Chi deciderà per noi quando staccare la spina? Perchè le DAT sono un atto di responsabilità

Il professor Mario Picozzi, docente di bioetica all’Università dell’Insubria e responsabile della struttura di Bioetica dell’ASST Lariana spiega il valore di una decisione che è l’espressione scritta di una relazione di fiducia

professor picozzi

Nell’appuntamento con La Materia del Giorno si affronta un tema complesso e decisivo per la vita di ciascuno: le DAT, le Disposizioni anticipate di trattamento. Per comprendere meglio di cosa si tratta e perché è importante riflettere consapevolmente sulla propria storia clinica futura, abbiamo ospitato il professor Mario Picozzi, docente di etica medica all’Università dell’Insubria e direttore del Centro di ricerca in etica clinica, oltre che responsabile della struttura di Bioetica dell’ASST Lariana.

Che cosa sono le DAT

Le DAT sono disciplinate dalla Legge 219/2017 e rappresentano uno strumento attraverso cui ogni cittadino può esprimere oggi le proprie volontà rispetto ai trattamenti sanitari che vorrebbe – o non vorrebbe – ricevere nel caso in cui, un domani, non fosse più in grado di decidere autonomamente.

L’idea alla base è semplice e potente: assicurare continuità alla propria autodeterminazione, soprattutto nelle fasi delicate della vita, evitando che decisioni cliniche cruciali vengano prese senza conoscere la volontà della persona interessata.

Il professor Picozzi lo spiega con chiarezza: spesso medici e familiari si trovano davanti a scelte difficili quando il paziente non può più esprimersi. Se non esiste una sua indicazione precedente, il rischio è quello di prendere decisioni senza tener conto della sua storia, dei suoi valori, del suo modo di stare al mondo.

Perché è importante pensarci prima

Riflettere sulle DAT non significa prevedere la propria malattia, né tantomeno anticipare con precisione ciò che accadrà. Significa invece interrogarsi su ciò che è davvero importante nella propria vita, sulle priorità che guidano le nostre scelte e su come vorremmo essere accompagnati nel caso in cui il domani ci trovasse fragili o incapaci di comunicare.

Il professor Picozzi ricorda che la stessa condizione clinica può essere vissuta in modo radicalmente diverso da persone diverse: una donna gravemente malata può scegliere di continuare una terapia pesante per poter incontrare il nipote in arrivo; un’altra, nella stessa situazione, può decidere di trascorrere gli ultimi giorni a casa, nel luogo che custodisce la sua storia.

La clinica, da sola, non basta: i numeri acquistano senso solo se immersi nella biografia della persona.

Ed è per questo che le DAT non sono un atto burocratico, ma uno spazio di responsabilità personale.

Il ruolo dell’etica: non solo procedure, ma relazioni

Come spiega Picozzi, la medicina non può essere ridotta a protocolli e procedure: ogni azione di cura è anche un’azione etica. Significa chiedersi che cosa sia “bene” per quella persona, in quel momento della sua vita.

Nel nostro Paese persiste ancora la tendenza a nascondere verità difficili ai pazienti, convinti che non siano in grado di sopportarle. Ma spesso – osserva Picozzi – questa protezione riguarda anche chi comunica, perché la verità trasforma le relazioni, costringe medico e familiari a un confronto profondo che non può essere evitato rifugiandosi nell’atto tecnico.

L’etica entra qui: non per aggiungere qualcosa alla medicina, ma perché la cura è intrinsecamente un gesto etico, in cui chi assiste si mette in gioco come persona.

Come si arriva a scrivere una DAT

Scrivere una DAT non significa compilare freddamente un modulo con crocette su terapie da accettare o rifiutare. Prima ancora della stesura, ci sono tre passaggi fondamentali:

  1. Parlare con le persone significative della propria vita. Le volontà che esprimeremo hanno radice nelle relazioni: raccontare ciò che per noi conta davvero aiuta gli altri a comprendere chi siamo e che cosa desideriamo.

  2. Confrontarsi con un medico. Alcuni trattamenti – come la tracheotomia o la PEG – non possono essere compresi pienamente senza una spiegazione competente. Esprimere una volontà senza sapere di cosa si parla può rivelarsi rischioso.

  3. Immaginare il proprio futuro, anche se lontano. L’esercizio dell’immaginazione è parte fondamentale della vita. Non sapremo mai con precisione come reagiremo a un evento grave, ma provare a immaginare aiuta a costruire consapevolezza e a vivere con maggiore serenità.

Le DAT, inoltre, possono essere cambiate in ogni momento. Non sono un atto definitivo, ma un percorso che può evolvere con noi.

Il fiduciario: una guida quando non possiamo parlare

La Legge prevede la possibilità di nominare un fiduciario, una persona che conosce profondamente la nostra storia e i nostri valori. Non deve essere necessariamente un familiare: è colui o colei che, nel caso non fossimo più in grado di esprimerci, potrà riferire quali decisioni avrebbe rispecchiato la nostra volontà.

La DAT, dunque, non è solo un documento: è l’espressione scritta di una relazione di fiducia.

Perché farlo adesso, anche se stiamo bene

Ragionare sulle DAT significa accettare di confrontarsi con la propria vulnerabilità e con il tema, culturalmente difficile, della morte. Ed è proprio per questo che farlo richiede presenza, attenzione e coraggio.

Come ricorda il professor Picozzi, non è necessario aspettare di essere malati: il momento giusto è quando stiamo bene, quando abbiamo la lucidità per riflettere, immaginare e parlare.

Non è un esercizio morboso, ma un atto di responsabilità verso noi stessi e verso chi ci vuole bene.

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Pubblicato il 10 Dicembre 2025
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