L’indagine della Procura di Busto Arsizio accende una luce sul fiorente mercato delle fatture false

Un sistema in cui vincono tutti tranne lo Stato: si arricchisce chi emette fattura e chi paga la prestazione inesistente in un vorticoso giro di soldi che droga l'economia

Sventato tentativo di esportare valuta dalla guardia di finanza di Como

L’operazione portata a termine ieri mattina (lunedì) dal sostituto procuratore di Busto Arsizio Nadia Calcaterra, insieme alla Guardia di Finanza di Varese, ha scoperchiato una centrale dell’evasione fiscale al servizio di decine di imprese di tutta la Lombardia con base a Castellanza e a Milano.

Un servizio per gli imprenditori

Qui avevano sede, infatti, le tre società cosiddette “cartiera” e cioè scatole vuote e improduttive, senza dipendenti e senza produzione di alcun tipo che fornivano un “servizio” a decine di imprenditori finalizzato a far pagare loro meno tasse attraverso prestazioni inesistenti che venivano fatturate alle aziende. Centinaia le fatture false contestate per un valore complessivo di 30 milioni di euro e 70 le aziende coinvolte, alcune delle quali del Varesotto (Fagnano Olona) e del Legnanese (Legnano e Parabiago). Dovranno restituire allo Stato tra i 15 e i 20 milioni di euro.

Nadia Calcaterra Procura di Busto Arsizio
il pm titolare del fascicolo Nadia Calcaterra

I soldi tornavano in contanti agli imprenditori

I soldi che transitavano sui conti delle società cartiera tornavano nelle mani degli imprenditori in contanti, depurati della percentuale che spettava ai fornitori del servizio, cifre che andavano dal 5 all’8% di quanto indicato in fattura. Molte di queste aziende fanno parte del settore del recupero e riciclo dei materiali, alcune sono cartiere (nel senso che producono carta), altre imprese edili. Sono tutte accomunate da una serie di fatture nei confronti delle tre società produttrici di false fatture. L’obiettivo degli imprenditori era duplice: da un lato abbattevano l’imponibile della loro azienda per pagare meno tasse e dall’altra creavano provviste di soldi in contanti che poi prendevano spesso la via dei conti esteri e dei paradisi fiscali.

I tre capi e le teste di legno sconosciuti al fisco

Tutto era gestito da tre persone, due donne e un uomo, con la complicità di una sequela di teste di legno accomunate dal risultare praticamente nullatenenti anche se sui loro conti passavano cifre che variavano dalle decine alle centinaia di migliaia di euro. Tutti hanno precedenti, chi per traffico di droga, chi per aver creato un’organizzazione che produceva falsi permessi di soggiorno, una anche per sottrazione di minore.

Il gruppo era molto accorto e non dava nell’occhio ma le tracce lasciate dalle loro operazioni erano fin troppo evidenti. Non a caso l’inchiesta è partita da un certo numero di segnalazioni di operazioni sospette da parte delle banche presso le quali si appoggiavano. Grazie a queste incongruenze gli inquirenti hanno iniziato a seguire il flusso di denari che ha portato alla scoperta di una vera e propria centrale di emissione di fatture false.

Ad un certo punto gli inquirenti si avvalgono anche dell’uso delle telecamere, posizionate davanti alla sede di Milano e nella quale sono state documentate le retrocessioni di danaro agli imprenditori.

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Orlando Mastrillo
orlando.mastrillo@varesenews.it

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Pubblicato il 14 Dicembre 2021
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