“La fase storica che stiamo vivendo chiede scelte coraggiose”: in san Vittore l’omelia di fine anno di monsignor Panighetti

Il testo integrale dell'omelia pronunciata da monsignor Luigi Panighetti, prevosto di Varese, nella messa di fine anno tenuta nella basilica di san Vittore

Alla Basilica di San Vittore il debutto della Stagione Musicale di Varese

Vi proponiamo il testo integrale dell’omelia pronunciata da monsignor Luigi Panighetti, prevosto di Varese, nella messa di fine anno tenuta nella basilica di san Vittore 

La nascita di Gesù a Betlemme è irruzione nella storia di una novità che non ha pari: per amore Dio sceglie di diventare uomo come ognuno di noi e offre la sua presenza per interpretare ogni aspetto della vicenda umana.
La Chiesa ha il compito di essere annunciatrice di questa realtà inaudita ed invita ciascuno ad accogliere questa luce che alimenta la speranza. È una luce, quella di Cristo, che vuole aiutarci ad essere più capaci di vera umanità.
Cristo è la pienezza dell’uomo: il mistero dell’incarnazione non è semplicemente un rimedio al peccato dell’uomo, bensì è piena attuazione della nostra vocazione di persone. E il modo di essere di Dio è del tutto segnato dalla dinamica del dono: ciò che determina l’essere di Dio è il suo essere per l’altro. Nella nostra società, in cui leggi e comportamenti sono sganciati da valori cristiani, va riproposta una libertà disponibile al dono: questa realtà va cercata e custodita soprattutto in questi tempi di smarrimento e confusione anche a causa della perdurante pandemia.
Il Natale che stiamo celebrando è occasione favorevole per domandarci quali sono gli aspetti della nostra vita personale e comunitaria su cui vigilare maggiormente per non scostarsi dalla verità dell’Incarnazione, primo, incommensurabile, sorprendente dono.

La pandemia, nella sua durezza, ha mostrato come l’istanza da non perdere mai di vista sia il criterio del bene condiviso per valutare le forme dell’agire per un buon vicinato e una rinnovata socialità smentendo la pretesa del modello individualista.

Certamente sono molti ed impegnativi i fronti su cui dispiegare una prossimità. Ne evoco qualcuno.
Uno di stringente attualità è la questione giovanile, o meglio la questione educativa, che immediatamente riguarda le nuove generazioni, ma che in realtà è cosa che investe innanzitutto la responsabilità della comunità adulta. Questo per esplicitare che l’argomento non si può limitare al rapporto Famiglia-Scuola, bensì coinvolge una platea più ampia di attori tra cui le Istituzioni.
È opinione diffusa che questi mesi di pandemia abbiano segnato negativamente i modi di vivere la socialità per i giovani. L’importanza di momenti di aggregazione giovanile interpella rispetto al tema di spazi e proposte per loro adeguate.
Senza dire della sfiducia – diffusa tra i giovani stessi – circa il loro futuro (cfr. Censis, 2021).
Si aggiungano episodi di violenza giovanile per bande o fenomeni di bullismo anche tra i giovanissimi.
Evidentemente il tema dell’educare è esigente: ha a che fare con una Scuola all’altezza della sfida e con Famiglie e adulti disponibili a rimettere sul tappeto il tema di relazioni forti ed autentiche. Non si potrà evitare di tenere conto della complessità relazionale della vita tra generazioni diverse e tra individui di una famiglia e di una comunità.
Solo relazioni positive e costruttive possono permettere un progresso individuale e collettivo che porti frutti buoni: si tratta di relazioni umane e profonde che coinvolgono i valori, le motivazioni e le passioni.
I giovani hanno bisogno di una famiglia, una scuola, adulti coesi e solidali che dialoghino con loro sul piano delle idee e dei sentimenti e li aiutino a guardare al futuro con coraggio, fiducia e generosità.
Di tutto ciò anche le Istituzioni devono farsi carico.

