La vita in Europa, l’emozione del draft NBA, la stagione a Varese: Toney Douglas si racconta

Intervista all'esperta guardia della Openjobmetis. "Ai veterani USA dico: non abbiate pregiudizi. Si gioca un basket diverso e si vive benissimo. Non smetto di imparare per un futuro sotto canestro

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Sette maglie vestite in NBA, una militanza solida e lunga – dal 2009 al 2017 – e una passione per il Gioco che lo accompagna ancora oggi, dall’altra parte dell’Oceano, a 35 anni compiuti. Toney Douglas è al termine della sua dodicesima stagione da professionista dei canestri, ha contribuito alla salvezza della Openjobmetis in una annata particolarmente complicata e ha ancora molto da dire al mondo della pallacanestro.

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Toney Douglas, un veterano NBA a Varese 4 di 23

Lo racconta lui stesso in una lunga intervista che ha concesso a VareseNews prima di uno degli ultimi allenamenti stagionali (la vittoria di Trento su Brindisi ha fatto sfumare l’ultima possibilità di playoff per Varese) al quale – come di consueto – la guardia americana si è presentata con oltre un’ora di anticipo. Questione di mentalità per uno che, in carriera, ha avuto la qualità e il privilegio di condividere lo spogliatoio con gente del calibro di Lebron James.

Toney, lei è un veterano NBA che a un certo punto ha scelto di venire in Europa. Come ha affrontato questo “passaggio”?

«Quando ho terminato la mia esperienza in NBA sapevo che in Europa avrei trovato un basket di ottimo livello, il migliore fuori dalla Lega americana. Quindi ho sempre avuto l’idea di poter proseguire la mia carriera oltreoceano. Qui ho dovuto fare un grosso aggiustamento sul mio modo di giocare: in NBA quando hai battuto il tuo difensore vai a canestro, qui invece c’è una situazione tattica diversa. Ognuno aiuta in difesa, sai di non poterti rilassare finché l’azione è finita. Si usa di più il fisico ma meno l’atletismo, visto che quest’ultima qualità è più presente nel campionato americano».

Qual è quindi il suo consiglio per i suoi colleghi che seguiranno lo stesso percorso?

«Ai veterani dico avere una mente aperta: non c’è solo la NBA e non ci sono solo gli USA. Esistono altre culture, un altro gioco da scoprire, ci sono differenze. Non è tutto come l’NBA: in Europa il risultato conta molto di più. Se la squadra perde due partite consecutive, in America si guarda il programma dei prossimi incontri, qui invece non hai giorni liberi e se l’allenatore decide di programmare un allenamento supplementare lo si fa. C’è maggiore pressione lungo la stagione».

Dopo aver lasciato gli States lei ha giocato in Turchia, Spagna e Italia. Dove si è trovato meglio come basket e come stile di vita?

«In Turchia nel primo anno mi sono dovuto adattare alle novità ma poi la mia esperienza è stata ottima dappertutto. Come tipo di gioco non ho trovato grandi differenze tra le Leghe, il basket è piuttosto simile nei tre Paesi. A livello di rapporti dico che non bisogna fermarsi ai luoghi comuni che si hanno sui diversi posti: quando sperimenti la vita nelle varie città è tutto diverso: ripeto, mi sono trovato benissimo con le persone in Turchia come in Spagna e in Italia. Qui da voi, in più, c’è l’aspetto legato al cibo che è veramente di più alto livello».

Anche questo è un luogo comune…

«È vero, ma posso assicurare che in questo caso è positivo e fondato. Tornando a quello che posso dire ai giocatori americani, aggiungo una cosa. Se vogliono ricreare la loro vita privata come negli USA, inteso come abitudini personali e alimentari, ormai in quest’epoca lo possono fare. Ci sono i cibi, i ristoranti, i passatempi che lo permettono. Però io consiglio di adattarsi, di sfruttare i viaggi per le trasferte che consentono di conoscere posti nuovi ogni volta».

Openjobemetis - Ax Armani
Douglas batte la difesa di Milano nel finale del derby vinto al Forum dalla Openjobmetis

Lei sulle stories di Instagram pubblica spesso gli allenamenti svolti in sala pesi. L’impressione è che questa sia un’attività che le piaccia, oltre a essere una parte del lavoro.

«Sì, faccio sempre sessioni in palestra: anche quando l’allenatore concede giorni liberi, in parte li uso per recuperare dalle fatiche ma in parte li dedico al lavoro fisico. Mi piace prendermi cura del mio corpo e lo faccio anche per prevenire gli infortuni. Voglio giocare a basket per lungo tempo, il lavoro con i pesi è una cosa che mi fa bene».

