzato. Non avrei mai saputo fare niente di buono nel gestire una situazione grave e inedita come questa. Non ho soluzioni a portata di mano, e per fortuna non spetta a me darle. Mi sono sempre schierato dalla parte delle priorità sanitarie, più o meno a qualsiasi costo e non ho mai subito il fascino del “si muore di covid, ma presto si morirà di fame”. Però oggi mi sento invisibile. E stanco».

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 23 Marzo 2021
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