Affrontare la pandemia nell’ospedale-città del nord Uganda, la sfida dell’ingegnere tradatese Jacopo Barbieri

Ha 35 anni ed è partito due anni fa dopo alcune esperienze di ricerca in Africa. Oggi è a capo del dipartimento tecnico che si occupa di mantenere ed espandere tutti i servizi del St. Mary’s Hospital Lacor

jacopo barbieri

Il St. Mary’s Hospital Lacor è un ospedale senza scopo di lucro creato nel 1959 dai missionari comboniani nel nord dell’Uganda. Oggi è una vera e propria città ed è un presidio di cura e accoglienza che è stato protagonista delle vicende più drammatiche della storia recente ugandese: dalla guerra interna alla guerra all’ebola e per ultima la sfida di questi mesi per la lotta al Covid

A raccontarci cosa significa combattere le conseguenze del virus in quella parte di Uganda è un giovane ingegnere di Tradate che oggi vive e lavora proprio al Lacor Hospital dove è a capo del dipartimento tecnico che si occupa di mantenere ed espandere tutti i servizi dell’ospedale.

Si chiama Jacopo Barbieri e ha 35 anni. È partito due anni fa dopo alcune esperienze di ricerca in Africa e da allora è stato il braccio destro di uno dei fondatori della struttura fino a quando, a novembre dello scorso anno, il Covid non se l’è portato via. Da allora Barbieri è in prima linea per cercare di garantire la risposta dell’ospedale ai tanti malati del nord dell’Uganda.

«La particolarità del Lacor è quella di essere un ospedale organizzato come una specie di cittadina indipendente, io e la mia squadra non ci occupiamo solo di garantire i servizi ospedalieri ma tutti i servizi: la gestione e manutenzione della rete elettrica, dell’acquedotto dai pozzi alla distribuzione, delle acque reflue, dei rifiuti medicali che smaltiamo internamente con inceneritore, della lavanderia, dei gas medicali, della scuola di infermieristica che in tempi normali ha 500 studenti.. insomma è una realtà davvero molto complessa che ha molte esigenze».

jacopo barbieri

L’ospedale è stato al centro di molte turbolenze, racconta Jacopo Barbieri: «È un presidio molto famoso in Uganda perché prima ha gestito la situazione dei bambini soldato, qui tutte le notti durante la guerra c’erano 10mila persone ospitate. Poi ha affrontato Ebola e ora il Covid: ci sono solo 4-5 ospedali in uganda che hanno un impianto di ossigeno centralizzato come il nostro e nel nord Uganda siamo forse l’unico ospedale».

In Uganda la pandemia ha colpito con sfumature diverse rispetto all’Europa e la fase più critica sta arrivando ora: «Quella che sta venendo adesso è la terza ondata. Le prime due sono state una la scorsa estate, ma con numeri contenuti che provocavano solo qualche caso al giorno e pochissimi casi critici. Lo stesso è successo con la seconda ondata che è stata leggermente più violenta ma comunque gestibile avvenuta in autunno scorso. Da metà maggio invece è arrivata la variante Delta e l’ondata è molto più virulenta. Di nuovo, non stiamo parlando di una situazione tragica come in Europa perché qui ci sono condizioni diverse sia in termini anagrafici che nello stile di vita, però la situazione è seria e la nostra preoccupazione è quella di garantire sempre la disponibilità di ossigeno».

jacopo barbieri

Anche in Uganda l’arrivo della pandemia ha spiazzato tutti: «l’arrivo del Covid è stato molto difficile all’inizio: non si capiva bene quali potessero essere le misure da adottare. Da subito avevamo deciso di dedicare spazi alla nuova terapia intensiva dedicata al covid. Abbiamo fatto in fretta e furia i lavori in vari edifici e cercato di separare i percorsi. Anche l’Uganda aveva fatto un lockdown molto stringente e quindi c’era stato anche il problema di fornitura dei materiali – racconta l’ingegner Barbieri -. Adesso, purché sia peggio dal punto di vista sanitario, almeno abbiamo capito cosa serve. Abbiamo formato un po’ di tecnici, che all’inizio avevano paura a fare lavori all’interno dell’unità covid, e da quel punto di vista va meglio».

Ora la sfida non è terminata: «Ogni giorno è una battaglia per garantire tutto ciò che serve e purtroppo qui la campagna vaccinale è molto indietro. Per ora è arrivata a un milione di dosi, hanno vaccinato il personale sanitario e in parte gli insegnanti ma anche in Uganda oltre alla mancanza di vaccini c’è un po’ di negazionismo e complottismo, molti non vogliono farlo. Problemi che si aggiungono alle difficoltà logistiche come quella di avere un’adeguata catena del freddo che qui è molto difficile. Ci aspettano ancora momenti molto duri e tante cose da fare, anche al di là dell’emergenza pandemica».

Tomaso Bassani
tomaso.bassani@varesenews.it

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Pubblicato il 24 Luglio 2021
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