Un secondo motivo di riflessione è dato dalla considerazione di come negli scorsi mesi siano state raccolte firme da sottoporre agli organi competenti al fine di indire un referendum popolare che punta a depenalizzare la coltivazione della canapa e altre condotte relative alla marijuana, e un secondo referendum che intende sostenere la legittimità del suicidio assistito. Non è questa la sede per entrare nel merito di questioni così serie e complesse, ma è sufficiente annotare come le richieste abbiano raccolto in breve tempo un numero consistente di firme (630 mila per la canapa e un milione e 200mila per il suicidio assistito).
Reputo tale risultato frutto di un quadro di valori lontano dalla morale cristiana e molto si può discutere circa l’adeguatezza del metodo scelto per questioni così delicate.
Soprattutto per il secondo caso il referendum (SÌ-NO) mal si concilia con temi molto articolati che esigono un’attenta disamina, un approfondimento consono, nonché un trasparente confronto parlamentare.

Una simile prassi in realtà è una forma sbrigativa che evita un effettivo coinvolgimento in uno strutturato confronto: dalla politica ci si aspettano risposte equilibrate ed umane. Aggiungo solo che per questi argomenti come per quello che riguarda l’aborto volontario va tenuto presente che la dignità della persona sottrae la vita a una concezione di disponibilità: il soggetto è custode affidatario della vita, non padrone ed arbitro.
“La vita è infatti un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata„ (discorso Papa Francesco, Atene, 4 dicembre 2021). Ritengo sia compito della Comunità Cristiana approfondire i risvolti di questioni così difficili per giungere a deliberazioni che rispettino la persona nella sua integralità evitando derive ideologiche o strumentali. L’approccio semplificato su questioni vitali favorisce una concezione antropologica nichilista piuttosto che l’elaborazione di forme di accompagnamento per chi vive situazioni esistenziali impegnative e dolorose.

La Comunità Cristiana ha il compito di comunicare speranza portando carità e incoraggiando legami grazie ad uno sguardo premuroso alle esigenze del tempo che viviamo. In tale prospettiva si muove il “Gruppo Barnaba„ costituito nel nostro Decanato con l’incarico di convocare l’Assemblea Sinodale Decanale che intende essere una realtà di cristiani che leggono le esigenze pastorali del territorio per una evangelizzazione più missionaria.

Pochi mesi fa la cittadinanza si è espressa eleggendo il nuovo Consiglio Comunale. La Comunità Cristiana mentre augura al Consiglio Comunale recentemente insediato un lavoro fruttuoso auspica una leale collaborazione tra forze di maggioranza e di opposizione nonché tra Istituzioni a vari livelli. Ciò ha a che fare con la buona politica nella ricerca del bene comune. Ad una sfiducia verso partiti ed Istituzioni deve opporsi la volontà degli eletti di incontrare la gente e di porsi in ascolto per affrontare problemi concreti: ripartire dal territorio per ricostruire la fiducia perduta. Per questo ritengo utile la prosecuzione del confronto tra varie espressioni del mondo cattolico varesino (e magari anche di altre realtà disponibili) con gli amministratori per una più precisa conoscenza della realtà locale che permetta di dare più efficace applicazione al principio di sussidiarietà (Quadragesimo anno, 79-80).

Ho evocato alcuni ambiti in cui dispiegare forme di prossimità: non sono certamente gli unici.
Vorrebbero essere spunti al fine di stimolare considerazioni all’interno della Comunità Cristiana e della Città che ha lodevolmente continuato ad esprimere numerosi ed apprezzabili esempi di solidarietà nonché ad annoverare svariate forme di volontariato a servizio delle persone, nonostante le molte difficoltà.

La fase storica che stiamo vivendo è molto impegnativa e chiede scelte coraggiose ed insieme prudenti che impongano il reale sull’irrazionale.
E’ da incoraggiare la maturazione del senso di appartenenza e di partecipazione alla vita comunitaria perchè si renda più evidente il frutto dell’Uomo nuovo generato dalla redenzione di Gesù Salvatore (cfr. Prima Orazione, Ottava del Natale).
Il Signore che ci visita nel suo Natale benedica questi sforzi!

Stefania Radman
stefania.radman@varesenews.it

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Pubblicato il 01 Gennaio 2022
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