Ecco chi ha pagato la crisi delle sedici banche italiane

Giuseppe Boccuzzi, presidente di Banca Carige e già supervisore della Banca d'Italia, ha tenuto una lezione sulle risoluzioni bancarie agli studenti di economia dell'Università dell'Insubria. «La crisi delle banche italiane non c'entra nulla con i subprime e il fallimento della Lehman Brothers»

Banca

Le crisi bancarie e la loro narrazione hanno segnato la cronaca non solo economica degli ultimi quindici anni. La bolla speculativa dei subprime e il fallimento della Lehman Brothers che ha scardinato persino una verità consolidata nel detto Too big to fail, troppo grande per fallire, non sono alla base di tutte le crisi bancarie del mondo.

Ci sono delle profonde differenze rispetto per esempio a quanto è avvenuto in Italia, dove il sistema bancario entra in crisi almeno 6 anni dopo quei fatti e per ragioni totalmente diverse, che risalgono a ben prima del fallimento della banca d’affari americana. Eppure nell’immaginario collettivo italiano tutto inizia dal momento in cui centinaia di impiegati del colosso bancario si riversano nelle strade di New York con i cartoni in mano e la parola fine impressa nello sguardo. Non è questa la verità. O, meglio, non è questa tutta la verità per quanto è accaduto anni dopo alle banche italiane.

Lo ha spiegato  Giuseppe Boccuzzi, attuale presidente di Banca Carige, per molti anni in forze alla Banca d’Italia come supervisore ed esperto nella gestione delle crisi di banche e fino al 2020 direttore generale del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD). Autore di «Il regime speciale della risoluzione bancaria» (Cacucci editore), Boccuzzi ha tenuto una bella – per chiarezza e profondità – lezione a distanza rivolta agli studenti di economia dell’Università dell’Insubria.

CHI DEVE PAGARE LE CRISI

Il fallimento della Lehman ha segnato l’avvio di una linea di intervento secondo standard internazionali nella normativa che regolamenta le crisi bancarie. Dopo il 2010 ha preso il via una riforma che sulla spinta del Financial stability board (Consiglio per la stabilità finanziaria) voleva evitare l’ingiustizia delle ingiustizie, ovvero che fosse il contribuente a pagare il prezzo di queste crisi, anziché azionisti e creditori. «È un principio giustissimo – ha detto Boccuzzi – ma occorre ricordare che durante le crisi finanziarie si ricorre all’intervento pubblico per salvare le banche perché c’è un tema fondamentale che è la stabilità finanziaria del sistema, in quanto una crisi va a intaccare anche la parte sana».

LE DIRETTIVE EUROPEE

Il processo di riforma e i nuovi standard inseriti in Basilea 3 introducono una regolamentazione prudenziale su patrimonio e liquidità, ampliano gli strumenti per la gestione delle crisi e danno vita a una centralizzazione della loro gestione. Un sistema dove il livello europeo opera congiuntamente a quello degli stati nazionali. Questi nuovi standard vengono tradotti dall’Unione Europea in due direttive: la Bank recovery and resolution (BRRD) e quella relativa alla garanzia dei depositi. «È stato un processo rapido, forse troppo rapido – ha sottolineato Boccuzzi – che meritava qualche approfondimento in più rispetto agli ordinamenti nazionali. Il risultato è stato che quando sono entrate in vigore queste direttive in Italia abbiamo iniziato ad avere dei problemi, mentre le altre banche sistemiche europee avevano già messo in sicurezza la loro situazione con l’intervento statale. Ci siamo dovuti confrontare con nuovi strumenti coerenti ma alla prova dei fatti insufficienti, tenuto conto che la Commissione europea aveva anche emanato degli orientamenti sugli aiuti di Stato che hanno inciso sulla possibilità di utilizzare gli strumenti delle due direttive».

L’UNIONE BANCARIA INCOMPIUTA

La riforma bancaria europea è dunque fondata su tre pilastri: la presenza di un unico supervisore europeo di vigilanza, la gestione accentrata delle crisi a livello europeo e un sistema unico di garanzia dei depositi. Quest’ultimo non è stato ancora attuato e così ogni Paese membro usa il suo. «Dopo 6 anni, il Fondo di tutela dei depositi, cioè l’Edis, non è stato ancora realizzato – ha precisato il presidente di Banca Carige – Siamo ancora in una fase di studio ma fondamentalmente manca una volontà precisa, è una querelle tutta politica. Invece la Bce è d’accordo».

LE CRISI BANCARIE ITALIANE

In Italia negli ultimi sette anni abbiamo avuto 16 banche in crisi che non sono paragonabili a quelle di altri istituti di credito europei durante il crac finanziario del 2008. Le nostre banche non avevano asset tossici come i subprime. Il loro problema era invece il credito deteriorato che avevano in pancia generato da un’economia reale che arrancava ben prima della grande crisi. «Se le imprese vanno male anche le banche vanno male – ha spiegato Boccuzzi – e noi venivano da una crisi che durava da almeno dieci anni prima rispetto a quella del 2008. Gli analisti erano in allerta da tempo sul sistema italiano». 
Delle 16 banche solo quattro rientravano per dimensione sotto la vigilanza della Bce, le altre dodici erano vigilate dalla Banca d’Italia in qualità di autorità della risoluzione.

CHI HA PAGATO

A coprire le perdite di quelle sedici banche sono stati tutti i portatori di interesse, sia pubblici che privati, anche se questi ultimi hanno fornito gran parte della copertura.
Boccuzzi ha mostrato una slide con la ripartizione delle perdite che per 5 miliardi di euro sono state a carico di azionisti e obbligazionisti «anche se in realtà quello degli azionisti è stata una quota più alta perché il titolo ha iniziato a perdere valore ben prima dell’inizio della procedura di risoluzione». 
Il costo per le banche e altri soggetti privati è stato di dodici miliardi e mezzo di euro, mentre lo Stato ha messo sul piatto ventidue miliardi, di cui dodici in garanzie in buona parte per la crisi delle banche venete. La conclusione da trarre è dunque la seguente: quando ci sono crisi bancarie, più soggetti esterni concorrono alla copertura delle perdite.

LA UE È STATA MESSA A DURA PROVA

«Il tema delle crisi bancarie è un importante terreno di prove di tenuta dell’Unione europea perché porta con sé aspetti di solidarietà significativi» ha commentato Rossella Locatelli, docente di Economia degli  intermediari finanziari all’università dell’Insubria. «È un disegno – ha continuato l’economista – che deve ancora completarsi e un tema che resta aperto è la gestione delle crisi delle banche piccole e quelle delle banche grandi, come rimane aperto il tema del rapporto tra le attività di vigilanza della Bce e quelle delle banche centrali nazionali. Ogni crisi è diversa dall’altra e una banca che va in crisi espone dei problemi che sono unici ogni volta. C’è dunque un lavoro di personalizzazione che è fondamentale, perché c’è una problema di interpretazione delle norme e della loro applicazione e un tema di timing che possono fare la differenza su come le cose vanno a finire».

«Il disallineamento normativo nei vari paesi europei in tema di crisi bancarie resta un argomento delicato – ha concluso Cristiana Schena, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Insubria-. Non sempre è facile predire le crisi bancarie e quantificarle, perché hanno cause estremamente diverse. La complessità della loro gestione è resa inoltre ancora più complicata dai tempi che sono fortemente influenzati dalle cause che generano le crisi».

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Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.

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Pubblicato il 15 Maggio 2021
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