Capitano e gentiluomo: Thomas Larkin si racconta: “Pronti a dare tutto per l’Italia alle Olimpiadi”

Il difensore azzurro è uno dei punti di forza della Nazionale che disputerà i Giochi. "Avversarie fortissime, ma abbiamo un grande gruppo. Varese è la mia terra: sarebbe bello chiudere la carriera da Mastino"

thomas larkin hockey ghiaccio | foto FISG

C’è qualcosa di profondamente solido in Thomas Larkin, e non riguarda la sua imponente stazza fisica, o la sua capacità di tenere le redini della difesa sul ghiaccio: parlando con lui queste cose vanno quasi in secondo piano. Quello che emerge è la sua bellissima storia, che ha contribuito a forgiare prima l’uomo che il giocatore, in un percorso di vita intenso almeno quanto interessante.

Nato a Londra nel 1990, papà americano e mamma milanese, è passato dalla provincia di Varese a New York, per poi formarsi tra i ghiacci del Nord America e tornare in Europa.

Larkin non è solo il “primo italiano di formazione” ad essere mai stato scelto in un draft NHL,  è l’anello di congiunzione tra la pura passione per l’hockey su ghiaccio e il professionismo cinetico e analitico moderno. Un difensore che avrebbe potuto limitarsi, e puntare sulla sua stazza fisica e senso della posizione sul ghiaccio, ma che ha preferito metterci moltissima parte mentale e disciplina, doti che lo hanno forgiato facendolo diventare il più forte italiano attualmente in attività.

Vederlo guidare la difesa azzurra è uno spettacolo, osservando il suo stile e la mimica dei suoi gesti si assapora il concentrato di una lunga e variegata carriera, per un Capitano di ruolo e di fatto, che avrà il compito di guidare l’Italia nel proibitivo girone di qualificazione a Milano-Cortina 2026.

Per Thomas le Olimpiadi non sono solo un torneo, ma il coronamento di un viaggio iniziato da bambino e passato dalle piste ghiacciate più importanti al mondo, con il tricolore sempre cucito sul cuore, che forse tornerà a tingersi di giallonero.

L’INTERVISTA

Nato a Londra, cresciuto tra gli USA e Cocquio Trevisago, lei ha giocato in giro per il mondo e ora è in Germania. Qual è la cosa più bella che le ha portato, non solo sportivamente, questo “mix” culturale?

«Bella domanda! Parto con il dire che leggo con piacere VareseNews, è la mia finestra sulla mia terra, la provincia di Varese a cui tengo molto. Ho una storia molto particolare: mio papà è americano, la mamma milanese, due mentalità molto aperte sotto tutti gli aspetti. Fino a 14 anni ho vissuto in Italia e ci stavo bene, avevo la mia “comfort zone”, il mio motorino e l’hockey da giovane Mastino. Non ero un asso, 190 centimetri per 40 kili, forse non ero neppure bello da vedere. Poi la cura Nando Ilic (allenatore giallonero ai tempi ndr) mi ha fatto capire che a questo sport avrei potuto dare qualcosa. I miei genitori mi hanno proposto di andare in America, ma non ne avevo nessuna voglia. Hanno insistito perché almeno ci provassi, e mi sono accordato per un anno all’estero, per capire come sarebbe andata: era il 2005. Vivere quell’esperienza mi ha cambiato totalmente, ho visto il mondo sotto un aspetto completamente diverso, e da li sono iniziate tutte le esperienze che mi hanno fatto crescere, prima di tutto come uomo. Avere la possibilità di girare il mondo ti arricchisce e ti rende, sempre, una persona migliore».

Cinque lingue parlate in maniera fluente, una laura in economia conseguita a New York giocando nei Colgate Raiders, nel massimo livello del campionato universitario. Quanto ha aiutato la disciplina accademica nella sua carriera da professionista?

«All’inizio ho utilizzato l’hockey al college per facilitare in qualche modo lo studio: se in America giochi in una squadra e studi, hai la possibilità di farlo in maniera più serena, puoi spostare gli esami senza troppi problemi, situazione che mi ha aiutato a fare bene tutte e due le cose. Ho così potuto proseguire gli studi in economia, giocare e crescere, sino ad essere “draftato” da un team NHL. Questa esperienza mi ha aiutato a mettere disciplina e programmazione in quello che facevo, elementi fondamentali che servono almeno quanto il pattinaggio e il movimento con bastone e disco».

