In Sala Montanari un concerto di flauti e chitarra dell’Associazione Mazziniana

Si terrà lunedì 5 dicembre alle ore 18 ed è la conclusione di un progetto partito anni fa dalla collaborazione tra il Liceo Musicale Statale, l’indirizzo dedicato alla musica dei Licei Manzoni di Varese

Riceviamo e pubblichiamo

Il concerto che si terrà lunedì 5 dicembre alle ore 18 presso la Sala Montanari di Varese è la conclusione di un progetto partito anni fa dalla collaborazione tra il Liceo Musicale Statale, l’indirizzo dedicato alla musica dei Licei Manzoni di Varese, e l’AMI, Associazione Mazziniana Italiana di Varese.

Il primo concerto del Liceo Manzoni legato a questo progetto fu ospitato nell’Aula Magna dei Licei Manzoni e dedicato a due personaggi famosi dell’ottocento italiano, in questo secondo evento sarà invece l’AMI ad ospitare presso la sala Montanari i musicisti del Manzoni.
Il primo personaggio presentato nell’iniziale concerto fu un flautista virtuoso del 1800, poco noto al di fuori degli addetti ai lavori, Giulio Briccialdi (1818-1881), venne chiamato “il principe dei flautisti”; fu primo flauto al Teatro La Scala di Milano, simpatizzante della causa risorgimentale, esecutore di concerti per sovvenzionare la causa garibaldina e frequentatore dei salotti milanesi, come quello della Contessa Maffei. Il M^ Chiara Imbasciati ha dedicato un’attenzione particolare nei suoi studi accademici proprio a questo virtuoso.

Il secondo personaggio, invece, è un politico, patriota e intellettuale che tutti conoscono come eroe del Risorgimento, accanto a Cavour e Garibaldi, e che Varese in particolare ricorda con affetto in quanto legato alla nascita delle SOMS, le Società Operaie di Mutuo Soccorso, come le tante ancora attive proprio in tutta l’Insubria; un personaggio così importante che a Varese c’è addirittura una scuola a lui intitolata; una figura riguardo alla quale pochi invece sanno che fu anche un musicista, un appassionato del melodramma, un cantante dalla bella voce e un valente chitarrista, addirittura l’autore di un trattato sulla filosofia della musica: si tratta di Giuseppe Mazzini.

Ed ecco spiegata la presenza nel concerto, accanto ai flauti, proprio della chitarra, nelle mani del M^ Angelo Jovane.
Il concerto del 5 dicembre non è solo un affresco, pur significativo, della musica salottiera e operistica dell’Ottocento, in particolare della musica Mazziniana, da quella della Genova della giovinezza a quella della Londra dell’esilio e della scuola là fondata da Mazzini, dove i figli degli esuli italiani potevano partecipare, seguire i corsi gratuitamente e dove, come racconta Giuseppe alla mamma Maria nelle sue lettere, già si facevano i “saggi musicali”.

Lo spettacolo vuole superare infatti una impostazione solo celebrativa e storica, qualcosa per musicologi e addetti ai lavori; il concerto risponde all’urgenza degli interpreti che suoneranno, del Liceo “Manzoni” e dell’Associazione Mazziniana di collaborare per raccontare e così promuovere, e condividere conoscenze e ideali.
Provare ad usare parole per raccontare lo scopo del concerto potrebbe far sorridere il filosofo Arthur Schopenhauer secondo il quale trasformare in parole il significato della musica è impresa vana, e così i due flautisti preferiscono iniziare lo spettacolo, senza troppa “conferenza”, subito con una metafora pure lei musicale, da scoprire nei primi due brani proposti.

Mazzini descrive nel suo trattato “Filosofia della musica” del 1836 proprio la funzione della musica come strumento per trasferire conoscenze ed ideali, e per educare l’uomo e il cittadino.
Se c’è un luogo e articolazione della società umana dove si esprime l’urgenza della trasmissione della morale e dei saperi, qualche volta anche della musica e attraverso la musica, come scopo della vita, come attività di altissimo artigianato e come momento di impegno artistico ed etico, questa è, prima della scuola, la famiglia; un esempio famoso di questo passaggio di consegne tra generazioni è la famiglia Bach ed ecco allora la ragione di iniziare un concerto pur centrato sull’ottocento, con i due Bach del settecento.

Nella parte iniziale del concerto saranno eseguiti il primo tempo, Allemanda, di una composizione per flauto solo di papà Bach, Johan Sebastian (1685-1750), e, subito dopo, il primo tempo di una sonata, sempre per flauto solo, del figliolo, Carl Philipp Emanuel (1714-1788); ecco, lo scopo è stato raggiunto: il passaggio di consegne è avvenuto, proprio come i vecchi maestri del Manzoni lasciano spazio alle nuove generazioni di musicisti che hanno formato e delle quali sono fieri.

Questa trasmissione, affidata ai genitori, alla famiglia (come alle agenzie formative e ai docenti di queste) non è una semplice ripetizione, è una evoluzione, dell’arte, della vita, dell’uomo e della società. Mazzini lo sa scrivere meglio: “l’Arte che vi è affidata è strettamente connessa col moto della civiltà, e può esserne l’alito, l’anima, il profumo sacro, se traete le ispirazioni dalle vicende della società progressiva (…) L’Arte è immortale; ma l’Arte, espressione simpatica di che Dio cacciava ad interprete il mondo, è progressiva com’esso. Non move a cerchio, non ricorre le vie calpeste; ma va innanzi d’epoca in epoca”.

