La difesa di Marco Manfrinati: quel giorno a Varese il “meltdown”, poi le coltellate
Udienza fiume dove è stato ascoltato il fratello dell’imputato e una psichiatra consulente di parte: “Viveva per il figlio”. Più vicina la perizia psichiatrica
«Un autismo camuffato attraverso un’elevata condizione cognitiva», una condizione che si è sgretolata una volta che Marco Manfrinati, il 2 maggio 2024, ha capito che non sarebbe riuscito a rivedere a breve il figlio «divenuto il suo unico pensiero di vita». È il momento dell’analisi profonda, che scende nella psiche di un imputato di omicidio volontario e di tentato omicidio premeditato, quei fatti avvenuti a Varese il 6 maggio 2024 a Casbeno e per i quali si avvia a passi spediti verso la conclusione il processo in corte d’Assise a Varese.
A parlare della condizione vissuta dall’imputato, fra gli altri testi della difesa, la psichiatra Lucia Zeroli consulente di parte durante la redazione della “Ctu”, documento che serviva ad indagare la capacità genitoriale durante il procedimento civile di divorzio fra Marco Manfrinati e Lavinia Limido: c’era appunto da comprendere quale fosse la capacità genitoriale dei coniugi.
E da queste analisi riportate oggi in aula dalla psichiatra chiamata dal difensore di Manfrinati, avvocato Elio Giannangeli, risulterebbe in primo luogo un “disturbo dello sviluppo neurologico” sofferto da Manfrinati, plusdotato con memoria a lungo termine, sei lingue conosciute e una vita tanto professionale quanto relazionale ad alti livelli che tuttavia si inabissa nel “meltdown”, una crisi profonda, una frattura che vira da pensieri ossessionati dal rischio di non rivedere più il figlio («mi inviava centinaia di mail sul tema», ha specificato la professionista) al “passaggio all’atto”, cioè all’azione a fronte di una “erosione delle risorse” della persona che soffre di questi disturbi e che va letteralmente in tilt.
Una condizione che da sempre è rigettata dalla parte civile (in aula la moglie di Fabio Limido, avvocato Marta Criscuolo, anche madre di Lavinia) che ha più volte sostenuto la perfetta lucidità di Marco Manfrinati al momento dei fatti. Tanto che nel corso del controesame, l’avvocato Fabio Ambrosetti ha ricordato che Manfrinati pochissimi minuti dopo aver assassinato il suo suocero e tentato di uccidere la moglie con numerosissime coltellate al volto e al corpo, si è rivolto verso la suocera nel frattempo sopraggiunta e apostrofandola con pesanti offese e con parole di scherno nei confronti di quanto era appena riuscito a portare a termine.
Un’udienza dai tratti molto tecnici, piuttosto densa e anche difficile da comprendere al grande pubblico, tanto che il presidente della corte giudice Andrea Crema ha più volte chiesto all’esperta di facilitare la comprensione utilizzando esempio termini meno complicati.
In apertura di udienza è stato ascoltato come teste assistito il fratello dell’imputato, il quale ha relazionato in merito alla condizione vissuta da Marco e ai rapporti tra la sua ex fidanzata e Lavinia Limido. È stata inoltre sentita un’amica di Manfrinati, la quale ha specificato che l’imputato viveva per il figlio e non aveva particolari remore nei riguardi dell’ex moglie Lavinia. «Almeno in un’occasione Manfrinati aveva espresso la volontà di uccidere la suocera», ha confermato la teste.
Nelle prossime udienze verranno ascoltati psichiatri che hanno relazionato sull’imputato e in particolare un suo medico curante; Marco Manfrinati probabilmente rilascerà spontanee dichiarazioni. Solo al termine di questa fase il giudice potrà sciogliere la riserva in merito a una possibile perizia psichiatrica con l’obiettivo di valutare la capacità di intendere di volere al momento dei fatti. In tal caso, è probabile che il processo si prolunghi ulteriormente e prosegua fino ai primi mesi del 2026.
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