Due varesini nell’Italia olimpica di hockey: Larkin e Zanetti tra i convocati azzurri

A proposito di Olimpiadi, in quale disciplina le piacerebbe gareggiare se non fosse hockeista?

«Sicuramente lo sci alpino! Amo la montagna, la neve. Sci alpino oppure snowboard, anche se non credo di avere il coraggio di affrontare le discese che vedo in TV. La passione per la montagna me l’hanno passata i miei genitori, che l’hanno sempre amata».

Parliamo di Nazionale, qual è secondo lei l’obiettivo realistico che il gruppo azzurro si pone, a pochi giorni dal primo ingaggio olimpico?

«Noi scendiamo sul ghiaccio per dare il massimo; certo sappiamo bene con chi incroceremo i bastoni, squadre che schiereranno veri e propri alieni sul ghiaccio, ma abbiamo tantissima voglia di onorare le maglie che indossiamo in un appuntamento così importante. Ci sentiamo responsabili anche verso tutto il movimento hockeistico nazionale, e pur sapendo che ci attendono sfide molto difficili, con nazionali imbottite di giocatori NHL, siamo pronti».

Un capitano ha anche la responsabilità indiretta di gestire la pressione di un evento mediatico di così alto impatto, soprattutto verso i giovani.

«Tutto molto vero. Ma siamo un gruppo stupendo, abbiamo passato e passeremo molto tempo assieme, fra ritiri, trasferte, cene e momenti di svago. Questo servirà molto. Ho ben chiaro il valore che hanno le nuove generazioni e dell’importanza di farle crescere: un evento come le Olimpiadi è perfetto in questo senso. Non sarò solo in questa missione: uomini esperti come Alex Trivellato o Luca Frigo sono al mio fianco per aiutare con consigli e indicazioni ragazzi come Marco Zanetti o Tommy De Luca, solo per citarne alcuni. A tutti stiamo spiegando l’enorme opportunità e il fascino di giocare illuminati dalla fiamma olimpica. Il nostro compito, e obiettivo, è quello di creare un bell’ambiente dove i ragazzi possano esprimersi nella più totale serenità».

Quali i punti di forza degli azzurri, e quali le debolezze verso cui lavorare.

«Tra i punti di forza il fatto di essere un bellissimo gruppo. Ci conosciamo bene e c’è un incredibile armonia. L’Italia produce pochi tesserati purtroppo, proviamo a trasformare questo svantaggio in termini di bacino d’utenza in un punto di forza, puntando molto sul fatto che noi si giochi insieme da anni. Il punto di debolezza sta nel fatto che siamo gli unici senza giocatori NHL. Bisognerà giocare molto difensivi, e puntare su situazioni di contropiede».

Canada, Stati Uniti, Svezia… tutte da podio. Ma quale potrebbe essere, secondo lei, la sorpresa di queste Olimpiadi?

«Rischierò di risultare prevedibile, ma penso alla Germania, squadra che sul ghiaccio si è meritata l’argento nel 2018, ma che soprattutto ha puntato e spinge molto sul movimento hockeistico interno, creando davvero situazioni di grande valore in termini di risorse. È una bella formazione e con grandi possibilità».

Secondo lei le Olimpiadi di Milano-Cortina potranno aiutare il rilancio dell’hockey in Italia? E come?

«Questo non deve essere solo un obiettivo ma una certezza! Ne parliamo da tempo e perdere questa occasione sarebbe deleterio per il movimento. Le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 quindi non devono essere una destinazione ma un punto di partenza. Sentiamo molto anche questa responsabilità, che ci porterà sicuramente a fare bene. L’esposizione mediatica che avrà l’hockey su ghiaccio dovrà essere sfruttata al meglio per aprire le porte degli stadi del ghiaccio a nuove leve».

Lei ha preso casa con la famiglia vicino a Varese. Possiamo sognare di vederla chiudere la carriera in giallonero?

«Varese è la mia casa, e non mi riferisco solo a quella fatta di cemento e mattoni. Non so come andrà il mio “fine carriera”, impossibile definirlo ora, ma mi piacerebbe. Sono nato Mastino e non nego che tornare a Varese sarebbe stimolante. Ci penserò. Ora ho l’Olimpiade come obiettivo, ma concludere da dove tutto è partito sarebbe bello. Posso solo affermare che comunque vorrei fare qualcosa per Varese, magari occuparmi delle giovanili».

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Pubblicato il 21 Gennaio 2026
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