L’argomentazione appena presentata sul valore e significato dell’educazione famigliare dall’esempio con la famiglia Bach può arrivare proprio fino alla famiglia Mazzini, sopratutto con la madre, Maria Drago, con la quale Giuseppe ebbe un rapporto particolare fino alla morte della donna nel 1752; non solo la signora per tanti anni fu una confidente e un continuo supporto economico, con sempre diversi e amorevoli pretesti, delle complicate finanze del figliolo esule, ma, probabilmente, fu anche la sua prima insegnante di chitarra.

Giuseppe soprattutto da esule intrattenne sempre con la madre una corrispondenza anche di argomento musicale chiedendole spesso di spedirgli da Genova dove non poteva tornare partiture e parti per la chitarra sola e per i gruppi da musica da camera ai quali Giuseppe partecipava.
Mazzini spesso si muoveva con la chitarra anche quando era in azione. Aurelio Saffi ricorda ad esempio che durante la Repubblica Romana del 1849, Mazzini in alcuni momenti di relativa tranquillità si ritirava dai doveri politici ed organizzativi per riflettere e rilassarsi suonando la chitarra.
Su felice proposta del M^ Chiara Imbasciati, i due flautisti presentano nel concerto anche un duetto, composto da Saverio Mercadante (1795-1870); ciò quantomeno in omaggio al fatto che proprio un brano di questo autore di Altamura, il coro tratto dalla sua opera “Caritea, regina di Spagna” del 1826, dal titolo“Chi per la patria muor” , fu scelto come inno nei moti del ‘31 a Bologna e fu poi intonato nel ‘44 dai fratelli Bandiera davanti al plotone di esecuzione.

Il brano scelto dai due flautisti, in un unico tempo e di carattere piuttosto marziale, è il primo di una raccolta di tre divertimenti originali, tutti per due flauti senza accompagnamento, di Mercadante ed è stato dai musicisti revisionato ulteriormente al fine di garantire una esecuzione più aderente alle prassi esecutive, non banali e piuttosto
avanzate dal punto di vista tecnico, di dilettanti e amatori nei salotti nobili e borghesi dell’Ottocento.
Il duetto non è un tipo di composizione estranea al repertorio flautistico ottocentesco, basti pensare alla raccolta di duetti per due flauti del già citato “principe dei flautisti” Giulio Briccialdi e, per quanto riguarda invece le epoche precedenti, i duetti di Johann Joachim Quantz (1697-1773), collega del CPE Bach come flautista e insegnante dell’imperatore alla corte di Federico II il Grande, oppure i duetti dell’altro figlio di JS Bach, Wilhelm Friedemann Bach .

Accanto alla motivazione per così dire “storico-risorgimentale” dell’inserimento del brano di Mercadante, e sebbene Mazzini nella sua Filosofia della musica si soffermi prevalentemente su Rossini e Donizetti, c’è quella artistica.
Proprio Mercadante al suo ritorno a Napoli, dopo aver lavorato in Spagna e Portogallo, parteciperà ad un importante movimento di riforma del melodramma italiano, che è debitore anche al testo Filosofia della Musica di Mazzini, e che coinvolgerà dopo il 1837 anche Giuseppe Verdi, ovvero proprio il compositore al quale si rivolgerà Mazzini per la composizione della musica del primo “Inno degli Italiani”.
D’altra parte, Rossini stesso, il “titano” musicale del Giuseppe Mazzini, rivolgendosi al direttore del Conservatorio di Napoli, parlando proprio del giovane Saverio, in pieno spirito mazziniano dirà: “Maestro i miei complimenti! Il vostro giovane allievo continua proprio dove noi siamo arrivati”.
Il nucleo del concerto è dedicato a due virtuosi e chitarristi: Mauro Giuliani e Ferdinando Carulli.
Mazzini, dall’alto della sua maestria tecnica aveva forse una preferenza per il primo dei due autori, così almeno si esprime in una lettera da Londra alla madre, nella quale chiedendole di spedirgli delle composizioni e parafrasi d’opera, chiede di cercare nella sua biblioteca di Genova soprattutto di Giuliani, dichiarando esplicitamente di ritenere Carulli troppo semplice.
Successivamente, probabilmente avendo conosciuto, sempre a Londra, altri musicisti e desiderando di fare con loro un po’ di musica da camera, chiederà sempre alla madre di spedirgli anche le parafrasi d’opera di Carulli.
Il concerto, quindi, presenta prima alcuni duetti tratti dall’opera 74 di Giuliani e scelti dai due interpreti i M^ Imbasciati e Jovane per la loro bellezza e significatività.
Successivamente saranno eseguite due delle composizioni più importanti di un Giuliani maturo e di felice ispirazione: la ricca, complessa e articolata Serenata op. 127 con le sue variazioni nel III movimento e il Gran Duo op. 85 con lo struggente Andante molto sostenuto.
La parafrasi operistica di Carulli sulla base dei temi della Gazza Ladra di Rossini chiude con i suoi passi virtuosistici ed un’ultima doverosa citazione rossiniana il concerto

Fiorenzo Filippini

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 01 Dicembre 2022
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