De Lucchi: “Nel futuro c’è spazio per un’architettura felice”

È quella che mette al centro l’uomo e le comunità, che unisce e apre agli altri e all’incontro tra culture e generazioni. La lectio magistralis del celebre architetto alla cerimonia di consegna del premio Lumen claro

Lumen claro a Michele De Lucchi

I grandi pensatori hanno il pregio della chiarezza visionaria. E l’architetto Michele De Lucchi non fa eccezione. La sua lectio magistralis, in occasione della consegna del “Lumen claro“, l’onorificenza che dal 1989 il Lions Club Varese Prealpi assegna alle personalità varesine che hanno dato lustro al territorio, ha donato ai presenti al Salone Estense la prospettiva di un futuro diverso.
L’elenco delle opere realizzate da De Lucchi che lo hanno reso celebre nel mondo è lunghissimo: si va dal Ponte della Pace a Tbilisi in Georgia al Padiglione Zero di Expo 2015, dall’Unicredit Pavillion, oggi Ibm Studios, in piazza Gae Aulenti a Milano  al padiglione con la Torre del Vento per la Triennale di Milano, passando per l’allestimento della Pietà Rondanini di Michelangelo al Castello Sforzesco. Solo per citarne alcune.
La sua visione è però ancor più dirompente ed evocativa delle opere realizzate e le parole pronunciate durante la premiazione scandiscono l’urgenza del cambiamento.

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L’ARCHITETTURA È SIMBOLO

L’architettura, secondo De Lucchi, è uno strumento importante per il raggiungimento della felicità dell’uomo a condizione che recuperi il suo simbolismo, la sua capacità di essere ponte tra più culture e interprete del cambiamento. Il designer della lampada più famosa e comprata al mondo, l’intramontabile Tolomeo di Artemide, invita a seguire l’insegnamento dei peripatetici che nella loro speculazione filosofica, passo dopo passo, imparano che nulla è per sempre e tutto è in divenire. «Quando camminiamo c’è un momento in cui l’equilibrio è in bilico ma lo recuperiamo nel passo successivo» dice De Lucchi. È nell’interazione con i suoi simili che l’uomo deve trovare un senso all’esistenza, pena «la scomparsa del genere umano», con buona pace dei social e di tutta la nostra tecnologia.

IL SENSO DI COMUNITÀ

De Lucchi, dietro una barba che gli dona un’espressione ieratica, sorride di speranza perché la sua idea di futuro si materializza in progetti che mettono al centro l’uomo e la sua felicità: «Noi come architetti abbiamo la responsabilità di modellare e progettare gli spazi che potenziano la nostra umanità ed evolvono la qualità delle nostre vite».
Non è solo una dichiarazione d’intenti, ma la poetica di un architetto immerso nel cambiamento, consapevole che «bisogna imparare a disimparare» per poter guardare al futuro senza essere risucchiati da vecchi schemi di pensiero.
Le sue “earth stations“, che scorrono in un video, sullo sfondo barocco di Palazzo estense, sono un invito esplicito al genere umano a ritrovare un rapporto autentico con la Terra. Le cinque stazioni progettate da De Lucchi rispondono alle differenti condizioni climatiche: desertica, temperata, continentale, polare e tropicale. Sono progetti immaginifici, è vero, che rispondono però pienamente al nostro bisogno urgente di un nuovo modello, dove «i muri non dividono ma uniscono», dove «la tecnologia delle mani» ha ancora un posto rilevante nell’economia, dove i luoghi di transito diventano «luoghi di incontro e di scambio culturale tra più generazioni».
L’architettura che verrà, secondo De Lucchi, poggia su un pilastro portante: il senso di comunità. «Senza questo non riusciremo a fare un’architettura felice. Sono sogni, ma senza sogni cosa stiamo a fare qui» conclude, sorridendo.

Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

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Pubblicato il 18 Maggio 2022
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