Coach Don Clemons, dalla NFL con Detroit ai Gorillas di Varese: “Il mio lavoro è divertimento”

L'esperto allenatore americano ha lavorato per ben 27 anni con i Lions nel massimo campionato USA. Ora dà una mano ai biancorossi: "Che meraviglia il Sacro Monte! Fate provare anche il football ai ragazzini, si divertiranno in sicurezza"

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«Il mio lavoro è divertirmi. Ma i miei giocatori devono lavorare!». Don Clemons ride di gusto quando esclama quella che, con gli anni, è diventata la sua massima. Dietro alla battuta però, c’è un’altra realtà dove il lavoro, duro e senza sosta, non è mai mancato: 68 anni, nato in Pennsylvania ma poi radicato soprattutto nel Michigan, Clemons è un allenatore di football americano che ha trascorso ben 27 anni in NFL (National Football League), il più importante campionato al mondo di questa disciplina.
Ventisette stagioni, tra l’altro, nella stessa franchigia, quella dei Detroit Lions, dove ha incontrato giocatori del calibro di Barry Sanders, Calvin Johnson o addirittura Matthew Stafford, il quarterback che ha vinto l’ultimo Superbowl con la maglia dei Los Angeles Rams.

Lasciata la NFL, “Coach Clem” ha intrapreso diverse attività sempre nel mondo del football: una di queste è affiancare lo staff tecnico dei Gorillas Varese e per questo motivo lo abbiamo incontrato nella redazione di VareseNews insieme a Paolo Ambrosetti, presidente della franchigia biancorossa che accanto all’attività agonistica è impegnata anche nel sociale e nel locale, specie nella zona di San Fermo. «Ci siamo conosciuti cinque anni fa: Don, con altri allenatori americani, stava organizzando un camp che poi si tenne a Locarno – ricorda Ambrosetti – Arrivarono a Malpensa, io avevo un incarico federale e li ospitai in ufficio regalando loro un adesivo dei Gorillas. A Clemons piacque, lo attaccò sul suo pick-up negli USA e da lì in poi consolidammo la nostra amicizia. Che ora lo ha portato qui, a lavorare insieme al nostro staff e ai nostri giocatori». (foto in alto: Ambrosetti e Clemons in redazione a VareseNews)

Coach Clemons, benvenuto in redazione e a Varese. Le piace la nostra città?

«Meravigliosa! Varese è bella e il borgo del Sacro Monte, soprattutto, è meraviglioso. Mi piace viaggiare, confrontarmi con le persone che vivono le realtà in cui mi trovo: qui ho trovato gente amichevole, ospitale. Non mangio tanto ma mangio molto bene».

Ventisette anni in una stessa franchigia NFL, in un mondo particolarmente competitivo. Come ha fatto a restare così a lungo nei Lions?

«Di certo la mia esperienza è stata piuttosto inusuale, è raro che un allenatore resti così tanto in un posto. Forse (ride ndr) avranno pensato che fossi il custode della sede! Però i coaching staff della NFL sono particolarmente numerosi e così, mentre intorno a me cambiavano le cose, io ho mantenuto i miei incarichi. Mi occupo di difesa, ho cambiato mansione ma sono anche molto versatile e questo mi ha aiutato. Negli anni Novanta poi avevamo una squadra molto forte; purtroppo c’erano anche i Green Bay Packers e così non abbiamo mai fatto grande strada nei playoff NFL. Però non ho alcun rimpianto e, anzi, ritengo di essere molto fortunato per questa mia esperienza».

Qual è l’impegno di un membro dello staff tecnico in una realtà enorme quale è un club NFL?

«Notevole. Durante la stagione regolare la statistica dice che uno come me lavora 87 ore alla settimana, un minimo di dieci al giorno. Oltre all’allenamento sul campo ci sono le riunioni e le sessioni video che sono particolarmente lunghe. La regular season dura 18 settimane con 17 partite, però anche al di fuori di essa gli impegni sono continui. Dalla preparazione al draft (la cerimonia in cui le squadre scelgono i giocatori universitari ndr) al mercato, al reclutamento fino ai camp. Non è un lavoro così difficile, tutto sommato, ma è estremamente impegnativo per il tempo che occupa. Detto questo, io ho iniziato a giocare a football a 10 anni e frequento ancora i campi: ai miei amici spiego che nella pratica io non ho mai lavorato per davvero. Nemmeno oggi che ho i capelli bianchi».

