A Gallarate il ricordo del partigiano Angelo Pegoraro, figlio del quartiere Cascinetta
Fu ucciso a gennaio 1945, intercettato dalle Brigate Nere durante un rientro a casa della famiglia, dopo un mese di dura lotta e battaglie
A Gallarate si rinnova la memoria di Angelo Pegoraro, partigiano del rione di Cascinetta, ucciso dai fascisti nel gennaio 1945. Una memoria tramandata per tante vie: nell’Anpi – l’associazione partigiani – , tra gli operai del palazzo popolare dove per decenni ha vissuto la sua famiglia, anche tra i ragazzini dell’oratorio. “Perché un giovane deve dare la vita per la libertà?” si chiedeva un ragazzino che frequentava la chiesa accanto al palazzo ed era incuriosito dalla foto sul monumento nel cortile. Trasferitosi in Valcuvia, divenuto un uomo, quel ragazzino di allora è tornato quest’anno a Gallarate per la commemorazione, a 81 anni dai fatti.
Insieme a Luciano Zaro, Angelo Pegoraro è uno dei partigiani ricordati ogni anno dall’Anpi di Gallarate: una memoria che fin dall’inizio era sentita perché erano partigiani molto giovani, “figli” di quartieri dove le famiglie erano conosciute. La cerimonia annuale è sempre sentita, anche se i testimoni diretti sono sempre di meno. Quest’anno la commemorazione, aperta dalla presidente Anpi Guja Baldazzi, ha visto l’intervento ufficiale affidato a Stefano Rizzi.
Angelo Pegoraro, operaio alla Caproni, entrò nella Resistenza ancora minorenne, prima in una formazione nei boschi intorno a Gallarate e poi nella Prima Brigata Lombarda operante anche nel Novarese. Nome di battaglia “Falco”, partecipò come mitragliere anche alla battaglia di Suno , proprio nel Novarese, a fine 1944, vera battaglia campale tra le forze partigiane e i nazifascisti (che schieravano reparti antiguerriglia della Ss Polizei e persino un treno blindato).
Dopo il passaggio del Ticino e il rientro in Lombardia, dopo altre azioni nella zona di Somma,“Falco” fu sorpreso dalle Brigate Nere durante una breve visita alla famiglia a Gallarate e fu ucciso davanti a casa. I fascisti catturarono anche un suo compagno, il bergamasco Vittorio Minelli da Clusone, fucilato un mese dopo al cimitero di Sacconago (lì lo ricorda una lapide).

“Giovani come Falco cresciuti in fretta, per darci un futuro, un futuro in un paese che non ha fatto i conti con la storia, un paese dove viene tollerato il razzismo, l’apologia di fascismo, la costituzione di organizzazioni fasciste e naziste, un paese che non rispetta la propria Costituzione, un paese che andrebbe cambiato radicalmente”, aggiunge oggi in una nota Piero Osvaldo Bossi dell’associazione Concetto Marchesi, che pochi anni fa ha curato anche una pubblicazione sui partigiani garibaldini nel Gallararese.
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