Le indagini per accertare le responsabilità sull’infortunio mortale di Bodio Lomnago

Sopralluogo in mattinata del pubblico ministero, poi nel pomeriggio si attende una squadra per la rimozione del mezzo, rimasto ancora ribaltato

infortunio mortale bodio lomnago il giorno dopo

Il braccio meccanico bianco è ancora lì, quasi appoggiato sul lato sinistro, come fosse il corpo di un gigante d’acciaio che sta dormendo: è invece la parte finale della betopompa che ha tolto la vita a Vasile Atomei, classe 1970, rumeno di nascita ma varesino d’adozione assunto ai primi di dicembre dopo un periodo passato senza lavoro proprio per l’opera che stava entrando nel vivo, con le gettate di calcestruzzo per fare il basamento del nuovo centro sportivo di Bodio Lomnago.

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Mercoledì mattina il cantiere si è trasformato in un tempio di dolore: fuori, perché sono stati apposti i sigilli dalla procura della repubblica di Varese che ne dispone il sequestro, ci sono i sindacalisti delle sigle edili di Cgil e Cisl, un funzionario dell’Inail, la polizia locale. Poche parole. Teste che si scuotono e occhi lucidi.

La vittima abitava a Ternate e aveva moglie e figli. Le poche auto che arrivano in cima alla collina della Rogorella da dove si può arrivare a Casale Litta rallentano, e gli occupanti – soprattutto gli operai a bordo dei camion e dei furgoni pick-up – guardano le transenne messe a protezione della scena e poi proseguono. Ora è il momento dell’accertamento delle responsabilità.

Il pubblico ministero è atteso per un sopralluogo in giornata. La scena va vista anche col chiaro. Nel pomeriggio poi arriverà una squadra autorizzata ad entrare per il recupero degli oggetti personali e che con l’ausilio di una gru cercherà di riposizionare sulla strada l’enorme macchinario per la gettata del calcestruzzo dal peso impressionante: 160 tonnellate, anche per via del cemento che è rimasto bloccato – e allo stato solido – all’interno del tubo che segue il braccio meccanico.

Il macchinario, spiegano gli esperti di edilizia, funziona così: c’è un tubo che risucchia il calcestruzzo da una betoniera che poi porta in prossimità del punto in cui si vuole disporre il cemento allo stato semi liquido, anche a distanza di decine di metri. Proprio come è stato fatto nel pomeriggio di ieri.

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E qui c’è il primo interrogativo: il mezzo era nella posizione ottimale? I punti di accesso all’area cantiere per avvicinarsi all’area di gettata, a prima vista erano due (nella foto d’apertura, l’accesso secondario chiuso da un cancello)  e quello scelto risulta in una posizione piuttosto distante dal punto di arrivo del cemento: chi ha deciso di posizionare lì la betopompa?

Sono tutti interrogativi che andranno chiariti. Così come gli inquirenti dovranno cristallizzare chi fosse presente al momento dell’infortunio mortale: di solito queste operazioni avvengono con un operaio che tiene fisicamente la parte finale del tubo da dove fuoriesce il cemento liquido (di solito una “proboscite“ flessibile di qualche metro con una bocca da 25 centimetri), un secondo con un potente vibratore lavora sulla colata per assicurare uniformità al materiale, un terzo manovra il mezzo attraverso un joystick (un telecomando a filo o wireless), un quarto fa il “regista“ e coordina le operazioni di scarico del cemento. Vanno dunque ricostruiti quegli attimi che precedono la tragedia.

L’unica certezza è che il mezzo era ancorato con gli “estensori“ a terra: non era cioè semplicemente parcheggiato sulle ruote, ma era fermo sulla strada grazie ai quattro bracci idraulici che vengono utilizzati dai mezzi da lavoro per assicurare stabilità, un particolare che potrebbe non essere stato comunque sufficiente, visto l’enorme peso che incombeva sulla base di appoggio, ai margini del cassero che si sarebbe dovuto riempire di calcestruzzo e dove invece ha trovato la morte il povero muratore.

Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

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Pubblicato il 15 Dicembre 2021
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