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Un momento dell’intervista nella redazione di VareseNews

Secondo lei, come mai l’american football non ha mai fatto presa in Europa, almeno per il grande pubblico? E perché invece altre discipline come basket e hockey su ghiaccio hanno avuto successo?

«Innanzitutto negli USA avviene quello che qui succede con il calcio. Da noi è naturale che un bambino cresca imparando le regole e le giocate del football mentre in Europa lo stesso accade con il soccer. Poi c’è un aspetto da considerare: lo spettatore americano vuole gli highlights, lo scontro o la realizzazione in ogni azione e nel football li trova. Il calcio a me piace e anche da noi è popolare soprattutto in ambito femminile, però una partita prevede passaggi precisi, tattica e… pochi gol, poche occasioni per fare festa. L’hockey ha punteggi spesso simili ma c’è quella componente di scontro, di corpo a corpo, che va nella direzione che dicevo prima e che piace al tifoso».

A livello tecnico, invece, dove il football europeo deve migliorare per competere a più alto livello?

«Sicuramente nel ruolo del quarterback, il più famoso ma anche il più tecnico e complicato del nostro gioco. Le squadre europee devono crescere nella formazione di questo tipo di giocatori».

Ha letto il romanzo di John Grisham (“Il professionista”) ambientato nella squadra di football dei Panthers Parma? Le è piaciuto?

«Sì, l’ho letto diversi anni fa ma lo ricordo bene. Direi che è anche piuttosto fedele alla realtà. Il titolo originale è “Playing for Pizza”: ora che lavoro anche in Italia i miei amici mi scrivono e me lo ricordano: tu oggi giochi per una pizza. A me, comunque, la pizza piace molto, soprattutto se accompagnata dalla birra. Quindi sono contento di farlo».

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Clemons sul campo di allenamento

Torniamo a Varese e ai Gorillas. Che società ha trovato?

«Dal punto di vista sportivo i Gorillas hanno uno staff tecnico davvero preparato e ciò mi fa piacere. Io non ho la mentalità di tanti miei connazionali che arrivano e impongono le proprie idee: piuttosto cerco di conciliare la mia esperienza con quello che serve alla squadra. Questa società però ha un altro aspetto molto bello: ho visto quello che Paolo e i ragazzi fanno a livello locale, nel quartiere (di San Fermo ndr) e dintorni ed è molto importante. Mi piace vedere quello che i Gorillas danno alla comunità, specie ai ragazzi più giovani: danno l’esempio e io ne sono felice. Anche negli USA le squadre curano molto questo aspetto».

Siete stati anche ospiti a scuola, con le seconde medie della Manfredini. Che esperienza è stata?

«Bella, anche perché dopo un po’ di timidezza iniziale i ragazzi si sono sciolti e alla fine mi hanno chiesto di accompagnarli in gita scolastica! Scherzi a parte, al di là di una mattinata utile per l’inglese (Clemons parla in modo assai comprensibile a differenza di molti suoi connazionali ndr), credo che i ragazzini di 12-13 anni debbano provare tante esperienze, anche a livello di sport, per scoprire quello che più gli piace. Il football è completo e permette loro di sfogarsi in modo sano e la variante flag utilizzata per i giovanissimi (al posto di placcare bisogna “rubare” un fazzoletto che i giocatori portano nella cintola, come il gioco chiamato “bandiera” ndr) è meno pericolosa di tante altre discipline, perché i contatti sono espressamente vietati. Intanto però si iniziano a capire le situazioni tecniche e tattiche del gioco».

Infine, a Varese lo sport più seguito è il basket dove, con l’insediamento di Luis Scola e Michael Arcieri è sempre più visibile un’impronta made in USA anche negli aspetti collaterali alla partita. Cosa ne pensa?

«Parlavo prima della mentalità americana che prevede che uno arrivi, decida e imponga. Il fatto che ci siano un argentino e un italo-americano è secondo me una situazione migliore, perché di solito altre culture come quelle europee e sudamericane sono differenti. Il fatto che abbiano tanta esperienza americana credo possa permettere loro di avere un approccio che porti i benefici delle due mentalità. Ma per domande sul basket bisognerà coinvolgere mia moglie che è stata una buona giocatrice al college: qualche sua ex compagna venne anche a giocare in Europa».

Damiano Franzetti
damiano.franzetti@varesenews.it

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Pubblicato il 25 Marzo 2022
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