A proposito di futuro: una volta terminata la carriera di giocatore pensa di rimanere nel mondo della pallacanestro?

«Sì, mi piacerebbe restare nel mondo del basket: non so ancora a quale livello e in che ruolo ma l’idea è quella. La pallacanestro è la mia passione e per questo mi piace studiare i coaching program, mantengo i contatti con i miei allenatori precedenti specie quando d’estate torno negli USA, mi piace osservare le scelte tecniche delle squadre e fare esperienze. Insomma, provo a imparare un po’ da tutti».

Nella sua carriera ha vissuto grandi esperienze: il college, il draft, la NBA e addirittura le Finals. Qual è la più grande emozione che le ha dato il basket?

«È difficile sceglierne una sola. Forse la mia esperienza al college a Florida State: la mia scuola non andava al torneo NCAA da 12 anni e io ero l’unico giocatore all’ultimo anno, circondato da sole matricole. A livello sportivo è stata un’impresa davvero eccezionale. E poi anche il draft, un’esperienza molto bella ma anche snervante. Quando ci arrivi fai delle previsioni, sai come potrebbe andare a finire ma finché non chiamano il tuo nome rimani sulle spine. Le previsioni mi davano nella parte medio-bassa del primo giro e in effetti mi hanno chiamato al numero 29: mi scelsero i Lakers ma sapevo già che avrebbero ceduto la scelta ai Knicks».

Toney Douglas, primo giorno a Varese
Douglas il giorno del suo arrivo nel marzo 2020

In NBA ha avuto modo di affrontare anche Luis Scola. Si ricorda le vostre partite da avversari?

«Mi ricordo soprattutto quello che c’era scritto nei report che lo staff tecnico ci consegnava prima di ogni partita. Luis era descritto come uno dei più forti giocatori nel ruolo di ala forte, specie in alcune situazioni tattiche, ma era anche considerato bravo a giocare da pivot in quintetti piccoli. E inoltre dicevano di fare attenzione, perché era anche capace di creare qualcosa con la palla in mano. Una descrizione ben fatta, direi: e del resto ha avuto davvero una grande carriera».

Abbiamo citato Scola, parliamo anche della Openjobmetis. Quella di Varese è stata una stagione a due facce: prima in grande difficoltà, poi capace di centrare la salvezza e di vincere alcune partite fuori pronostico.

«Siamo stati capaci di andare a vanti a lavorare duramente, nonostante le serie di sconfitte consecutive e tutti gli altri problemi come quello relativo al Covid. Credo che questa sia stata una stagione particolare per tutte le squadre: ognuna ha avuto momenti di difficoltà e periodi positivi. Noi siamo riusciti a risalire restando uniti e non preoccupandoci troppo dei momenti negativi. Il fatto che ci fossero le porte chiuse anche agli allenamenti ha impedito al pubblico di vedere quanto e come ci siamo impegnati durante la settimana: vi assicuro che il lavoro svolto è stato importante. Infine, c’è stato anche qualche cambiamento nel roster della squadra e anche quello è servito a migliorare».

C’è la possibilità di rivederla a Varese anche il prossimo anno? Quanto pesa la parte economica sulla scelta di restare o di andare via?

«Prima di tutto, Varese mi piace: parlo sia della società, sia della città sia dei miei compagni di squadra. Sono dispiaciuto di non aver potuto vivere l’esperienza di giocare con il palazzetto pieno di gente, sentire il loro calore, vincere delle partite con la presenza dei tifosi. Io potrei anche restare, non c’è niente che mi impedisca di voler tornare a Varese l’anno prossimo, anche se ovviamente non sono l’unico che deve decidere in questo senso. Per quanto riguarda la parte economica, per me il basket è un lavoro e voglio continuare a giocare ad alto livello. Conta perché viviamo di quello, ma noi giocatori ci rendiamo anche conto che in questi due anni la situazione è cambiato in modo profondo. Ci sono squadre con sponsor forti alle spalle e altre che hanno bisogno degli incassi e senza biglietti fanno fatica. Detto questo, per il tipo di gioco che si fa in Europa io credo che sia meglio confermare il più possibile il gruppo, quando si tiene lo stesso tipo di allenatore. In questo modo si hanno molti meno problemi a ripartire. E credo che se avessimo avuto Massimo (Bulleri ndr) e questo roster fin dal principio, avremmo avuto risultati un po’ migliori anche noi quest’anno».

Si ringraziano Mario Oioli per la traduzione simultanea e Marco Gandini per la disponibilità

Damiano Franzetti
damiano.franzetti@varesenews.it

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Pubblicato il 08 Maggio 2021
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